Nella settimana di passione dei mercati mondiali innescata dai dazi di Donald Trump le borse europee sono state tra le principali vittime, anche più delle loro controparti americane: infatti il rimbalzone record di mercoledì 9 aprile (quando il Nasdaq ha guadagnato in una sola seduta il 12% dopo l’annuncio della tregua commerciale decretata da Washington) non ha interessato i listini del Vecchio continente, già chiusi da qualche ora. Risultato: in soli sette giorni il Ftse Mib ha perso più del 10% del suo valore, il Dax l’8,2%, il Cac oltre il 9%, l’Ibex il 7,7%. Mentre l’Eurostoxx 600, indice che unisce le società a più elevata capitalizzazione del continente, nello stesso lasso di tempo ha lasciato per strada quasi il 10%.
Dopo che la Casa Bianca ha annunciato lo stop alle tariffe per 90 giorni anche sui mercati europei è arrivato il vento della riscossa, e gli indici hanno messo a segno nelle sedute successive una serie di rimbalzi significativi. Rimane il fatto che, con i mercati americani in difficoltà, le azioni europee potrebbero trovarsi in una posizione di vantaggio, anche per via delle valutazioni a sconto.
«Un jolly per la sovraperformance potrebbe essere rappresentato dalle azioni europee», conferma Altaf Kassam, responsabile per l’Europa della investment strategy & research di State Street Global Advisors. Anche nel caso in cui il confronto sui dazi dovesse inasprirsi di nuovo, osserva il money manager, «l'Unione Europea ha potere negoziale maggiore in termini di potenziali ritorsioni, eventualmente attraverso l'imposizione di tariffe di ritorsione sulle esportazioni di servizi statunitensi verso il Vecchio continente».
Per chi volesse scommettere sulle azioni europee con i prodotti di risparmio gestito dedicati le occasioni non mancano: ci sono peraltro gestori attivi che finora, da inizio anno, stanno facendo molto bene il loro lavoro, battendo il mercato e registrando performance a doppia cifra. La graduatoria Fida censisce 10 comparti attivi per performance da inizio anno. Il loro rendimento medio da gennaio è del 6,2% (con punte sopra il 13%), che passa al 10,2% a un anno e al 29,6% su una prospettiva triennale. Il tutto a fronte di costi variabili, che vanno da un minimo dello 0,99% a un massimo del 2% (la media è dell’1,5%).
I fondi che stanno facendo meglio da inizio anno ha due caratteristiche principali: da una parte ci sono quelli focalizzati sulle small cap, dall’altra quelli sull’Europa emergente. È il caso del comparto Raiffeisen Azionario Europa Centrale che, a fronte di commissioni un po’ più elevate (2%) sta mettendo a segno nel 2025 un rendimento del 6,9%, che passa al 6,78% a un anno.
Il fondo, spiega il gestore, Andras Szalkai, investe principalmente nei mercati di Polonia, Austria, Repubblica Ceca e Ungheria. A proposito del mercato polacco, «nonostante sia uno dei mercati più forti da inizio anno, con un +18% in euro, tratta a uno sconto considerevole, con un multiplo prezzo-utili di 8,2».
Gli investitori europei, aggiunge il money manager, «non dovrebbero trascurare l'annuncio della Germania di un programma per le infrastrutture e la difesa da 1.000 miliardi, che avrà un impatto positivo in particolare su Austria, Polonia e Repubblica Ceca». Anche le azioni austriache, in tale contesto, «rimangono relativamente interessanti con un rapporto prezzo utili di 8,41».Quanto ai settori, oltre alle banche, Szalkai è interessato a «edilizia e materiali da costruzione, che beneficiano dei programmi di spesa per le infrastrutture e della potenziale ricostruzione dell'Ucraina in caso di cessate il fuoco».
Anche Generali Investments scommette sull’Europa emergente con il comparto Central & Eastern European Equity, che da inizio 2025 rende il 4,2% e arriva sopra il 43% su una prospettiva triennale, con commissioni dell’1,8%. Ma anche guardando oltre questa specifica nicchia dei mercati azionari del continente Antonio Cavarero, head of investments di Generali Asset Management, ritiene che l’atteggiamento di Trump «rischia di creare danni importanti alla credibilità del sistema americano, della sua economia e della sua valuta, spingendo gli investitori altrove». In linea di massima, spiega il money manager, «questo dovrebbe favorire anche i mercati europei i quali, però, dovranno altresì affrontare un maggior rischio di recessione, ancora non prezzato, e di marcata disinflazione». In quest'ottica sarebbero da favorire «quei settori europei non esposti al mercato americano e più in grado di approfittare di minori costi delle materie prime, oltre al settore della difesa, che sarà comunque oggetto di importanti investimenti».
In un'ottica più lunga, «paziente e in grado di affrontare volatilità», conclude Cavarero, «alcuni temi di crescita tecnologica restano comunque validi, come ad esempio biotech, anche se dovranno affrontare condizioni finanziarie molto meno favorevoli». (riproduzione riservata)