Molto più delle azioni globali, il 2025 dei mercati ha avuto un vincitore assoluto: l’oro. Storico bene rifugio per proteggere il portafoglio in fasi di avversità, negli ultimi anni il lingotto è stato un vero e proprio motore di performance per i portafogli multi-asset: da inizio anno il metallo si è apprezzato (in dollari) del 65% (oggi il suo valore si aggira intorno ai 4.370 dollari l’oncia), mentre per un investitore in euro ha restituito un rendimento del 45%.
Oltre alla debolezza del dollaro, «le tendenze strutturali globali stanno giocando a favore dell’oro», sottolinea Stefano Zoffoli, responsabile strategia d'investimento e gestione mandati bilanciati di Swisscanto. «Un fattore chiave è il forte aumento del debito pubblico a livello mondiale: Paesi come Stati Uniti, Giappone, Francia e Regno Unito stanno affrontando importanti sfide fiscali, senza che si intraveda un’inversione di tendenza». E poi ci sono «gli ingenti acquisti da parte delle banche centrali: per la prima volta dagli anni Settanta, esse detengono nelle loro riserve più oro che titoli del Tesoro statunitense, i Treasury».
Ancor più dell’oro, una specifica di nicchia di investimento settoriale intrecciata a doppio filo con la performance del lingotto ha dato grandi soffisfazioni al portafoglio quest’anno: quella dei titoli auriferi. La tabella Fida in basso mostra, per i migliori fondi attivi di categoria, una performance media nel corso di quest’anno pari al 130% (il doppio rispetto all’oro fisico in dollari), che arriva quasi al 180% su una prospettiva triennale. Il tutto, va detto, con costi piuttosto elevati: le commissioni medie annue sono dell’1,7%, con picchi del 2,4%. Anche se le ultime performance hanno chiaramente ammortizzato, e non di poco, il tema dei costi dei fondi.
Schroders è in cima alla graduatoria Fida con il comparto Global Gold, che nel 2025 ha registrato un rendimento del 157% e arriva perfino al 224% a tre anni (con costi dell’1,5%, leggermente inferiori alla media). James Luke, gestore del comparto, ha una visione ancora rialzista sull’oro in vista del 2026, ma è ancor più positivo sulle azioni aurifere. «La fiducia nel settore sta iniziando a crescere, sostenuta da flussi di cassa liberi record e da team di gestione risolutamente disciplinati», sottolinea il money manager. E nonostante le azioni aurifere abbiano registrato forti rialzi, «i margini dei produttori rimangono molto buoni, con costi totali di mantenimento ben al di sotto dei prezzi spot, creando un ambiente estremamente positivo». Questa redditività, unita «a produttori sottovalutati e punti di svolta dei flussi di cassa, supporta la strategia di preferire operatori di alta qualità rispetto all’esposizione diretta all’oro fisico», sostiene Luke.
Con il fondo Cpr Invest Global Gold Mines Cpr Asset Management (società del gruppo Amundi) realizza nel 2025 una performance del 128%, con costi dell’1,7%. Arnaud du Plessis, senior portfolio manager global thematic equities fa notare che oggi i costi medi complessivi per gli estrattori «si attestano intorno a 1.500 dollari per oncia, quindi ogni dollaro oltre tale livello si riflette direttamente nei margini». Il recente rally dell'oro, aggiunge. «ha pertanto migliorato in modo significativo i margini e le prospettive degli utili delle società minerarie, rendendo il settore particolarmente attraente».
Per quanto riguarda la selezione dei titoli, oggi il gestore dà una certa priorità «ad aziende con giacimenti consistenti e vita utile prolungata, costi competitivi, piani di estrazione credibili e bilanci solidi, operanti in giurisdizioni politicamente stabili». La costruzione del portafoglio, in questo contesto, «bilancia una parte di produttori consolidati, che forniscono liquidità e visibilità, con opportunità di crescita selezionate».
Edmond de Rothschild Am si approccia all’asset class con il comparto Goldsphere, che da inizio 2025 rende il 113% con commissioni del 2%. Secondo il lead manager, Christophe Foliot, anche le valutazioni dei titoli auriferi restano competitive. «Questi titoli trattano a circa 0,9 volte il valore netto dell’attivo (nav, ndr) e con rendimenti del flusso di cassa libero del 7-9%, rispetto al 3% circa dell'S&P 500, nonostante un rialzo superiore al 90% registrato nel corso degli ultimi dodici mesi». Un dollaro più debole, aggiunge, «sosterrebbe ulteriormente i prezzi del lingotto».
Foliot dal canto suo preferisce giocare in attacco, puntando sui «produttori auriferi a piccola e media capitalizzazione, dove la leva operativa sui prezzi attuali del metallo giallo offre un potenziale di rialzo maggiore rispetto alle società a grande capitalizzazione».
Il money manager si concentra al contempo «su società ben capitalizzate, a basso costo, con un forte flusso di cassa e un'allocazione disciplinata del capitale». Ha invece una posizione di sottopeso «sui titoli legati alle royalties e allo streaming, più adatti alle fasi difensive».
Ora i gestori dei fondi auriferi guardano con interesse anche a un altro fattore: i tagli dei tassi da parte della Fed. Elemento che potrebbe dare ulteriore sprint al metallo (e ai titoli a esso collegati), secondo Ned Naylor-Leyland, investment manager del comparto Gold & Silver di B, fondo presente in graduatoria Fida con una performance del 118% (e costi dell’1,5%). «Il prezzo dell’oro non è influenzato in misura primaria dai mercati azionari né obbligazionari», spiega il money manager.
«Nel caso dell’oro è importante però considerare la politica dei tassi d’interesse delle banche centrali, in particolare la direzione dei tassi reali». Se nel 2026 la banca centrale più influente sui mercati finanziari, cioè la Federal Reserve, «dovesse tagliare i tassi come previsto, ci sarebbe un effetto positivo per l’oro, poiché contribuirebbe a ridurre i tassi reali». L’attuale fase rialzista dell’oro, prosegue il gestore, «è sostenuta dal calo dei tassi reali, un dollaro più debole e dalle preoccupazioni riguardo i crescenti livelli del debito federale Usa»: tutti fattori che non dovrebbero esaurirsi nei prossimi mesi. (riproduzione riservata)