Lo scorso martedì 17 febbraio le celebrazioni per il Capodanno cinese hanno dato il via all’anno del cavallo di fuoco: animale che, secondo l’astrologia orientale, è simbolo di energia e cambiamenti intensi e repentini, anche se i suoi benefici non sono automatici. Il cavallo va domato, e per farlo serve mettere da parte l’individualismo e puntare sulla cooperazione.
D’altronde, da un po’ di tempo a questa parte la Cina è tornata a essere motore del cambiamento nel mondo: a cominciare dall’indiscussa leadership nei veicoli elettrici, senza dimenticare la concorrenza al tech Usa sull’intelligenza artificiale.
La sfida, a livello di mercati azionari, sarà quella di dimostrare al mondo intero che il Dragone è riuscito ad archiviare una volta per tutte la grande crisi immobiliare iniziata nel 2021 e i cui effetti si sentono ancora oggi. Basti pensare che un investimento indicizzato nell’Msci China in euro negli ultimi cinque anni avrebbe perso quasi il 28%, e negli ultimi dodici mesi sarebbe in positivo appena del 6%.
Una situazione che sembra premiare i gestori attivi: la classifica Fida in basso, che riunisce i dieci migliori fondi ed Etf per performance da inizio 2026, vede al suo interno un solo comparto passivo.
La performance media dei comparti sfiora il 7% da gennaio, per passare al 23,7% a un anno e scendere al 18% su una prospettiva triennale. Il tutto con commissioni medie piuttosto elevate, pari all’1,47% annuo.
Un rischio importante per chi vuole esporsi alla Cina è la volatilità, come spiega l’analista finanziaria di Fida Monica Zerbinati. «Le volatilità a tre e cinque anni restano stabilmente sopra il 20%, segnalando come l’instabilità non sia una fase congiunturale ma una caratteristica intrinseca di questi mercati».
In questo contesto, aggiunge l’esperta, «le differenze tra fondi ed Etf risultano meno rilevanti del previsto: gli Etf mostrano una maggiore linearità dei rendimenti mentre i fondi, pur beneficiando di una gestione attiva, hanno registrato negli ultimi anni drawdown (differenza tra un punto di massimo e uno di minimo, ndr) più profondi, senza una corrispondente remunerazione del rischio».
Ci sono vari modi per investire in Cina. T. Rowe Price punta sul mercato del Dragone con il comparto China Evolution Equity, che da gennaio rende il 9,1% con commissioni annue dell’1,7%. Wenli Zheng, portfolio manager del fondo, è interessato in particolare a tre aree di investimento.
Primo, «le catene di fornitura dell’AI», puntando anche «su aziende cinesi di medie dimensioni». Secondo, «i modelli di consumo basati su piattaforme: i consumatori più giovani, meno gravati da impegni immobiliari, continuano a spendere in categorie discrezionali accessibili e consumi esperienziali». E terzo, «alcuni settori tradizionali in cui la disciplina dell'offerta sta migliorando, ma evitando quelli con domanda e offerta in calo».
Un altro metodo consiste nel puntare su tutto il mercato, compresi Hong Kong e Taiwan. È il caso ad esempio di Invesco, con il comparto Greater China Equity (+7,9% nel 2026, costi del 2,25%). Corinna Lau, client portfolio director Asian equities, ritiene che il sentiment verso la Cina sia migliorato «anche grazie ai segnali di ulteriori misure di supporto politico e al rinnovato entusiasmo verso temi come l’AI, la manifattura avanzata e i consumi domestici».
Tre ambiti di investimento interessanti per la money manager. In particolare, per quanto riguarda la manifattura avanzata «i principali beneficiari includono veicoli elettrici, automazione industriale e settore farmaceutico».
Si può entrare in Cina anche esponendosi solo al mercato domestico, quello delle cosiddette A Shares. Con il comparto Sealand China A-Shares Franklin Templeton mette a segno da inizio anno una performance del 4,9% con costi annui dell’1,65%. Nichoals Chui, portfolio manager of China equity strategies di Templeton Global Investments, ricorda che «il mercato sta scambiando a circa 12 volte il rapporto prezzo/utili prospettico, che non è affatto eccessivo rispetto alla sua storia». Anche gli utili, aggiunge, «si trovano a un minimo ciclico, il che è favorevole per i rendimenti azionari in prospettiva».
A livello di settori, oltre al filone delle «soluzioni proprie per monetizzare l’intelligenza artificiale», Chui guarda con interesse ai titoli sanitari, «dove la Cina ha dimostrato di essere una fonte di innovazione a livello globale».
Anche Amundi punta sulle A Shares con il fondo China A Shares (+4,4% da gennaio, commissioni dell’1,5%). Nicholas McConway, lead portfolio manager del comparto, si concentra in particolare sulle opportunità a livello di valutazioni. «L’indice Csi 300 tratta a un rapporto prezzo su valore contabile intorno a 1,6, mentre il rendimento da capitale proprio (Roe, ndr) è in miglioramento dal 10% dello scorso anno a quasi l'11% di quest'anno, grazie alla continua ripresa degli utili». (riproduzione riservata)