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In quell’omelia c’è tutto Berlusconi
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In quell’omelia c’è tutto Berlusconi

16 giugno 2023, 20:00 Ultimo aggiornamento: 14 luglio 2023, 19:29

Le parole dell'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, pronunciate al funerale del Cavaliere descrivono in modo esemplare una vita imprenditoriale, politica e personale terminata in un letto del San Raffaele

Mi consenta, direbbe lui.

Ha senso, dopo il fiume di articoli, di programmi televisivi, di dichiarazioni pro (in maggioranza) e contro, per iscritto, on line, in radio e televisione? Ha senso scrivere ancora, oggi, a distanza di tre giorni dal funerale?

Sì, ha senso, in primo luogo pubblicare integralmente, senza inserimenti di commenti o pseudo spiegazioni, la bellissima omelia, non solo religiosa, ma anche puramente umana, dell’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini (il Papa dovrà farlo presto Cardinale anche per questo suo gesto).

Il testo dell’omelia

Eccola:

«Ecco l’uomo: un desiderio di vita, di amore, di felicità. Vivere. Vivere. Vivere e amare la vita. Vivere e desiderare una vita piena. Vivere e desiderare che la vita sia buona, bella per sé e per le persone care. Vivere e intendere la vita come una occasione per mettere a frutto i talenti ricevuti. Vivere e accettare le sfide della vita. Vivere e attraversare i momenti difficili della vita. Vivere e resistere e non lasciarsi abbattere dalle sconfitte e credere che c’è sempre una speranza di vittoria, di riscatto, di vita. Vivere e desiderare una vita che non finisce e avere coraggio e avere fiducia e credere che ci sia sempre una via d’uscita, anche dalla valle più oscura. Vivere e non sottrarsi alle sfide, ai contrasti, agli insulti, alle critiche, e continuare a sorridere, a sfidare, a contrastare, a ridere degli insulti.

Vivere e sentire le forze esaurirsi, vivere e soffrire il declino e continuare a sorridere, a provare, a tentare una via per vivere ancora. Ecco che cosa si può dire di un uomo: un desiderio di vita, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento. Amare ed essere amato. Amare e desiderare di essere amato. Amare e cercare l’amore, come una promessa di vita, come una storia complicata, come una fedeltà compromessa. Desiderare di essere amato e temere che l’amore possa essere solo una concessione, una accondiscendenza, una passione tempestosa e precaria. Amare e desiderare di essere amato per sempre e provare le delusioni dell’amore e sperare che ci possa essere una via per un amore più alto, più forte, più grande. Amare e percorrere le vie della dedizione. Amare e sperare.

Amare e affidarsi. Amare ed arrendersi. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di amore, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento. Essere contento. Essere contento e amare le feste. Godere il bello della vita. Essere contento, senza troppi pensieri e senza troppe inquietudini. Essere contento degli amici di una vita. Essere contento delle imprese che danno soddisfazione. Essere contento e desiderare che siano contenti anche gli altri. Essere contento di sé e stupirsi che gli altri non siano contenti. Essere contento delle cose buone, dei momenti belli, degli applausi della gente, degli elogi dei sostenitori. Godere della compagnia. Essere contento delle cose minime che fanno sorridere, del gesto simpatico, del risultato gratificante. Essere contento e sperimentare che la gioia è precaria. Essere contento e sentire l’insinuarsi di una minaccia oscura che ricopre di grigiore le cose che rendono contenti. Essere contento e sentirsi smarriti di fronte all’irrimediabile esaurirsi della gioia. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di gioia, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento.

Cerco l’uomo. Quando un uomo è un uomo d’affari, allora cerca di fare affari. Ha quindi clienti e concorrenti. Ha momenti di successo e momenti di insuccesso. Si arrischia in imprese spericolate. Guarda ai numeri a non ai criteri. Deve fare affari. Non può fidarsi troppo degli altri e sa che gli altri non si fidano troppo di lui. È un uomo d’affari e deve fare affari. Quando un uomo è un uomo politico, allora cerca di vincere. Ha sostenitori e oppositori. C’è chi lo esalta e chi non può sopportarlo. Un uomo politico è sempre un uomo di parte. Quando un uomo è un personaggio, allora è sempre in scena. Ha ammiratori e detrattori. Ha chi lo applaude e chi lo detesta. Silvio Berlusconi è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d’affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà. Ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio».

L’esperienza con Berlusconi

In secondo luogo, ha senso scrivere ciò che è stato solo accennato. Scrivere poche cose che nascono da un’esperienza diretta, da una conoscenza diretta.

Fino all’inizio del 1981, Berlusconi non aveva mai avuto una copertina, anche se era già noto. Gli proposi intervista e copertina per il numero di aprile di Capital. Accettò subito, ma fece un po’ di capricci per la fotografia: «Posso farla solo di sabato, perché così avrò un po’ meno di fatica sul volto». Va bene, Cavalier Berlusconi. «Ma deve venire anche lei, non solo il fotografo e chi mi intervista». Guardi, il sabato è impossibile perché devo portare al maneggio mio figlio Luca. «Porti anche Luca, io ho un cavallo bianco bellissimo».

Quell’intervista ha determinato la fortuna di due persone che, avendone evidentemente le qualità, sono diventate importanti nel sistema Italia: un grande banchiere e un ottimo editore. Letta l’intervista, nella quale Berlusconi diceva che chi aveva un’idea lo andasse a trovare, Ennio Doris, allora capo dei venditori di Dival-Ras, gli fece la posta nella piazzetta di Portofino, con sottobraccio la copia di Capital e accanto la dolcissima moglie: fu subito feeling nacque così prima Programma Italia e poi Mediolanum, in cui Ennio ha potuto essere, come voleva, «il medico del denaro». Un po’ più articolato l’approccio di Urbano Cairo, allora militare alla caserma dell’Aeronautica di piazza Novelli, a Milano, dove i militari il pomeriggio potevano uscire in borghese: ne abbiamo ovviamente riparlato in questi giorni, il contatto con la segretaria del cavaliere, Marinella, non fu né immediato né facilissimo, data l’esuberanza dell’attuale editore del Corriere della Sera; sta di fatto che quando Berlusconi lo incontrò e Cairo gli raccontò delle sue idee sulla pubblicità all’americana, fece immediatamente al giovane militare di piazza Novelli la proposta di diventare suo assistente. Il resto l’ha raccontato lo stesso Cairo in una intervista al suo Corriere, con una sensibilità in più rispetto all’editore impuro Francesco Gaetano Caltagirone, che, pur spiegando che faceva un’eccezione, ha tolto il mestiere ai suoi giornalisti e ha tessuto le lodi di Berlusconi direttamente nell’editoriale del Messaggero.

Il sentimento dei padri

Dopo quel sabato a Villa San Martino, ad Arcore, non è passata volta che abbia incontrato Berlusconi che, come prima cosa, non mi chiedesse di Luca. Grande conoscitore del sentimento dei padri. Tre legislature fa, prima delle elezioni, il direttore di Class Cnbc, Andrea Cabrini, gli chiese un’intervista. La condizionò al fatto che andassi anch’io ma con l’imperativo assoluto di portare anche Luca. Quando bussammo, intorno alle 9,30, alla porta di Palazzo Grazioli, a Roma, venne lui personalmente ad aprirci, in tuta da ginnastica. Non eravamo ancora dentro che, non rinunciando mai alla battuta, si rivolse a Luca: «Luca, mi dispiace, le ragazze sono andate via da poco». Quasi imperdonabile nella sua ricerca della battuta anche ardita, sempre attento a coltivare anche il mito che da solo gli ha creato la maggior parte dei suoi guai. Ma l’Arcivescovo di Milano lo ha assolto, per sicurezza, anche post mortem.

Era talmente, esasperatamente attento alla sua immagine, che quando (1986) con il vicepresidente e rettore della Bocconi, il professor Luigi Guatri, decidemmo di fondare Class Editori e di fare subito il mensile Class con lo slogan «dopo il capitale c’è la classe», gli chiesi un’intervista di copertina. Allora si accontentò di ricevere solo l’intervistatore, lo stesso di Capital, il bravissimo Galeazzo Santini, ma rinviò a tre giorni dopo la fotografia, con la giustificazione che non aveva tempo. Dopo tre giorni mi telefonò Marinella: «Il Cavaliere si scusa ma è dovuto partire. Non si preoccupi, vi sto inviando una sua bellissima foto». Quando la foto arrivò, ci trovammo con una immagine tutt’altro che consona a Class: iper-posata e iperleccata.

Avevamo letto che il giorno prima di partire (per una vacanza nella sua villa ad Antigua) era passato a salutare il Milan in ritiro precampionato. Non fu difficile trovare una sua foto. La scontornammo e usammo quella al posto dell’altra inviateci da Marinella. Nella prima era tutto azzimato, visto che, come al solito, anche nella circostanza aveva sicuramente appresso la truccatrice e pettinatrice; in quella fatta nel ritorno del Milan era nature, quindi vero. Quando arrivò la copia staffetta di Class gliela mandai. Pur nella sua infinita gentilezza e cortesia, per qualche mese mi schivò.

La cura dell’immagine

Ecco, se devo trovare un difetto sicuro del presidente Berlusconi, lo si trova in questa esasperante cura della sua immagine. Ne parlai con Fedele Confalonieri: mi disse di perdonarlo, doveva avere pur qualche difetto. Difetto strettamente connesso alla sua ricerca esasperata di piacere, in primo luogo alle donne. Nel giorno del funerale, Rai1 ha rimandato in onda l’intervista, cattiva, fatta a Berlusconi da Giovanni Minoli per Mixer. Domande appunto cattivissime, perché aveva da poco annunciato che si candidava alle elezioni. Minoli, con abilità, scese anche sul campo personale, con la domanda: Qual è il suo ideale di donna? Risposta bruciante: Mia moglie.

Ma gli episodi e gli aneddoti potrebbero essere lunghi tre volte lo spazio di O&T. Vale la pena di dire, con estrema trasparenza, il mio giudizio, il giudizio di MF-Milano Finanza su colui che, a oggi, è stato più a lungo a capo di un governo dell’Italia.

I suoi collaboratori

Chi è uomo non può non avere difetti. Berlusconi ne ha avuti mediamente come tutti gli uomini, per riprendere il concetto dell’Arcivescovo Delpini: un uomo. Ma qual è stata la sua qualità migliore? Saper scegliere collaboratori e uomini validi. E la conferma non sono solo Doris e Cairo. Ce n’è una assai più importante, che ha fatto guadagnare molta credibilità all’Italia. La scelta del primo governatore della Banca d’Italia nominato dal governo, in base alla legge varata dopo le dimissioni di Antonio Fazio.

Era piena estate e c’era il rischio che la scelta del governatore fatta dal presidente del consiglio, facesse, per così dire, cadere l’aureola di indipendenza che aveva sempre contraddistinto i governatori di via Nazionale perché scelti dal direttorio della stessa banca centrale.

Molti, da sinistra, erano pronti a sparare sulla scelta. E c’era il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, che aveva precise idee o comunque la volontà di decidere per competenza. Berlusconi dribblò tutti e si affidò al giudizio del banchiere che meglio conosceva Bankitalia e le persone più adatte: il cofondatore di Banca di Roma poi Capitalia, Cesare Geronzi. La sua indicazione fu univoca e in piena estate (l’avventura nel mare di Porto Cervo l’ho già raccontata), Geronzi accompagnò a Villa Certosa l’ex-direttore generale del tesoro e allora felice e ricco deputy chairman di Goldman Sachs, Mario Draghi. Fu subito intesa (e il prof. Draghi non ha mancato il funerale). Sfidando l’incavolatura di Tremonti, Draghi divenne il primo governatore della banca centrale nominato appunto dal governo, ma più precisamente dal capo del governo. Ma il lavoro di Berlusconi a favore di Draghi in Europa (in Usa Draghi aveva saputo fare da solo, essendo stato anche membro della Banca Mondiale) fu importante e al momento della scadenza del presidente francese Jean-Claude Trichet, nell’ottobre 2011, un mese prima delle dimissioni del suo quarto e ultimo governo, Berlusconi, con l’appoggio di Angela Merkel, fece arrivare alla Bce, a Francoforte, l’italiano che ha fatto uscire l’Europa dalla più grave crisi economica del dopoguerra. Era la conferma, che sia pure grazie alla segnalazione di Geronzi, il talento spiccato di Berlusconi è stato in primo luogo nella scelta degli uomini. A parte gli insuccessi sul suo successore, prima Gianfranco Fini, che lo tradì e poi Angelino Alfano che fece altrettanto. Probabilmente anche perché tutti intuivano che comunque avrebbe continuato a comandare lui. E così la sua più grave mancanza, dopo i due fallimenti, è stata quella di non scegliere il suo successore neppure per Forza Italia. Ma come ha detto mirabilmente l’Arcivescovo Delpini, anche lui era un uomo.

Il decreto Capitali

P.S. Giovedì 15, per la prima volta, è successo che Assonext, l’associazione delle pmi quotate al mercato Euronext growth Milano (e non Milan, come amano dire i capi della borsa pseudoeuropea) sono stati ascoltati dal Parlamento nell’ambito della discussione sul Decreto capitali. E l’associazione presieduta da Giovanni Natali non ha esitato a dire che se l’obiettivo è non di avere 194 pmi quotate ma migliaia, va usata la leva fiscale, per le società che si quotano e per chi ne acquista le azioni. Solo così può essere indirizzato allo sviluppo delle pmi italiane l’enorme risparmio degli italiani, che oggi finisce per il 75% a finanziare le economie straniere. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai



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