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In Europa tornano tamburi di guerra sul debito italiano
Orsi & Tori Leggi dopo

In Europa tornano tamburi di guerra sul debito italiano

28 aprile 2023, 21:01 Ultimo aggiornamento: 22:54

Le prime bozze del nuovo patto di stabilità UE e i giudizi problematici di agenzie di rating e grandi banche internazionali sulla qualità del debito pubblico italiano devono essere affrontati di petto, con un’azione straordinaria che mostri all’estero che il paese ha capacità di sostenere i suoi impegni | Moody’s, agguato all’Italia. Minaccia un taglio del rating e il Btp sale al 4,4% | Banche, ora Villeroy e Knot (Bce) temono la fuga dagli sportelli innescata dai social media. Liquidità, allo studio nuove regole | All’Europa e all’Italia non serve un nuovo Patto di Stabilità ma l’Unione Fiscale | Mes, Lagarde (Bce): la ratifica dell’Italia aiuterebbe tutti | Btp vincenti nonostante Moody’s e le agenzie di rating. Ecco perché

«I Btp a rischio spazzatura-Moody’s minaccia l’Italia». «Moody’s: troppo debito in Italia». «Goldman Sachs scommette contro i Btp». «La Germania attacca sul debito: nel nuovo patto di stabilità serve un taglio almeno dell’1% all’anno». «Nuovo patto di stabilità, la mediazione di Gentiloni frena le richieste di Berlino. L’incognita Moody’s».

Potrei andare avanti con altre decine di titoli che in questi giorni hanno riportato all’attenzione degli italiani (speriamo anche dei governanti e politici italiani) il vero cancro del paese. Un cancro che sembrava non esistere più perché era stato sovrastato dal Covid. E perché con grande abilità, preventiva, il presidente del consiglio Mario Draghi, in coerenza con il suo «tutto ciò che serve» di liquidità da immettere da parte della Bce, come capo del governo e con l’Italia che stava crescendo più degli altri paesi, aveva battuto sul fatto che il problema era il denominatore e non il numeratore, appunto insistendo sulla crescita del pil e molto, molto meno su quella cifra che indica l’enorme debito italiano in assoluto (2.801 miliardi alla fine di giovedì 27 aprile). Insomma per temperamento, situazione contingente e ottimismo, Draghi puntava a sconfiggere il pericolo debito con una forte crescita del pil, sì da ridurre con il denominatore il rapporto con il moloch dello stock di debito pubblico.

La corsa del debito pubblico italiano

Chi volesse consultare il sito dell’Istituto Leoni potrà vedere in tempo reale la velocità con la quale il debito pubblico italiano cresce. Scrivono gli economisti dell’Istituto Leoni: «Sebbene il dibattito pubblico non possa prescindere da questo dato, è spesso difficile “visualizzare” cifre tanto grandi. Con questo “orologio”, l’Istituto Bruno Leoni vuole rendere accessibile a tutti la mostruosità del nostro debito pubblico, che poi dà la misura sia dell’irresponsabilità della nostra classe politica, sia degli oggettivi vincoli di finanza pubblica a cui il nostro paese deve sottostare. L’orologio aggiorna ogni 3 secondi la nostra stima dello stock di debito, che si basa sui rapporti mensili della Banca d’Italia.

In questo modo vogliamo aiutare i cittadini a capire cosa si intende, quando si dice che siamo gravati di un debito pari a circa il 151% per cento del prodotto interno lordo. Per rendere il concetto ancora più chiaro, basta considerare, per parlare di cifre storicizzate, che questo debito a 13 cifre equivaleva a circa 45 mila euro per ogni italiano alla fine del 2021, inclusi neonati e ultracentenari. Sempre nel 2021, in media, il debito è cresciuto di un importo pari a circa 3.300 euro ogni secondo, più di quanto guadagna una famiglia media in un mese».

E la corsa non si è fermata. E Moody’s e Goldman Sachs, come dimostrano i titoli di apertura, hanno di nuovo suonato l’allarme. Che per moltissimi italiani ha il valore di un risveglio nella realtà. Non certo per i lettori di queste colonne, perché volentieri da anni corriamo il rischio di essere considerati monomaniaci sulla necessità del Taglio del Debito pubblico.

Il numeratore e il denominatore del debito/Pil

Non critichiamo Draghi per la sua scelta di sdrammatizzare, appunto ragionando sul denominatore, cioè sulla crescita del pil. Se lo è potuto permettere per più motivi:

1) perché il Covid aveva bloccato l’Unione europea e in particolare i tedeschi sull’applicazione del patto di stabilità;

2) perché sullo slancio dell’iniezione di capitale pubblico dopo la punta al ribasso provocato dal Covid, il pil dell’economia italiana era salito più degli altri paesi e quindi si poteva dire che il rapporto debito/pil migliorava. Ma questo periodo straordinario è finito. Per di più la guerra della Russia all’Ucraina e le sanzioni conseguenti hanno creato anche all’economia italiana tutte le difficoltà che conosciamo e che si sono tradotte in crisi bancarie, per fortuna in altri paesi. Ma se si ricorda che la grande depressione del 2008 ebbe inizio con il fallimento della Lehman Brothers, certo non si può stare tranquilli neppure sul fronte della congiuntura globale, nonostante la solidità delle banche italiane.

In questo contesto, non solo i falchi tedeschi che hanno il rapporto debito/pil al di sotto del 70%, ma anche gli altri paesi cosiddetti frugali vogliono che si riattivi il Patto e che appunto, come minimo, il debito scenda almeno dell’1% all’anno.

Il nuovo Patto di Stabilità in Ue

È quindi allarme rosso, nonostante l’impegno di Paolo Gentiloni, che, come commissario europeo per l’economia, ha la possibilità di difendere l’Italia da situazioni come quelle della Grecia, del resto l’unico paese della Ue che sta tuttora peggio dell’Italia nel rapporto debito/pil: oltre il 180%. Se il debito pubblico pro capite degli italiani è, come abbiamo visto di più di 45 mila euro, ogni tedesco ha idealmente un debito di circa 25 mila euro, cioè quasi la metà di ciò che grava su ciascun italiano.

Il nodo del Mes e l’opposizione dell’Italia

Finora l’Italia a Bruxelles ha fatto melina sulla riattivazione del Mes, il meccanismo europeo di stabilità, che è prevista per il 2024, non approvando lo stesso testo nuovo del Mes con l’obbiettivo di bloccarlo, visto che nella Ue su molte decisioni è necessaria l’unanimità. L’Italia è l’unica che finora non ha approvato il nuovo Mes, anche nella speranza di negoziare meglio sul Patto. Basterebbe questo per qualificare il paese Italia e non solo il governo, o meglio i governi. E poi si reclama il miglior trattamento possibile per Pnrr.

Non ci vuole molto a capire che così non va proprio bene e il rischio paese sta tornando elevatissimo. Nessuno può contestare la ricetta Draghi che è stata rilanciata anche pochi giorni fa sul Corriere della Sera dal suo più fidato collaboratore, il professor Francesco Giavazzi. Certo che occorre puntare molto sullo sviluppo, cioè sul denominatore, ma non basta.

La crociata dei tedeschi intransigenti contro il debito pubblico

A questo punto della realtà europea, il governo tedesco, dove sì il presidente è socialdemocratico, ma la coalizione comprende verdi e soprattutto liberali che sono assolutamente intransigenti, si conduce la crociata contro il debito (anche per chiaro interesse concorrenziale delle loro aziende verso quelle italiane) facendo montare un clima di sempre maggiore sfiducia verso il paese, che ha la sua recentissima materializzazione nel giudizio negativo di Moody’s e nel consiglio di Goldman Sachs di non investire nei titoli di stato italiani, nonostante il loro succulento rendimento. E tutto ciò ha il suo risvolto sulla politica della Bce che ha cessato di iniettare liquidità proprio per la pressione, in primo luogo, della rappresentante tedesca nel comitato esecutivo , la professoressa Isabel Schnabel.

Questo giornale ha piena fiducia nelle capacità e nella lucidità politica del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, ma da solo non ce la può fare, specialmente dopo la defezione di molti deputati della maggioranza che hanno fatto il ponte d’aprile e hanno fatto andare sotto la maggioranza nella votazione di giovedì 26 del provvedimento sullo scostamento di bilancio per il decreto lavoro.

Occorre che il bravo, serio e lucido ministro Giorgetti presti bene l’orecchio non tanto e non soltanto alle prediche quasi maniacali di questo giornale, che da tempo invoca un taglio netto del debito da 150-200 miliardi attraverso la vendita dei beni immobili che lo stato ha girato agli enti locali, quanto alle dichiarazioni e disponibilità ripetutamente formulate dal primo banchiere italiano: il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha ripetuto non più tardi di due mesi fa la disponibilità della sua banca (la quale, inevitabilmente, verrebbe imitata da almeno altre due o tre grandi o medio grandi) a organizzare fondi di investimento immobiliari che acquisiscano dagli enti locali i beni che in esecuzione di una vecchia legge l’allora ministro Giulio Tremonti assegnò a comuni, regioni e province: caserme, palazzi, terreni.

Gli immobili pubblici per ridurre il debito

Non è dato sapere se dopo oltre 10 anni qualche ente locale abbia messo a frutto quelle donazioni. Ci provò l’allora sindaco di Firenze, Matteo Renzi, con la Fortezza da Basso e mi coinvolse perché, essendone amico, convincessi Renzo Piano a fare la ristrutturazione e riorganizzazione dell’enorme complesso ex-militare. Piano alla fine aveva accettato, ma una settimana prima dell’incontro Renzi mi chiamò per annullarlo: «Non se ne può fare più nulla, perché la Fortezza è stata assegnata in parte al Comune e in parte alla Regione, rendendo impraticabile qualsiasi progetto».

Mi scuso con i lettori perché conoscono a memoria questa vicenda, tante volte ne ho scritto, ma mi ripeto di nuovo nella speranza, fondata, che il ministro Giorgetti possa prendere la palla al balzo di Moody’s e Goldman Sachs per avviare la valorizzazione e la monetizzazione con fondi di investimento di immobili che giacciono senza nessun vantaggio o ricavo per gli enti locali, che concorrono per altro al debito pubblico italiano per circa 700 miliardi. A rendere più agevole il dialogo c’è ora il fatto che nuovo direttore generale del ministero è Marcello Sala, monzese, ex-vicepresidente di Intesa Sanpaolo con la certificazione di Giuseppe Guzzetti, che della banca è stato il patron.

Mettere a frutto il risparmio degli italiani

Se dovesse materializzarsi il progetto di Messina, sarebbe anche l’occasione per mettere a frutto una parte dell’enorme risparmio degli italiani, che è l’esatto opposto dell’enorme debito italiano. E tutti sanno della passione degli italiani per il mattone. È sicuro che se dovesse partire il progetto di Messina, anche altre banche come Unicredit, Banco Bpm, ma anche il gruppo Bper, senza contare il mondo assicurativo, non si tirerebbero indietro, passando dalla stabilità finanziaria del paese anche la loro stabilità futura.

Un grande progetto che potrebbe cogliere almeno tre obiettivi:

1) dimostrare al mondo che l’Italia ha patrimonio per ripagare il debito;

2) rilanciare, dopo i problemi del Superbonus, un grande progetto immobiliare italiano di recupero e valorizzazione, dando lavoro alle imprese edili che, come tutti sanno, sono un propulsore per molti altri settori economici;

3) soddisfare la fame che gli italiani hanno di investimenti nel mattone.

Non ci sarebbe da perdere un minuto.

* * *

I rapporti Italia-Gran Bretagna e la spinta inglese sul digitale 

Mentre la presidente del consiglio Giorgia Meloni incontrava il primo ministro inglese Rishi Sunak e firmava un Memorandum of understanding su problemi che vanno dalla sicurezza e difesa, all’energia, dal clima all’ambiente, alla migrazione (elemento chiave), all’economia e alla scienza, a Londra ha preso avvio un progetto governativo nell’ambito della scienza digitale che l’Italia non dovrebbe perdere un minuto a imitare.

Il governo del Regno Unito ha stanziato 100 milioni di sterline (114 milioni di euro) per creare una task force sull’intelligenza artificiale per rafforzare la competitività economica che la AI può favorire ma anche per mettere sotto controllo l’AI generativa, che i lettori sanno quanto sia ricca di opportunità e più ancora di rischi.

«Sfruttare in sicurezza il potenziale dell’intelligenza artificiale offre enormi opportunità per far crescere la nostra economia, creare posti di lavoro meglio retribuiti, e costruire un futuro migliore attraverso i progressi nella sanità e nella sicurezza», ha dichiarato il primo ministro Sunak mentre veniva annunciata la creazione della task force.

La task force britannica sull’Intelligenza Artificiale (AI)

Per aumentare la fiducia delle imprese e del pubblico nell’intelligenza artificiale, la task force collaborerà con tutto il settore della AI per garantire «uso sicuro e affidabile» dei modelli, sia su scala scientifica che commerciale. «Tutto ciò avverrà in conformità con le linee guida stabilite nel Documento AI pubblicato a marzo».

Vuol dire che già a marzo il governo inglese ha pubblicato un documento con le regole per la AI, inclusa quella generativa.

La task force riporterà direttamente al primo ministro e al segretario per la tecnologia e sarà guidata da un presidente nominato entro poche settimane.

Il fondo di 100 milioni di sterline fa seguito a un investimento di 900 milioni di sterline in un nuovo computer exascale (cioè in grado di calcolare almeno un quintilione, ovvero 10 alla diciottesima, operazioni Ieee 745 double precision al secondo, essendo questa una misura delle prestazioni del supercomputer) e in una struttura di ricerca capace di elaborare ciò che serve per la prossima generazione dell’intelligenza artificiale «sì da cogliere tutte le opportunità e da evitare tutti i rischi che la AI può offrirci per il futuro», ha affermato Michelle Donelan, responsabile del governo per la scienza, l’innovazione e la tecnologia. «Vogliamo mantenere il Regno Unito in testa al gruppo in questa fondamentale tecnologia».

E l’Italia? A parte l’intervento meritevole del garante della privacy sulle violazione di ChatGPT, silenzio assoluto. Oppure la presidente Meloni si è confrontata anche su questi temi con il primo ministro Sunak? Che lo abbia fatto o meno, è chiaro che la situazione debitoria dell’Italia ha anche effetti negativi sulle disponibilità per questi investimenti, mentre i cervelli anche più avanzati di quelli inglesi in Italia non mancano.

Per esempio, se la presidente Meloni non l’avesse voluto mandare a fare il ceo di Leonardo, Roberto Cingolani sarebbe stato ideale come capo di una task force per l’intelligenza artificiale. Ma basterebbe che il governo si consultasse con il professor Mario Rasetti per scoprire con chi comporre la task force. O si aspetta l’Europa perché mancano i soldi? In Europa gli altri paesi si sono già attivati, perché la competitività è fra gli stessi paesi europei.

Un’altra buona ragione per ridurre il debito in via straordinaria e avere le risorse per quella della AI che sarà, lo è già, la guerra senza armi dei prossimi 20 anni. Non solo per avere tecnologia competitiva ma anche per proteggere i cittadini e le istituzioni da quelli che, come fu per la fusione nucleare, sono i rischi drammatici del prorompente sviluppo dell’AI, generativa o non generativa che sia. (riproduzione riservata)



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