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Il primo atto del conflitto tra Trump e Xi Jinping è un modello di intelligenza artificiale
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Il primo atto del conflitto tra Trump e Xi Jinping è un modello di intelligenza artificiale

31 gennaio 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 20:04

Che cosa c’è dietro DeepSeek, il nuovo modello che permette performance analoghe se non migliori di quelle di ChatGpt ma senza essere altrettanto costoso e affamato di energia

Di società cinesi operative nell’intelligenza artificiale (AI) ce n’erano già più di una: per esempio quella di Alibaba, il gigante cinese dell’e-commerce, che di recente aveva rilasciato una nuova versione del suo Chatbot chiamato Qwen o più semplicemente QwQ. Eppure, non c’era stato nessun clamore e Open AI con il suo ChatGpt sembrava dominare il mercato anche delle altre AI americane, da Google in giù. Improvvisamente, su tutti i media è esplosa la notizia che la Cina è diventata più forte degli Stati Uniti nell’AI ed è cominciata una sorta di mobilitazione americana per segnalare i pericoli che ciò può creare. Ma in realtà che cosa è successo?

Che cos’è DeepSeek

Un fatto molto semplice: High-Flyer, una società di hedge fund nata nel 2015 ad Hangzhou e che aveva acquistato notorietà sfruttando l’informatica avanzata per analizzare dati finanziari, ha lanciato DeepSeek con un nuovo modello linguistico di grandi dimensioni (LLM), cioè una forma di intelligenza artificiale che analizza e genera il testo con 685 miliardi di parametri, quando Liana 3.1, vanto di Meta (Facebook) rilasciato a luglio, ha solo 405 miliardi di parametri.

Con questa realizzazione DeepSeek ha provocato una reazione quasi stizzita di Sam Altman, il capo di Open AI: «È relativamente facile copiare qualcosa che sai che funziona. È molto difficile fare qualcosa di nuovo, difficile e rischioso fino a quando non verifichi che funziona».

In realtà, tecnici meno invidiosi, hanno verificato che l’ultimo modello di DeepSeek ha surclassato tutti i rivali.

E il disappunto di Altman è anche il sentimento dell’amministrazione americana. Prima ancora che fosse eletto Donald Trump, già nel 2022, al produttore leader dei chip essenziali per l’AI era stato imposto dalla presidenza Biden di vendere ai cinesi solo chip meno potenti e meno adatti alla realizzazione di sistemi di AI. In più, sempre l’amministrazione Biden ha anche fatto in modo che la Cina non potesse disporre delle attrezzature per poter produrre direttamente i chip utili all’AI in quanto aveva minacciato sanzioni verso le aziende non americane che hanno rapporti con gli Stati Uniti.

Come era messa la Cina

In più le stesse aziende cinesi erano arretrate rispetto allo sviluppo degli LLM. La società cinese più avanzata in questo campo, Baidu, che aveva realizzato un LLM battezzato Ernie, non lo ha mai commercializzato per ragioni politiche ed è rimasto disponibile solo su invito da parte della società. Quindi finora il sistema Usa aveva potuto contare per l’affermazione di questo tipo di intelligenza artificiale sulla reticenza delle aziende cinesi, timorose per considerazioni di politica interna.

Ma il governo cinese non dorme e quando ha constatato cosa stava succedendo nel progresso tecnologico dell’AI ha addirittura incentivato lo sviluppo dell’AI generativa, chiedendo solo che gli operatori nazionali tenessero conto dei valori socialisti. La prima a reagire è stata Alibaba, che ha rapidamente lanciato il primo LLM, ma senza particolare successo anche perché utilizzava un open source dell’americana Meta. E Alibaba un anno fa è arrivata con l’ultima versione del suo Qwen, come aveva chiamato la sua AI, a poter riattare sia testi che immagini per poter allenare la sua AI.

La sorpresa è stata appunto la realizzazione da parte dell’hedge fund High-Flyer, che ha deciso di usare l’intelligenza artificiale per guadagnare di più nelle operazioni borsistiche, che gli hanno consentito di essere il fondo più performante della Cina.

Il legame tra finanza e tecnologia

A conferma ancora una volta che le attività finanziarie possono funzionare da molla per raggiungere nuove mete tecnologiche: e del resto anche OpenAI era nata con uno statuto in cui non era prevista la finalità di profitto. Un aspetto che in Cina viene ampiamente sottolineato. In realtà anche il fondo DeepSeek cinese ha adottato in partenza questa teoria, che ha il vantaggio di consentire la raccolta di fondi e di poter lavorare senza l’immagine di chi usa la tecnologia per fare soldi, ma già due anni fa la società cinese si è lanciata nell’avventura ben sapendo dove voleva arrivare: la creazione di un sistema di AI in un certo senso pro bono, ma con gli sviluppi possibili che hanno portato alla realizzazione di DeepSeek. Insomma, la novella di Open AI di lavorare per il bene pubblico è stata pari pari adottata anche dal fondo cinese.

Disponendo di potenza di calcolo, il Fondo ha progressivamente migliorato perché ha usato i chip per avere numeri precisi, mentre prima si accontentava di arrotondamenti per rendere il calcolo più semplice.

Questo percorso ha consentito a DeepSeek di migliorare progressivamente, con l’addestramento, il sistema base R1. E secondo i dati che è stato possibile acquisire, ha potuto realizzare l’addestramento del livello V3 del sistema con risparmi incredibili, che misurati in chip portano ad appena 2 mila chip contro i 350 mila che Meta ha in programma di usare per costruire una server farm. «I cinesi sono riusciti nell’impresa di realizzare l’attuale DeepSeek con un budget da barzelletta», ha commentato uno ex-dirigente di Tesla.

Non è una balla cinese

Secondo l’analisi approfondita di tecnici inglesi, DeepSeek ha la capacità di distribuire le attività su più chip e di farle partire quando quella precedente non è ancora conclusa, quindi risparmiando così enormemente sull’investimento in chip. Ed è questo il risultato più spettacolare perché, quando in tempi ravvicinati DeepSeek sarà utilizzabile anche dall’esterno della società, il prezzo a cui il servizio garantito mira è il 10% di quanto fanno pagare le altre AI generative.

È questa una balla cinese? Non sembra proprio perché in questi giorni, dopo aver pubblicato la versione R1, offrirà il servizio appunto a 1/10 di quanto costano servizi analoghi. Ci troviamo quindi di fronte a una guerra dei prezzi per l’uso da parte di terzi dei sistemi di intelligenza generativa. Naturalmente c’è chi è convinto che dietro questi prezzi ci sia il governo cinese, che in tal modo tende a conquistare il primato nel settore, che sembrava a tutti di pertinenza dei sistemi americani. Tutto è possibile, ma dal punto di vista dell’utilizzatore sono condizioni straordinarie e dalla Cina giungono informazioni attendibili che DeepSeek abbia preparato una serie di varianti più piccole, quindi più economiche ma anche più veloci.

Da fantastici imitatori, le due realtà di AI cinesi, Alibaba e DeepSeek, hanno scelto di usare lo schema di Meta e quindi di rilasciare licenze open source, il che vuol dire che chiunque può scaricare una AI definita Qwen per poi poter costruire la propria programmazione come si vuole, senza limitazioni né autorizzazioni specifiche. La soluzione è già attuata da tempo da Alibaba con la versione QwQ che sta per Questions with Qwen, che consente di scaricare ben 20 gigabyte e operare sui propri sistemi. Insomma, una scelta chiaramente politica che va a contrastare nettamente Open AI, il quale non è disponibile a rendere pubblici usi e meccanismi interni.

L’avvio di una rivoluzione

Un dato è certo: l’arrivo sul mercato di DeepSeek, tagliando i costi per gli utenti, ha già creato una rivoluzione che inevitabilmente e fortunatamente per gli utenti porterà a un uso massiccio dell’AI.

C’è chi dice che dei cinesi non c’è da fidarsi. In realtà i livelli raggiunti nel settore dalle aziende cinesi è in parte significativa il risultato della politica delle università americane, che sono zeppe di studenti cinesi, i quali, inevitabilmente, quando rientrano in Cina apportano al più grande paese del mondo un bagaglio di conoscenze che prima o poi si trasformano in asset per le aziende cinesi, le quali hanno così la possibilità di offrire AI a livelli di costi più bassi dei giganti americani, i cui valori di borsa sono stati pompati oltre ogni misura.

Il fronte del nuovo scontro Usa-Cina

È quindi un bene che ciò avvenga, insieme dell’avanzamento della tecnologia?

È un bene, ma per il clima che si è creato non soltanto per il ritorno alla Casa Bianca del presidente Donald Trump, la tecnologia non è solo un potenziale beneficio per tutta l’umanità: è anche e soprattutto un fronte fondamentale dello scontro che appare inevitabile. E non solo fra Usa e Cina, ma anche fra Usa ed Europa.

«Caro Paolo», mi scrive il maggior conoscitore italiano dell’AI, «hai visto che la guerra fra Xi e Trump è iniziata con l’AI? Di fatto la notizia di DeepSeek è tutta politica e di limitato interesse scientifico (dice solo che gli ingegneri cinesi sono un po' meglio di quelli americani); ma il fatto è che la Cina ha raggiunto gli Usa e potrebbe in un futuro prossimo superarli: tu ed io lo diciamo da un bel po'.... Il tutto dimostra solo la enorme fragilità e volatilità del mercato dell’AI. Ho già studiato l’algoritmo di DeepSeek e pur trovando nell’annuncio un trionfalismo eccessivo, penso che possa fare davvero meglio di ChatGpt e compagni».

A proposito di Standard Ethics

Parlare delle proprie attività ha sempre pro e contro, per quanto chi scrive ricerchi la maggiore obiettività possibile. Con consapevolezza di questo rischio, ritengo tuttavia necessario commentare una notizia che riguarda anche Class Editori. La notizia è stata pubblicata giovedì 30 sia su Il Sole-24Ore che su MF. Riguarda Standard Ethics, la più importante società di rating di sostenibilità non solo in Italia. Di Standard Ethics, Class Editori, che controlla il giornale che state leggendo, è il primo azionista. La notizia riguarda la valutazione di 43 banche non quotate, come titola Il Sole-24Ore, diretto da Fabio Tamburini, che considero il mio allievo più serio e preparato avendo cominciato con me a Capital e poi, due volte a MF-Milano Finanza, l’ultima come vicedirettore. «La società di rating sulla sostenibilità» scrive correttamente il nostro confratello e concorrente, «avvia una ricognizione su 43 banche italiane non quotate per valutare l’allineamento ai criteri di sostenibilità. Tra queste ci sono i gruppi di credito cooperativo Iccrea e Cassa centrale banca, a anche banche pubbliche come Mediocredito Centrale e l’Istituto di credito sportivo, fino alla Cassa di Ravenna, presieduta dal presidente dell Abi, Antonio Patuelli. Standard Ethics «osserverà la capacità delle banche non quotate di interpretare e semplificare i termini di sostenibilità per renderli funzionali ai rapporti con la clientela, fornitori e destinatari dei propri investimenti». Saranno valutate le qualità di comunicazioni pubbliche in ambito Esg risk management, governance, politiche, Esg per il credito e gli investimenti. E ancora: reperibilità di policy e codici etici nonché il loro allineamento le indicazioni internazionali. E poi in presenza di rating indipendenti forniti alla banca in conformità al costruendo albo Ue delle agenzie di rating Esg, Standard Ethics fa sapere che il report sarà pubblicato entro giugno, ma i dati saranno forniti in aggregato ma saranno registrati in vista di futuri rating unsolicited».

Grazie Fabio.

Ma a parte la correttezza de Il Sole-24Ore, nel pubblicare la notizia, ne approfitto per informare sulla nascita e lo sviluppo di Standard Ethics, che è nata a Londra 24 anni fa, per iniziativa di alcuni studiosi e sostenitori della materia. L’Europa non aveva fissato i criteri per fare la valutazione di sostenibilità, e quindi Standard Ethics ha composto il paniere di questi criteri, che ora stanno per essere adottati ed emanati dalla Ue, basandosi sui parametri di Onu, Ocse e appunto Ue. Proprio grazie all’iniziativa che ha anticipato le autorità europee, Standard Ethics ha già assegnato più di 1300 rating solicited e unsolicited. Varie banche italiane e società quotate, pari a un terzo del campione dei titoli che fanno parte dell’indice Ftse-Mib hanno da tempo richiesto i rating. Tra i rating unsolicited c’è per esempio JP Morgan, che si era proposta qualche anno fa di finanziare la Superlega di Calcio, che giustamente fu lasciata cadere perché avrebbe reso non sostenibili i campionati nazionali. A JP Morgan, Standard Ethics segnò un tempestivo downgrade e l’istituto dovette scusarsi pubblicamente, ritirando il suo apporto al progetto. Ma c’è un altro caso altrettanto significativo in positivo. Snam, la grande società del gas, quando era amministratore delegato Marco Alverà (che siede da sette anni nel consiglio di Standard&Poor) chiese il rating a Standard Ethics per certificare la correttezza della società ma anche per un interessante utilizzo; Snam stava infatti per emettere un prestito obbligazionario e fu inserito nel regolamento che, se il rating di sostenibilità avesse subito un downgrade, il rendimento delle obbligazioni sarebbe salito. A dimostrare che il rating di sostenibilità, come i rating finanziari di Standard&Poor o Moody’s, offre numerose possibilità di uso anche sul piano finanziario. Ma soprattutto, in un mondo che tende al degrado e che ha problemi di inquinamento non solo atmosferico ma anche sociale, il ruolo che una società come Standard Ethics può avere è veramente importante per le società, per gli azionisti per i cittadini, che aspirano a un mondo migliore. Siamo quindi orgogliosi di poter contribuire con Standard Ethics a questo miglioramento. (riproduzione riservata)



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