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Il portafoglio 60/40 funziona ancora? Le alternative con oro e materie prime
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Il portafoglio 60/40 funziona ancora? Le alternative con oro e materie prime

02 aprile 2026, 20:00 Ultimo aggiornamento: 03 aprile 2026, 15:58

La caduta di borse e obbligazioni delle ultime settimane mette in crisi il più classico dei portafogli pensati per unire rendimento e stabilità. Per gli esperti è il momento di rivedere l’allocazione: ecco come

Un tempo portafoglio pigro per antonomasia, pensato per contrapporre una sostanziale resistenza a ogni avversità di mercato, oggi il tradizionale mix 60% azioni 40% obbligazioni (il 60/40) è in seria difficoltà.

Il principio di questo portafoglio è semplice: un investitore individuale con un orizzonte di medio-lungo periodo che volesse ottenere un certo rendimento tenendo per quanto possibile sotto controllo rischio e volatiltà delle borse, potrebbe sfruttare a proprio vantaggio la tradizionale decorrelazione tra azioni e bond investendo in due soli strumenti finanziari indicizzati: un Etf sulle azioni globali e uno sui bond globali con copertura del cambio euro-dollaro (o in alternativa un Etf sui titoli dell’Eurozona in euro).

La fine del 60/40?

Ma lo scenario delle ultime settimane sta sparigliando le carte in tavola: la caduta simultanea di azioni e bond causata dalla guerra in Medio Oriente e dall’impennata dei prezzi dell’energia sta facendo venir meno la natura stessa del portafoglio 60/40 come «ancora di salvezza», riassume Gabriel Dabach, market analyst di eToro. In passato, evidenzia l’esperto, questo portafoglio «ha funzionato perché operava in un mondo dominato da shock di domanda, dove le banche centrali potevano intervenire tagliando i tassi e ristabilendo equilibrio. Oggi siamo nel quarto grande shock dal lato dell’offerta dopo Covid, Ucraina e dazi». Contro questo tipo di inflazione «la politica monetaria è uno strumento imperfetto, e in questo contesto il 60/40 smette di funzionare».

Questo primo mese di conflitto in Iran e crisi energetica evocano quanto successo nel 2022. In quell’occasione il mix 60/40, costruito con indici mondiali, «ha chiuso con una perdita di circa il 12%», ricorda Lorenzo Demaria, country manager per l’Italia di JustEtf. Di fronte all’impennata dell’inflazione successiva al blocco del gas russo in Europa dopo l’invasione dell’Ucraina le banche centrali sono state costrette ad aumentare rapidamente i tassi.

Questo da un lato «ha ridotto il valore attuale dei flussi di cassa futuri delle aziende, comprimendo le valutazioni e penalizzando i mercati azionari», riassume l’esperto. Dall’altro, «lo stesso movimento ha provocato una discesa diretta del prezzo delle obbligazioni, che si muovono inversamente ai rendimenti». Risultato: il portafoglio 60/40 non solo ha fallito nella sua missione, ma ha addirittura registrato una perdita a doppia cifra.

Il parallelo con gli anni Settanta

Anche nel 2026 lo shock arriva dal lato dell’offerta, in particolare dai prezzi dell’energia. Fattori cosiddetti esogeni, e che come tali non possono essere direttamente contrastati dalla politica monetaria.

Per analizzare la tenuta del portafoglio 60/40 nel tempo Demaria fa un parallelo con gli anni Settanta, quando l’inflazione è stata per dieci anni consecutivi superiore al 5%. Nei sei anni tra 1973 (grande crisi petrolifera successiva allo scoppio della quarta guerra arabo-israeliana) e 1978 solo due volte il portafoglio 60/40 ha registrato performance positive, e in ben due occasioni consecutive ha subito crolli a doppia cifra.

Nel corso di quella lunga fase di complessità, sottolinea il country manager di JustEtf, una possibile soluzione alla caduta simultanea di azioni e bond poteva essere ricercata negli asset reali. Come l’oro: come si nota nel grafico in basso, sia nel 1973 sia nel 1974 un portafoglio composto al 40% da azioni, al 30% da bond e al 30% da oro avrebbe battuto il 60/40 di 24 e 23 punti percentuali. E anche nel 2022 una quota del 30% di oro avrebbe contenuto le perdite al -7% contro il -12% del mix 60/40 classico.

Oro e materie prime: come usarli

Va ricordato, precisa Demaria, che l’oro negli anni Settanta era qualcosa di diverso rispetto a oggi, visto che «beneficiava della fine di Bretton Woods». Rimane però il fatto che «se lo scenario attuale dovesse essere caratterizzato da un’inflazione più persistente, l’integrazione di asset reali come oro e materie prime potrebbe contribuire a rendere il portafoglio più resiliente». Anche se queste soluzioni hanno un possibile effetto collaterale: migliorare la resilienza, ma con il rischio di rendimenti attesi inferiori nei cicli favorevoli al rischio.

Un’altra opzione, anche se più strutturata, potrebbe essere quella di costruire una versione semplificata dell’All Weather portfolio del supergestore Ray Dalio, composto da 30% azioni, 55% bond e 15% materie prime. Anche in questo caso, i risultati storici mostrano una maggiore stabilità: nel 2022 ad esempio anche questo mix avrebbe contenuto le perdite al -7%, «riducendo la vulnerabilità complessiva», evidenzia l’esperto.

La funzione delle materie prime

Anche la scelta tra il lingotto e un paniere diversificato di commodity può avere una sua rilevanza nella costruzione del portafoglio. Da una parte, il metallo giallo sta vivendo in queste settimane una fase di difficoltà dopo anni di corsa senza sosta, ma resta comunque, secondo Demaria, «uno stabilizzatore all’interno del portafoglio nei contesti caratterizzati da inflazione elevata e tensioni geopolitiche».

Dall’altra, le materie prime includono al loro interno anche quelle energetiche che hanno provocato gli ultimi shock inflazionistici. Sempre nel 2022, per esempio, l’indice Bloomberg Commodity in euro (dove le materie prime energetiche come petrolio e gas pesano circa un terzo del totale) ha guadagnato il 22%, mentre azioni e bond globali scendevano a doppia cifra. (riproduzione riservata)



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