Lo scorso 17 settembre è stato quotato sul Nasdaq l’Intelligent Livermore Etf: un comparto unico nel suo genere, che utilizza un algoritmo di intelligenza artificiale per costruire un portafoglio ispirato alle strategie dei grandi investitori. Uno su tutti: Warren Buffett. Praticamente l’AI è stata istruita per cercare di pensare come l’Oracolo di Omaha e gli altri guru degli investimenti. Dalla sua quotazione (l’Etf non è disponibile in versione Ucits per investitori europei) l’Intelligent Livermore ha perso il 3,3%. Nello stesso lasso di tempo le azioni di Berkshire Hathaway sono cresciute del 12,2%.
Morale della storia: un’intelligenza artificiale in grado di battere l’intuito di un supergestore come Buffett ancora non esiste. Ma che la strada intrapresa da Livermore Intelligent Etf sia tutt’altro che un caso isolato è un dato di fatto.
La storia ricorda un po’ quella dei primi computer pensati per giocare a scacchi contro gli esseri umani. All’inizio i programmatori li istruivano insegnando loro le strategie dei grandi maestri in modo tale che potessero imitare le loro mosse. Il supercomputer così pensato era fortissimo, certo, ma non più bravo del migliore tra gli umani.
Il cambio di paradigma è stato decisivo: anziché insegnare le mosse dei campioni i programmatori hanno spiegato al cervellone informatico le regole degli scacchi, impostando poi un automatismo tale per cui l’AI giocasse centinaia di migliaia di partite al giorno e così imparasse a giocare. Questo training accelerato ha fatto sì che i computer imparassero in pochissimo tempo a giocare al livello dei grandi maestri, e poi a superarlo.
Risultato: oggi molte partite vengono giocate con una modalità ibrida, un umano e una macchina insieme contro un altro umano e una macchina. L’essere umano da solo, per quanto capace, farà sempre più fatica a battere un’AI che può giocare milioni di partite in poche ore imparando dai propri errori e migliorandosi sempre.
Lo stesso vale per il mondo degli investimenti: che cosa succederà quando al supercomputer non verrà chiesto di imitare Buffett e gli altri guru, ma gli verranno insegnate solo le regole di base del mercato e poi gli verrà lasciato libero accesso per studiare ogni singola operazione avvenuta in borsa negli ultimi 150 o 200 anni, oppure ogni singola mossa messa in atto dai grandi investitori nelle varie fasi di mercato? La domanda è lecita e c’è già chi si è messo al lavoro per stimare l’impatto di questo fenomeno. La società di consulenza Deloitte, ad esempio, ha calcolato che entro il 2027 i sistemi di intelligenza artificiale diverranno la prima fonte di consulenza per gli investitori retail, con la prospettiva di crescere fino all’80% del totale già nel 2028.
Se da una parte l’industria tecnologica sta già lavorando in questa direzione, con l’obiettivo (nobile) di semplificare l’accesso al mercato dei piccoli investitori e di abbattere i costi, le questioni in sospeso rimangono tante. L’intelligenza artificiale sarà in grado di gestire l’emotività degli investitori o darà sempre il consiglio matematicamente ottimale nella data fase di mercato, a prescindere da chi ha davanti? E ancora: un supercomputer evoluto riuscirà mai ad avere l’intuito che porta un grande investitore a diffidare di una determinata azienda e magari a preferirne un’altra? Per ora la risposta è negativa e il tocco magico dei grandi guru degli investimenti si rivela ancora l’arma decisiva. Anche perché sui mercati, fino a prova contraria, prevedere il futuro è impossibile. Per un’AI come per un essere umano. (riproduzione riservata)