
Mercato. Maledetto e benedetto Mercato.
Senza Mercato borsistico e finanziario un paese capitalistico non può reggere, perché l’assenza di un vero Mercato genera le distorsioni che il presidente della Consob professor Paolo Savona ha spiegato con la sua impareggiabile lucidità anche alla commissione del Senato sul Disegno di legge Capitali.
Prima distorsione: il risparmio dei cittadini (e quelli italiani quanto a capacità di risparmio sono battuti solo dai giapponesi) va a cercare investimenti nei mercati esteri e precisamente il risparmio italiano va in strumenti esteri per il 75% del totale.
Seconda distorsione: per quella parte del risparmio che va sui conti correnti si chiede che sia adeguatamente remunerato dalle banche; ma se le banche, che in realtà offrono un servizio, lo remunerassero nella misura che si chiede, il circuito diventerebbe ancora più perverso, perché quel risparmio non andrebbe a cercare direttamente forme di investimento produttivo e questa funzione dovrebbe essere svolta totalmente dalle banche con la concessione di prestiti alle aziende. Non che le banche non debbano fare prestiti, ci mancherebbe: è il loro mestiere. Ma se ci fosse anche in Italia un Mercato benedetto, cioè una borsa vera, efficiente, non all’interno di un gruppo dove coesistono altri mercati nettamente più favorevoli fiscalmente e in termini di diritto rispetto a quello italiano, le aziende quotate o quotande non emigrerebbero e Milano non rimarrebbe solo una stazione di passaggio.
Voglio fare un esempio illuminante: a Firenze è nato da più di 20 anni El.En, la società leader nel laser. È quotata al segmento Star, ma uno dei suoi fondatori, Giovanni Masotti, mi ha detto: l’esperienza dello Star è stata importante, ma soprattutto per farci arrivare al vero mercato, il Nasdaq.
Aziende come El.En sono di altissima qualità e la specialità in questo caso è lo sviluppo e l’utilizzo del laser, ma in molti altri campi ce ne sono migliaia e migliaia, anzi decine di migliaia, senza esagerare. Ma non si quotano, non vanno a raccogliere risparmio, non solo per ragioni interne a chi le controlla, che quasi sempre è la famiglia fondatrice, ma invece soprattutto perché sono consapevoli che il Mercato in Italia è maledetto.
Terza distorsione: un Paese come l’Italia che non sa sviluppare un Mercato benedetto non può avere il pil che merita. E la proiezione di ciò è lo scarso, se non scarsissimo funzionamento della macchina pubblica, che è alla base della distorsione del drammatico debito pubblico, che, inevitabilmente, perché l’Italia non fallisca, ha costretto i governi (non capaci abbastanza) di offrire rendimenti dei titoli di stato nettamente superiori a quelli della media europea. Così non si è creata una cultura dell’investimento in borsa né dei cittadini né nel sistema bancario. Per anni le banche ordinarie, sotto l’effetto della crisi del 1929 e della legge del 1936, non hanno potuto fare anche la banca d’affari. Con la ulteriore deformazione che si è a lungo creato il monopolio di Mediobanca. È dovuto diventare ministro del tesoro Guido Carli, che senza bisogno di impiegare tutta la sua intelligenza e sapienza si è domandato: quale è il paese dominante in Europa? La Germania. E la Germania quale tipo di banca ha? La banca mista, cioè con licenza anche di investire in aziende, non solo di fare prestiti. Ha fatto quindi approvare questo modello, per essere pari in Europa, ma il retaggio organizzativo del passato ha resistito a lungo e sta ancora in parte resistendo.
È per tutto ciò che Savona, che prima ancora di presidente della Consob è un economista di rara competenza, formatosi alla Banca d’Italia come capo dell’ufficio studi con Carli governatore, può avvisare: il deficit pubblico è in salita, costituendo un grave pericolo per l’Italia. Bisogna tagliare il deficit senza frenare il prodotto interno lordo del paese.
La conclusione di questa analisi è incontestabile e per questo nella sua audizione il professor Savona ha risposto senza esitazione a quello che è diventata una battaglia tutt’altro che disinteressata dei giornali controllati da Francesco Gaetano Caltagirone che, insieme agli eredi di Leonardo Del Vecchio, spera di poter far breccia in Generali e Mediobanca. Savona non ha dubbi: il voto maggiorato, a parte che almeno per il raddoppio esiste già per chi possiede i titoli ininterrottamente per due anni, è assolutamente accettabile, ma a una condizione fondamentale: chi vuole esercitarlo per scalzare la maggioranza in essere ha il dovere di dichiarare in maniera inequivocabile, a garanzia di tutti gli azionisti di minoranza e di maggioranza, qual è il suo programma; che cosa intende fare se con il suo voto maggiorato prevalesse sulla ex-maggioranza. Sembra una cosa ovvia ma non lo è di fronte ad azionisti oggi di minoranza che hanno già deciso di spostare alcune loro società in Olanda, dove godono di vantaggi che in Italia per ora non ci sono, non ultimo quello fiscale.
Se è essenziale che si debbano introdurre riforme per il mercato dei capitali, come fa il decreto preparato in primo luogo da Federico Freni, sottosegretario al ministero dell’economia guidato con competenza da Giancarlo Giorgetti, altrettanto fondamentale è il taglio del debito pubblico.
La via, come sanno i lettori di MF-Milano Finanza, c’è. Il ministro Giorgetti è rimasto piacevolmente sorpreso dell’utile di quasi 500 milioni registrato dalla sgr Invimit (Investimenti immobiliari italiani), posseduta proprio dal ministero dell’economia per valorizzare gli immobili dello stato. Ma lo stato, che pure possiede oltre 3 milioni di ettari di terreni, ha da tempo passato agli enti locali una parte consistente del suo patrimonio immobiliare. La difficoltà, quindi, è quella di dover convincere comuni, province, regioni a mettere in vendita gli immobili ricevuti anni fa e che al momento sono essenzialmente un costo.
A pensare che la via per un visibile taglio del debito pubblico attraverso la vendita di immobili degli enti locali, che concorrono allo stesso debito pubblico con circa 450 miliardi di euro, è quella dell’ad di Invimit, Giovanna Della Posta, ma anche, come sanno già i lettori, è anche il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Il capo della prima banca italiana ha ripetutamente dichiarato di essere disponibile a creare fondi immobiliari locali da collocare fra clienti della banca in modo che gli investitori possano anche partecipare direttamente alla valorizzazione di caserme abbandonate (a Milano ce n’è una il cui perimetro è lungo centinaia e centinaia di metri), palazzi inutilizzati e con alto costo di manutenzione e forse anche terreni da valorizzare.
Che cosa aspetta il bravo ministro Giorgetti a dare un segnale a Messina e un via libera del suo ministero all’ad della Sgr immobiliare?
So che i lettori saranno un po’ annoiati da leggere su queste colonne notizie ripetute più volte. Me ne scuso, ma il nuovo, lucido allarme del professor Savona per il combinato negativo disposto del debito pubblico (che sfiora il 155% per cento del pil) e la mancanza di un mercato sviluppato, è un vero e proprio allarme. Allarme condiviso in un suo recente intervento a Firenze anche dal professor Federico Carli, nipote del grande governatore di Bankitalia, senatore e ministro. La tesi del professor Carli, non a caso, si combina perfettamente con il pensiero di Savona, che ha scritto la prefazione anche al più recente libro del giovane docente pubblicato da MF-Milano Finanza. Federico Carli ha ben spiegato come nel 1962 e nel 69, (in questo caso con il contributo di Savona) il governatore Carli, intervenne preventivamente, prima che ci fosse l’esplosione dell’inflazione. Nel 1962 l’intervento, attraverso la gestione dei tassi, ebbe pieno successo; nel ’69 la situazione era più complessa ma le decisioni del governatore evitarono una situazione come quella che si è determinata oggi, quindi accettabile.
Si dirà: allora ogni Paese aveva la sua moneta oltre che piena autonomia da parte della banca centrale. Vero. Ma oggi l’Europa ha una moneta unica e una banca centrale unica e quindi, se ci fosse coesione, anche ideologica fra i paesi membri, la gestione preventiva dell’inflazione sarebbe comunque possibile. Il fatto è che nella Bce oggi, con una personalità come quella di Christine Lagarde, molto condizionata dalla posizione e dall’ideologia tedesca, non c’è più il coraggio di andare contro Berlino come fece Mario Draghi nel 2008, non preoccupandosi del voto contrario del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. È vero, Draghi aveva l’accordo con la Fed, ma senza quell’atto di coraggio la crisi recessiva sarebbe continuata per anni. Oggi il verbo è, dopo anni di costo zero e di iniezioni poderose di liquidità, esattamente l’opposto. E l’intervento non ha anticipato il trend ma è avvenuto quando il ciclo inflazionistico era già in atto, accentuato dai fattori della guerra. La critica a Lagarde, da parte degli economisti monetari più qualificati, è che sia intervenuta in ritardo e con dosi, ma soprattutto parole eccessive. Non a caso il governatore, in prossima scadenza, Ignazio Visco ha fatto un recente intervento per invitare la Lagarde a misurare meglio gli interventi e a osservare i nuovi trend prima di continuare con scelte e parole pesanti.
Non a caso, per la sua abilità nel gestire le crisi inflazionistiche, Guido Carli fu definito in quegli anni da Panorama «Mister punta e tacco», essendo la sua guida simile a quella di un pilota campione di rally.
Non essendoci più un eccellenza come Guido Carli e neppure come Draghi, ma un consesso a Francoforte dominato dalla Germania, che ha un debito pubblico pari, in percentuale sul pil, meno della metà di quello italiano, è inevitabile che il Paese Italia affronti il problema con tre iniziative:
1) il taglio netto di almeno 200 miliardi di euro del debito con la cessione a fondi immobiliari italiani di parte degli immobili e dei terreni passati dallo stato agli enti locali;
2) ridurre le spese inutili affidando l’incarico specifico a un vice ministro o sottosegretario coordinabile dal ministro Giorgetti;
3) sviluppare il pil con lo stop all’investimento del risparmio italiano in titoli e fondi esteri, ma invece nelle attività produttive italiane. Quel risparmio che per il 75% è investito all’estero è uno straordinario serbatoio di sviluppo. Per indirizzarlo in Italia è essenziale che ci sia un Mercato benedetto e non maledetto come quello attuale.
Ben venga quindi il Decreto capitali, che contiene vari provvedimenti, soprattutto fiscali, certamente utili ma anche scelte pericolose per il consolidamento del Mercato benedetto: occorre grande attenzione su provvedimento dei voti maggiorati richiesto essenzialmente da chi, come Caltagirone nell’interesse forse degli eredi Del Vecchio, vuole da tempo mettere le mani su Generali e Mediobanca, chiedendo anche che sia cancellata una regola in vigore sui maggiori mercati internazionali, e cioè che il consiglio uscente non possa indicare una lista di candidati per il nuovo consiglio. In Generali e Mediobanca ci sono moltissimi investitori istituzionali, che magari vendono e comprano i titoli e che quindi difficilmente potrebbero usufruire del voto maggiorato. Ciò non toglie, come ha affermato in maniera inequivocabile Savona, che le eventuali nuove norme servano soprattutto a garantire chi è minoranza, come lo sono non solo Caltagirone e Del Vecchio (almeno finora) ma anche gli investitori istituzionali che mirano al rendimento e non al comando e quindi vogliono poter partecipare alla scelta del consiglio, anche attraverso il passaggio di mano da un consiglio in scadenza (se ha operato bene) a un altro consiglio di pari professionalità e con priorità perché la società faccia sempre più utili e cresca di valore.
Ma c’è anche chi notando la debolezza del Mercato ufficiale italiano, cerca di privatizzarla in modo più favorevole appunto ai cosiddetti private equity. Si sostiene che solo il 13% delle operazioni straordinarie di borsa hanno la forma del public M&A, ovvero offerte pubbliche lanciate su società quotate, e che si può spianare la strada a chi vuole uscire dalla borsa modificando la legge sull’Opa, anche consentendo a chi compra la maggioranza a un certo prezzo di non offrire lo stesso prezzo anche ai soci di minoranza. Certamente sarebbe un ottimo affare per avvocati e grandi e piccole banche d’affari, ma vorrebbe dire indebolire invece di rafforzare il Mercato ufficiale dove chi investe può vendere e comprare lo stesso giorno. Ciò che appare improprio è l’obiettivo di togliere dal mercato aziende quotate, anche se con poco flottante e poca negoziazione. Casomai occorre incentivare l’investimento in Borsa perché il Mercato italiano divenga benedetto. Oppure c’è l’idea che la Borsa pubblica vada abolita?
P.S. Chi ha letto l’intervista all’Avvocato Paolo Fresco, che in occasione dei suoi 90 anni ha raccontato la sua avventura alla ex più importante azienda del mondo, General Electric, e poi in Fiat, che ha contributo a salvare con il famoso contratto di put & call con General Motors, potrà aver notato una mancanza. Lo straordinario lavoro di Paolo su aziende italiane. Fra gli altri l’ha notato Mario Garraffo, per anni ai vertici delle finanziarie Agnelli e non solo. Ha colmato la lacuna con la lettera che segue:
Ho letto con vivo interesse la retrospettiva fatta da Paolo Fresco sulla sua carriera in GE e poi in Fiat. Complimenti a Paolo Fresco, sia per il suo compleanno, sia perché la sua fulgida carriera merita questo e altro!
Sono rimasto molto sorpreso, però, della mancanza di racconto sulla pietra miliare nella sua carriera e, per molti versi, per il processo di investimenti delle multinazionali in Italia. E cioè l’acquisto da parte di GE del Nuovo Pignone (NP), fortemente voluto e sponsorizzato da Paolo, e il cui successo è stato un fiore all’occhiello per lui, e un eccellente esempio per molti altri gruppi stranieri.
La trasformazione di NP, da provinciale (e passiva…!) subsidiary di Eni a Centro mondiale per la produzione di avveniristiche turbine per il pompaggio di oil & gas, è stato uno splendido esempio di come si potessero trasformare aziende con ottimi prodotti, ma non ben gestite, in clamorosi successi, grazie al know-how, sia di marketing che gestionale, proprio di importanti multinazionali.
Ultimo esempio è stato quello di Breda Ferroviaria, additata al ludibrio di tutti come fabbrica di enormi perdite e invece rifiorita sotto Hitachi e assurta a livelli mondiali, con nuovissimi prodotti, tra cui i treni a idrogeno.
Infine una piccola annotazione: nel 1998, Paolo aveva appena 65 anni (tale essendo il limite di età in GE, valido per tutti, incluso il mitico Jack Welch) e non 75 anni, come sembra di capire dal testo dell’articolo.
Grazie, anche per la correzione del refuso sugli anni di Paolo Fresco. (riproduzione riservata)