
Come ho scritto nella prefazione al libro, M L’importanza di chiamarsi Agnelli, autore l’ex avvocato di Margherita, Emanuele Gamna, e che ora Class Editori ha rimesso in vendita, Mayer Amschel Rothschild, il fondatore della dinastia, lavorava a Francoforte presso gli allora monopolisti della posta in Europa (la famiglia Thurn und Taxis) e aveva imparato che l’informazione era fondamentale per fare affari. Così come i suoi datori di lavoro, riusciva alla perfezione a dissigillare dalla ceralacca i plichi più importanti, con le informazioni più importanti.
William Avery Rockefeller, padre di John Davison, fondatore della grande fortuna dei petrolieri e banchieri americani, si definiva medico e sosteneva di aver inventato medicine per curare tutte le malattie, compreso il cancro. Suo figlio non esitò a definirlo un ciarlatano, ma i mezzi per partire verso la grande avventura petrolifera e poi bancaria vennero dall'attività del padre.
Giovanni Agnelli sr, fondatore della Fiat, nei primi anni di successo della casa automobilistica riuscì a liberarsi in maniera giudicata non trasparente di tutti gli altri soci che lo avevano finanziato, rimanendo il padrone assoluto.
Nelle fortune dei grandi capitalisti e delle grandi famiglie, all’origine c'è quasi sempre un lato oscuro. Poi le famiglie evolvono verso comportamenti più rispettosi della legge, diventano, per esempio i Rothschild, banchieri impeccabili, come sono i cugini Eric e David con ora il figlio Alexandre a capo del ramo francese e inglese, di nuovo uniti; o banchieri filantropi di straordinaria educazione e sensibilità come è stato David Rockefeller, per anni a capo della Chase Manhattan bank. Ma talvolta, di generazione in generazione, il gusto dei comportamenti, al limite od oltre la legge, ritorna.
Specialmente quando l'eredità della ricchezza e del potere non è scontata e le rivalità all'interno delle famiglie esplodono clamorosamente.
È il caso, come è ormai tutti i giorni sui media, degli Agnelli per l’eredità dell'Avvocato, omonimo nipote ed erede del fondatore. Il lato oscuro e quasi cruento riguarda appunto l’eredità di colui che per molti decenni è stato considerato il re d’Italia. Alla sua morte, nel 2003, la famiglia e i suoi consulenti riuscirono per un anno ad anestetizzare l’interesse dei media per la composizione e la destinazione dell’eredità, nonostante il fortissimo contrasto interno tra la figlia Margherita da una parte e la moglie Marella e il resto della famiglia dall’altra, compresi gli uomini di maggiore fiducia nei decenni, come Gianluigi Gabetti, il vero impeccabile salvatore della patria, e l’avvocato Franzo Grande Stevens.
Solo nel settembre del 2004, come anticipò MF-Milano Finanza pubblicando il testamento olografo dell’avvocato, si giunse a una apparente pace familiare, in cui l’autore del libro di Class Editori, appunto l’avvocato torinese Emanuele Gamna, giocò un ruolo fondamentale, rappresentando allora la contestatrice Margherita.
In quella pax venne decisa la spartizione di un patrimonio immenso, anche se non stellare, in buona parte formatosi negli ultimi anni, contrariamente a quanto si sarebbe potuto pensare, e ben superiore a quello che ufficialmente venne fatto trapelare. Il segreto ha continuato a essere ben custodito fino a quando Margherita non decise di compiere una sorta di harakiri con la volontà di contestare giuridicamente l'accordo stipulato in Svizzera con la madre, che per rispettare la volontà del marito di far essere suo erede a capo della catena di controllo e di potere del gruppo il primo nipote John Elkann, aveva accettato di girare tutti i beni più importanti e molta liquidità alla figlia in cambio delle quote (donate al nipote) della società semplice Dicembre, che ha il controllo dell'accomandita Giovanni Agnelli & C. e quindi di tutto il gruppo. Margherita, invece di essere orgogliosa che il suo primogenito continuasse la dinastia degli Agnelli, gli si rivoltò contro nell'interesse del secondo marito, Serge Pahlen, che, estromesso da un incarico formale alla Fiat Russia, in realtà voleva diventare presidente della casa torinese. Un attacco, quello di Margherita (in totale mamma di otto figli), inusitato per metodi, consiglieri legali, violenza verbale e scritta, che in questo libro vengono raccontati proprio dal legale di Margherita, l’involontario protagonista e artefice della pax. Come in un thriller americano, ricco però di spessore giuridico, sia pure e inevitabilmente di parte ma con ogni sforzo di oggettività, nel libro viene raccontato non solo il secondo tentativo di Margherita di mettere le mani sull'eredità del padre che non le era toccata, ma anche come si arrivò alla pax del 2004 con continui riferimenti alla storia della famiglia pseudo regale italiana, alle sue vicende più intime, alle sue tragedie e, con passaggi finora sconosciuti, l'altro (questo sì convenzionale) lato oscuro della vicenda, quello dell'origine della parte più consistente dell'eredità di Giovanni Agnelli.
Class Editori e MF-Milano Finanza hanno deciso di pubblicare allora e di rimettere in vendita ora il racconto e l'analisi dell'avvocato Gamna, che proprio nelle prime righe si autodefinisce evasore confesso, come i lettori potranno scoprire, perché, ha dichiarato l'autore, era stato liberato dalla stessa Margherita da ogni vincolo professionale e perché, quindi, attraverso il suo racconto il lettore ha la straordinaria e rara possibilità di vivere dal di dentro le vicende, più tragiche che liete, della famiglia più invidiata d'Italia. Ma anche di capire i meccanismi dei paradisi fiscali, del ruolo degli esecutori testamentari, di come non basti essere madre per gioire per i figli, anche se di due mariti diversi. E ancora perché il racconto conferma la sentenza del tribunale di Torino con cui sono andati assolti dalle accuse di Margherita un manager straordinario, Gabetti, che ha speso per decenni ogni sua energia per guidare con lealtà e competenza rara la barca del gruppo (fino a portarla in salvo, con la scelta di Sergio Marchionne, alla morte di Umberto Agnelli, il cadetto dell’Avvocato), e un professionista di altissimo spessore come Grande Stevens, che da sempre ha aiutato con i suoi consigli la famiglia a non naufragare. E, infine, perché la vicenda dell'eredità Agnelli dovrebbe essere di ammonimento per ogni famiglia che conta, anche nella scelta di un capo unico, indispensabile, per la guida di ogni azienda. E il giovane Yaki, come i fratelli e il nonno hanno soprannominato John, finora aveva dato esempio di equilibrio, serietà e anche rispetto nei confronti della madre, non scendendo mai nel diverbio nonostante la sofferenza che confessa per il non essere amato come figlio ma solo invidiato come erede designato e oggi insediato ai vertici del gruppo.
Qual è il risultato di una storia legale giudiziaria, non unica anzi frequente quando si parla di eredità, come quella messa in scena da Margherita Agnelli, la signora M come ama chiamarla l'autore? All’epoca, una transazione di 100 milioni con il fisco italiano (come anticipato da MF-Milano Finanza nel settembre 2009) da parte dell'accomandita Giovanni Agnelli & C., Marella (in larga parte) e Margherita (quest’ultima per la miseria, se si pensa alla consistenza dell'eredità, di una ventina di milioni di euro). Ma anche un'indagine in corso della procura di Milano per tentata estorsione e che i pm milanesi stavano e stanno coltivando, grazie alle confessioni di Margherita, alla caccia del patrimonio nel Liechtenstein non noto lasciato dal padre, e, soprattutto, un'immagine ormai riportata ai suoi modesti contorni dell'Avvocato Agnelli e di quasi tutti i rami della famiglia. La cronaca quando si avvia a diventare storia non perdona.
È bastato che Margherita scegliesse come avvocato il durissimo avvocato milanese, Dario Trevisan, perché a distanza di più di 10 anni tutto tornasse in discussione. E come potrebbe succedere ed è successo anche all’interno della vasta dinastia dei Rothschild, dove i probi e bravissimi Eric, David e il figlio di quest’ultimo, Alexandre sono stati attaccati da Ariane, la moglie del biscugino, defunto, Benjamin, figlio di Edmond, di cui conosco bene la storia per la passione comune per la produzione di vino di qualità (costituimmo molti anni fa la Compagnie Vinicole Conseil per l’importazione in Italia delle barrique, le piccole botti francesi dove il vino invecchia meglio). Edmond era figlio di Maurice, che si era staccato dai cugini di Parigi, durante la guerra, trasferendosi a Ginevra per evitare le persecuzioni razziali ed aveva aperto una sua banca, la Banque privée, senza però la possibilità di chiamarla Banque Rothschild e senza la possibilità di essere banca d’affari ma solo di gestione. Ciò che non era mutato era la partecipazione azionaria in Chateau Lafite, anzi la singola maggiore, ma che non gli dava nessun potere gestionale essendo larga minoranza, visto che più o meno tutti i Rothschild francesi sono soci nel grande Chateau, peraltro da sempre sotto la gestione di Eric e ora di sua figlia Saskia, ex giornalista al New York Times. Per questo Edmond aveva fondato un’altra azienda vinicola, Chateau Clarke. A cambiare questa realtà fu il primo mandato di presidente della Francia di François Mitterrand. Infatti, per salire al potere dovette avere l’aiuto del Pcf, il partito comunista francese, che gli impose una sfilza di nazionalizzazioni, in primo luogo le banche e quindi anche la Banque Rothschild con tutte le sue partecipazioni, fra cui anche attività industriali e minerarie che non marciavano particolarmente bene. Ciò permise a David ed Eric di ripartire da zero con una nuova banca e a Edmond di inserire il nome Rotschild nella banca di Ginevra, chiamandola Banque Privée Benjamin et Edmond de Rothschild. Questi accadimenti, la bravura di Eric e David, oltre alla morte improvvisa e cruenta dell’erede designato della banca inglese NM Rothschild & Sons, hanno portato alla fusione fra la banca di Parigi e quella di Londra, ma anche a uno sviluppo della banca di Edmond nonostante le difficoltà del figlio Benjamin, soprattutto con l’arrivo in famiglia della moglie Ariane, che alla morte di Edmond ha preso le redini della banca di Ginevra e quando la Banca di Parigi-Londra ha aggiunto all’attività di banca d’affari quella di gestione con l’acquisto di importante gestore francese, Ariane ha preso, per così dire, il fucile, sostenendo che la gestione patrimoniale era di pertinenza di Ginevra e che quindi la denominazione doveva essere mutata. Ha vinto la causa e Parigi ha dovuto chiamarsi Rothschild & Co. E poi è partita all’attacco concorrenziale anche sul vino, attuando una espansione in Spagna, dove ha costituito una joint venture con Vega Sicilia.
Ho descritto quanto è successo nel gruppo Rothschild, che è sicuramente fra i più rilevanti al mondo. Ma mai si era arrivati a una guerra come quella di Margherita contro i figli di primo letto in Italia, in Svizzera e in Liechtenstein, per il controllo di ciò che resta dell’ex-gruppo Fiat. La battaglia sarà lunga e cruenta. Per capirla meglio occorre risalire a oltre 10 anni fa quando è iniziato lo scontro, nel racconto dell’avvocato Gamna della stessa Margherita contro John, Lapo e Ginevra.
Ma le sanzioni contro la Russia servono? È la domanda che si pongono in primo luogo gli Usa prima che la campagna per le presidenziali entri nel momento cruciale. In realtà, la risposta americana è sempre più vicina al giudizio che non servono. Non solo perché il presidente che le ha poste per primo, Barack Obama, ha fatto una sorta di ammenda sul tema, come sanno i lettori di O&T, in occasione del suo discorso di più di un anno fa all’Università di Stanford, l’ateneo di fatto della Silicon Valley. All’epoca l’ex-presidente Obama concluse che quelle sanzioni apparentemente a favore dell’Ucraina avevano determinato un radicale cambiamento dei rapporti fra Russia e Cina, diventati improvvisamente amici dopo anni di inimicizia. Due giorni prima della morte del dissidente Alexei Navalny, l’Europa aveva annunciato il tredicesimo round di sanzioni contro la Russia. Chi sperava che le sanzioni isolassero la Russia e le ponessero seri problemi economici sembra essersi sbagliato, proprio perché le stesse sanzioni non fanno che rafforzare il rapporto di alleanza con gli ex-nemici cinesi. Occorrerà quindi che anche la Ue rivaluti la situazione e si sforzi di trovare la via di un negoziato che faccia finire la guerra contro la Ucraina, che dura ormai da due anni. (riproduzione riservata)