Nel panorama degli strumenti dedicati al sostegno delle piccole e medie imprese quotate italiane si affaccia il Fondo Nazionale Strategico Indiretto (Fnsi), una nuova iniziativa che punta a rafforzare il mercato azionario domestico attraverso un mix di capitali pubblici e privati. E’ un veicolo introdotto dal Mef attraverso Cdp e potrà mobilitare fino a 1,5 miliardi di euro.
Opera come un fondo di fondi, investendo in comparti chiusi di nuova costituzione, con una quota massima del 49% detenuta da Cdp e il restante 51% da investitori istituzionali privati, come fondi pensione, casse di previdenza, istituzioni finanziarie, compagnie assicurative, fondazioni. Almeno il 70% degli investimenti di questi fondi sarà destinato a pmi italiane quotate, un bacino che comprende circa 320 società. o in procinto di quotarsi, non del settore finanziario ed escluse dal Ftse Mib, con un’attenzione particolare a Euronext Growht Milan (Egm), il segmento di Borsa italiana delle piccole e medie imprese. Pensato per intercettare il risparmio istituzionale di lungo periodo, lo strumento si colloca a metà strada tra Pir ed Eltif, con l’obiettivo di aumentare liquidità, valorizzare le pmi quotate e favorire nuove ipo.
Sarebbero una ventina le società finanziarie italiane che avrebbero sottoscritto con il Mef l'accordo per poter operare all'interno del Fnsi con il lancio di un proprio veicolo. I primi operatori italiani autorizzati da Consob sono cinque italiani (Algebris Investments, Arca Fondi Sgr, Equita, Eurizon, Generali Am) e uno estero (Amundi). I gestori delle cinque realtà tricolore (Giorgio Bortolozzo, head of equity investments di Arca Fondi Sgr, Matteo Ghilotti, ad di Equita Capital Sgr, Luca Finà, head of active equity di Generali Am, Luca Mori, portfolio manager di Algebris Investments e Francesco De Astis, responsabile azionario Italia di Eurizon), si sono confrontati su Class CNBC sulle prospettive dello strumento, sull’interesse degli investitori, ricordando che è un veicolo che si rivolge agli istituzionali, sui criteri di selezione delle aziende e sulle attese di rendimento. Partendo dalle differenze rispetto a Pir ed Eltif.

Domanda. Cosa cambia per le pmi? In cosa il Fnsi è diverso?
Ghilotti. La differenza rispetto ai Pir prima maniera è netta. I Pir del 2016–2017 potevano investire in larga parte sulle blue chip italiane, e solo circa il 21% era destinato alle pmi. Qui invece il focus è sulle pmi: almeno il 70% deve essere investito in questo universo. È un modo per rivitalizzare un segmento che ha sofferto: tanti delisting e poche ipo tra le società da 200 a 500 milioni di euro di capitalizzazione.
Bortolozzo. Aggiungo che è un’iniziativa che rimette l’accento su un segmento – le small e mid cap italiane – che negli ultimi anni è stato un po’ dimenticato, soprattutto dagli investitori internazionali. Non per mancanza di qualità delle aziende, ma per mancanza di attenzione. Il fondo muove risorse importanti, tra 700 milioni e 1,5 miliardi, e coinvolge operatori professionali specializzati su questo segmento. L’obiettivo è creare un volano positivo: più attenzione, più liquidità, più capitali pazienti sulle pmi quotate.
Finà. Rispetto a strumenti passati, parliamo di fondi specializzati, con risorse nuove che entrano su un’asset class finora poco presidiata da molti investitori istituzionali.
Mori. Per costruzione è più centrato sulle mid cap: il 70% fuori dal Ftse Mib significa molto più peso sul cuore delle piccole e medie imprese quotate rispetto ai Pir, e meno enfasi sulle micro-cap rispetto agli Eltif focalizzati fino a 500 milioni di capitalizzazione.
De Astis. Ritengo che al di là della novità tecnica, si tratta di un intervento strutturale sul mercato azionario italiano. Mira a migliorare in modo stabile la liquidità delle pmi quotate, riducendo la dipendenza dagli investitori esteri e aumentando la presenza di investitori domestici nel flottante, come già avviene in Francia o Germania. L’obiettivo di raccolta, fino a 1,5 miliardi, si confronta con un flottante delle pmi quotate intorno ai 50 miliardi: significa incidere per il 3–4%, con l’ambizione di innescare un circolo virtuoso. Meno delisting, più ipo, multipli più vicini a quelli dei mercati privati: è questa la partita.
D. A chi si rivolge il Fnsi? Qual è il ruolo della componente pubblica e quali sono i possibili benefici fiscali?
Bortolozzo. Innanzitutto premetto che parliamo di fondi che nei prossimi mesi raccoglieranno in media intorno ai 100 milioni ciascuno. La raccolta avverrà per il 51% da istituzionali e per il 49% da Cdp. Nel caso di Arca Sviluppo Italia il target di investimento sarà il 100% in pmi italiane quotate.
De Astis. Il fondo nasce per intercettare il risparmio paziente degli investitori istituzionali: fondi pensione e casse di previdenza in primis. La logica è quella che Richard Thaler definirebbe una spinta gentile: un indirizzo da parte delle istituzioni pubbliche verso scelte di investimento che siano corrette per l’investitore e utili per la collettività. Sul piano fiscale, quando il veicolo assume forma Pir, si combinano i vantaggi tipici di questi strumenti con un utilizzo più efficiente delle enormi risorse finanziarie delle famiglie italiane, oltre 5.500 miliardi di attività, convogliate verso l’economia reale tramite gli istituzionali.
Ghilotti. Per quanto riguarda l’aspetto fiscale, bisogna dire che molto dipende da come viene strutturato ogni fondo. Non è obbligatorio che sia un pir: si può proporre a Cdp un fondo ordinario senza benefici fiscali, ma anche senza i vincoli di asset allocation tipici dei Pir. Noi abbiamo scelto di farne un Pir ordinario. In questo caso casse di previdenza e fondi pensione possono evitare di pagare l’imposta sul capital gain e sui rendimenti del prodotto: è un vantaggio significativo.
Finà. Per molti investitori, oltre agli eventuali vantaggi fiscali, conta far parte di un progetto di sistema per il rafforzamento del mercato azionario domestico. Vediamo interesse sia da investitori già attivi sulla nostra piattaforma, sia da chi oggi è poco presente sulle pmi italiane. Generali parteciperà anche come investitore, tramite le compagnie di assicurazione del gruppo, affiancando la componente pubblica di Cdp.
Mori. Anche nel nostro caso il dialogo principale è con casse di previdenza e fondi pensione, che ci stanno chiedendo approfondimenti, secondi e terzi incontri. Sono oggi la categoria più interessata. In Algebris stiamo facendo la nostra parte sia come gestori sia come co-investitori: crediamo che, per la natura di lungo periodo, questo tipo di veicolo sia molto allineato con le esigenze degli investitori istituzionali italiani.
D. Qual è l’identikit delle imprese su cui volete investire?
Mori. L’universo delle small e mid cap italiane rappresenta l’eccellenza del made in Italy: imprenditori illuminati, aziende molto dinamiche, forte vocazione all’export. Fedeli al nostro nome – Algebris come algebra – partiamo sempre dai numeri: bilanci, piani industriali, tassi di crescita di ricavi e utili, e soprattutto cash flow. La generazione stabile di cassa nel lungo periodo è il punto di arrivo: senza cassa, alla fine, non c’è ritorno per gli azionisti.
Finà. Anche per noi la generazione di cassa sostenibile è uno dei nostri indicatori chiave. Il fondo Generali Future Leaders Italia sarà gestito attivamente: la selezione della singola società è il cuore della strategia. Sulle small cap è ancora più importante che sulle large una doppia analisi: qualitativa ovvero management, governance, modello di business, settore, barriere all’ingresso e quantitativa su bilancio, valutazioni, fair value, capacità di generare cassa.
Bortolozzo. C’è da dire che la selezione sarà il vero elemento di differenziazione tra i gestori perché il Fnsi dà la direzione, ma non impone una lista di titoli: lì sta il valore aggiunto. Guarderemo ai bilanci, alle prospettive di crescita, alla visione del management. Vogliamo capire che tipo di track record hanno nel mantenere le promesse e come immaginano lo sviluppo futuro.
Ghilotti. Per quanto ci riguarda sulle pmi cerchiamo crescita, non solo dividendi. Se voglio dividendi stabili compro Enel o Terna; sulle small e mid cap cerco imprenditori forti, management credibile, capacità di crescere e di esportare. Il mercato italiano offre molte aziende di questo tipo, soprattutto nell’universo mid cap, dove l’industriale di qualità è molto rappresentato rispetto a un Ftse Mib dominato da utility, banche ed energia. La selezione è tutt’altro che banale: una società può essere interessante a 40 volte gli utili e un’altra solo a 10–12 volte. Qui entra in gioco la capacità di stock picking.
De Astis. Oltre ai criteri classici richiamati dai colleghi, per la costruzione del portafoglio guardiamo a settori che intercettano grandi trend di medio-lungo periodo: digitalizzazione incluse le infrastrutture, healthcare, economia circolare, e più di recente anche il tema difesa. Va ricordato che sul mercato italiano esiste uno “small cap effect”: nel lungo periodo le small cap hanno storicamente reso molto più delle large, anche se negli ultimi tre anni questo effetto è stato oscurato da tassi più alti e deflussi dai Pir.
D. Come saranno costruiti i portafogli? Quali strategie di investimento seguirete in pratica?
De Astis. Metteremo a fattor comune la nostra conoscenza del mercato domestico delle pmi italiane, l’esperienza sui fondi chiusi di lungo periodo e nella raccolta istituzionale. Nella pratica, il portafoglio sarà costruito per intercettare le traiettorie strutturali già ricordate, come digitalizzazione, healthcare, economia circolare, difesa, con un livello di diversificazione adeguato al profilo di rischio di un fondo che ha un orizzonte fino al 2032.
Mori. Come dicevo prima il nostro focus operativo sarà su società che combinano crescita strutturale e valutazioni ragionevoli. L’universo è ampio e diversificato, e non tutti i gestori sceglieranno gli stessi titoli, per cui non temiamo un affollamento eccessivo. Il fondo, oltre a favorire nuove ipo, potrà sostenere aumenti di capitale di società già quotate, dando loro mezzi freschi per crescere senza che i soci di controllo debbano necessariamente vendere l’azienda.
Bortolozzo. La regola di base è almeno il 70% in titoli di piccole e medie imprese italiane, escludendo il settore finanziario. Il portafoglio sarà costruito nei primi sei mesi dall’avvio del fondo. L’idea è partire – auspicabilmente nel primo trimestre del prossimo anno – e arrivare a un portafoglio completo entro metà anno. La scadenza a fine 2032 è cruciale: ci permette di avere un orizzonte di lungo periodo coerente con capitali pazienti che accompagnano le aziende lungo un ciclo completo di investimenti.
Ghilotti. Noi ci concentreremo soprattutto sulle mid cap, con capitalizzazioni tra 300 milioni e 1 miliardo, e in misura minore sulle realtà molto piccole, comprese quelle di Euronext Growth Milan, ma solo se mostrano prospettive di crescita davvero elevate.
Dopo anni di delisting che ci hanno tolto dal listino ottime società, speriamo che l’arrivo di nuovi capitali favorisca nuove ipo nel segmento medio. L’idea è usare il fondo per presidiare quel tratto di mercato dove il potenziale di crescita è maggiore ma oggi poco valorizzato.
Finà. In portafoglio avremo principalmente small e mid cap italiane, con esclusione del comparto finanziario, ma con un approccio molto selettivo e diversificato per settori e temi. L’orizzonte è di medio-lungo periodo, coerente con il mandato del veicolo e con l’idea di accompagnare le aziende nel loro percorso di sviluppo, anche con un ruolo di investitore di riferimento stabile.
D. Che rendimenti vi aspettate?
De Astis. Non esiste una risposta univoca: dipende da orizzonte, rischio, liquidità, selezione titoli. Ma possiamo trarre indicazioni da dati storici e scenari plausibili. Il nostro fondo Eurizon Pmi Italia ha fatto circa +25% nell’ultimo anno e oltre +70% cumulato negli ultimi cinque. Sulla base di queste esperienze e delle analisi attuali, per un investimento ben diversificato in pmi italiane, sull’orizzonte del Fnsi, vediamo come realistico un range tra 7 e 15% annuo, in uno scenario in cui il mercato delle pmi italiane torni ad essere valorizzato e ricompaiano flussi istituzionali stabili.
Ghilotti. Per quanto ci riguarda, nelle simulazioni ci siamo basati su una linea che gestiamo da 20 anni per il gruppo Credem, dedicata alle pmi italiane. Ha avuto una performance media annua del 9,5%. È un dato reale, attraversa momenti molto difficili per il sistema finanziario internazionale e per l’Italia, ricordiamo il 2011–2012, ed è il riferimento che abbiamo utilizzato: intorno a quel livello vediamo un rendimento annuo potenziale ragionevole.
Bortolozzo. Arriviamo più o meno nello stesso range, da una prospettiva diversa. Ci aspettiamo che questo segmento sia competitivo rispetto ai mercati azionari internazionali: storicamente un azionario globale di lungo periodo rende intorno al 6–7%. Su questo va aggiunto un premio per la minore liquidità e la minore dimensione delle aziende, oltre al fatto che oggi partiamo da valutazioni che non sono particolarmente elevate, anzi. E abbiamo nel listino italiano diverse eccellenze con forte capacità di crescita internazionale che aspettano solo di essere riconosciute.
Finà. Dal momento che il fondo non replica un benchmark, ma ha almeno il 70% in small cap italiane, una parte del rendimento rifletterà quello dell’asset class. Guardando la storia, su orizzonti di dieci anni i rendimenti annualizzati di questa asset class si sono mossi tra il 7 e il 10%. Il percorso può essere volatile, ma il premio di lungo periodo c’è.
Mori. Se guardiamo 20 anni di storia dell’indice Star, al netto degli anni di maggiore volatilità e degli ultimi due-tre anni appesantiti dai deflussi sui Pir, il rendimento medio si colloca intorno al 10% annuo, in un intervallo tra il 9 e il 12%. Venendo da due anni e mezzo non facili per il comparto, ci aspettiamo un repricing significativo: è verosimile pensare a rendimenti di quel tipo se il quadro macro resta ragionevolmente favorevole.
D. Quale impatto può avere il fondo su ipo, liquidità del mercato e passaggio generazionale delle imprese famigliari?
Finà. Può aiutare soprattutto in modo indiretto. Se aumenta il focus sul segmento small e mid cap e cresce la liquidità, diventa più agevole il processo di quotazione per imprese finora famigliari che, in occasione del passaggio generazionale, decidono di trasformarsi in public company. Non prenderemo quote di maggioranza, quindi non saremo noi a decidere i destini aziendali, ma possiamo favorire un contesto più favorevole a queste scelte.
Bortolozzo. Le aziende famigliari sono la spina dorsale del tessuto imprenditoriale italiano. Un’iniziativa come questa può ricordare loro che il mercato azionario è uno strumento molto efficace per raccogliere risorse per svilupparsi e vedere riconosciuto il proprio valore.
Ghilotti. Non solo. Se il mercato delle pmi quotate diventa più liquido e con valutazioni più interessanti, aumenta l’interesse sia a quotarsi sia a fare M&A con benefici per la continuità aziendale nelle fasi di passaggio generazionale. Con quotazioni depresse questa propensione viene meno.
Mori. Aggiungerei anche che oltre a favorire nuove quotazioni, il fondo può aiutare imprese già quotate a fare aumenti di capitale, rafforzandosi senza che i soci di controllo debbano necessariamente vendere la società. E poi un ritorno di interesse sulle pmi e una risalita delle valutazioni potrebbero anche convincere alcuni imprenditori che negli ultimi anni hanno scelto il delisting, scoraggiati dal disinteresse del mercato, a riconsiderare la Borsa.
De Astis. Su questo punto posso dire che ci auguriamo già dal prossimo anno di vedere meno delisting e più nuove quotazioni, in un ecosistema più maturo e liquido. L’obiettivo è mettere in moto un circolo virtuoso. La quotazione è spesso una delle soluzioni per il passaggio generazionale: permette di diversificare il patrimonio della famiglia, dare continuità all’azienda e aprirsi a una governance più strutturata. (riproduzione riservata)