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Il combattente permanente Andrea Orcel apre un altro fronte

23 maggio 2025, 19:30 Ultimo aggiornamento: 21:07

La decisione di adire al Tar contro le decisioni del Golden Power complica ancora di più le dinamiche relative all’ops su Banco Bpm

L’argomento è stato appena sfiorato nella copiosa e continua produzione di articoli e commenti sul nuovo papato di Leone XIV. Solo accenni alle difficoltà delle finanze vaticane, come del resto ha fatto il Papa stesso. Cosa c’è dietro quegli avvisi fugaci?

Per capire un tema che tocca tutti i cattolici e non solo, ma anche le autorità italiane vista la collocazione del Vaticano nel tessuto stesso di Roma, occorre risalire a molti anni fa, anzi a decenni e precisamente a poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Allora era Papa Pio XII, all’anagrafe non ufficiale Papa Pacelli, romano, proveniente dalla famiglia dei principi Pacelli. Allora era già funzionante la banca del Vaticano, in sigla Ior, istituto per le opere di religione, e l’amministratore delegato, anche se con il titolo di segretario amministrativo, era il nobile romano Massimo Spada.

La Chiesa e i lingotti d’oro

All’epoca era ancora grasso il cosiddetto Obolo di S. Pietro, cioè la carità dei cattolici da tutto il mondo. Poco prima dello scoppio della guerra il Papa chiamò a sé Spada per porgli questa specifica domanda, con la confidenza che poteva esserci fra nobili romani: «Caro Massimo», chiese Pio XII, «cosa facciamo con la guerra alle porte della grande liquidità che ci arriva?». Spada chiese un giorno di riflessione e tempestivamente chiese di nuovo udienza per trasmettere un’ipotesi in cui credeva fermamente: «Santità, non ho dubbi, convertiamo tutto in lingotti d’oro». E così avvenne.

Alla fine della guerra il valore dell’oro era arrivato alle stelle e Pio XII riconvocò Spada e gli disse: «Caro Massimo, con la grande ricchezza che la tua scelta ha determinato non possiamo non intervenire nella disastrata situazione dell’Italia. Che cosa suggerisci?». E Spada, come ho già scritto più di una volta decise, per soddisfare i legittimi obbiettivi del Papa romano, di investire in attività ad altissima intensità di manodopera come il Cotonificio Olcese ma anche in Italcementi di Carlo Pesenti, vista la funzione essenziale per la ricostruzione.

L’espansione del Vaticano con Spada

Ma grazie all’indubbia capacità di Spada, ben presto il Vaticano si trovò a controllare o a essere presente in una cinquantina di società incluso il Banco di Roma della Svizzera, di cui Spada era in presidente. Un patrimonio notevole messo in grave pericolo dai maneggi sulle valute di Luigi Mennini, assurto poi a potere enorme ai tempi di Monsignor Paul Marcinkus.

Ma gli investimenti fatti da Spada con i proventi straordinari dell’Obolo di San Pietro continuavano a costituire una notevole ricchezza, anche perché Spada seguiva costantemente le società di investimento avendo attrezzato una Lancia-Flaminia con il sedile accanto al guidatore che si trasformava in lettino. In questo modo, partendo da Roma, il banchiere romano poteva controllare tutte le società sul tragitto per arrivare poi a Bergamo, dove era vicepresidente di Italcementi e presidente durante il periodo di malattia per il terzo infarto di Carlo Pesenti.

La vendita di Lancia alla Fiat

E, come i lettori abituali di questa colonna sanno già, Spada, per conto di Pesenti, era anche Presidente della Lancia e riuscì a venderla alla Fiat per una lira ad azione quando le auto di quella che era la seconda casa automobilistica italiana erano ferme ad arrugginire nei cortili attigue alla fabbrica. Pesenti non voleva vendere ad Agnelli, di cui temeva lo sfottò che regolarmente avvenne al momento della firma dei fissati bollati in corso Marconi, a Torino, sede della Fiat. Agnelli si fece aspettare una buona mezzora, quando poi entrò nella sala per la firma, si avvicinò al tavolo dove gli interessati erano tutti seduti da tempo, appunto per firmare, mise sul tavolo il quantum in contanti (poche migliaia di lire corrispondenti a una lira per azione), appose la firma e girò i tacchi, fermandosi un attimo sulla porta prima di uscire e fece il segno classico del saluto con la mano dicendo: «Ciao Carletto».

Quando sono iniziati i guai

Spada, straordinariamente abile negli affari, non voleva diventare presidente della Lancia, ma fu Papa Giovanni XXIII a convincerlo durante una passeggiata nei giardini vaticani. «Come si fa a dire di no al Signor Carlo», furono le parole umilissime a Spada di Papa Roncalli, cittadino di Bergamo di Sotto rispetto a Pesenti, bergamasco di Bergamo alta.

Ma grazie all’abilità di Spada, fino a quando è stato segretario amministrativo dello Ior, le casse della banca vaticana erano floride. I fortissimi guai per la anomala banca e per le finanze vaticane in generale sono arrivati quando sono entrati in pista i finanzieri d’assalto, con il sostanziale coinvolgimento anche del cambista Mennini.

A proposito di Luigi Mennini

E quando Mennini morì nel 1997 MF-Milano Finanza pubblicò il testo che segue, nel quale sono sintetizzate tutte le vicende scandalose di quegli anni. Eccolo: «Luigi Mennini, uno degli uomini di punta dello Ior (l’Istituto per le opere di religione), nominato gentiluomo di Sua Santità nel 1963, Mennini ha lavorato nello Ior per decenni, ricoprendo vari incarichi, fino a divenire uno dei massimi esponenti ai tempi di monsignor Paul Marcinkus.

Con il vescovo americano, Mennini fu coinvolto nelle vicende della Banca privata italiana del finanziere Michele Sindona e del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, il finanziere che il 18 giugno del 1982 fu trovato morto sotto il ponte dei Frati neri a Londra in circostanze quantomeno misteriose. Per lo scandalo Sindona, Mennini fu anche arrestato, nel febbraio 1981. All’epoca, gli affari del finanziere siciliano teneva banco su tutti i giornali e l’inchiesta sembrava inarrestabile. La guardia di finanza si presentò alla porta della casa romana di Mennini la mattina presto e lo trasferì a Milano, nel carcere di San Vittore, dove fu interrogato da Guido Viola e Bruno Apicella, i due magistrati che conducevano l’inchiesta sulla Banca privata italiana appunto di Sindona.

Mennini e lo scandalo Sindona

Secondo gli inquirenti, Mennini avrebbe operato per dirigere all’estero una serie di operazioni speculative che contribuirono a svuotare di capitali le banche di Sindona fino al crack finale. Il finanziere vaticano negò tutto e, successivamente, fu rimesso in libertà per motivi di salute. «L’impressione che si è avuta nel corso degli interrogatori è che, se avesse potuto, avrebbe negato persino di chiamarsi Luigi Mennini», dichiarò all’epoca il giudice istruttore Apicella.

Nel luglio 1982, comunque, Mennini fu rinviato a giudizio insieme a Sindona e altre 25 persone e nel luglio 1984 fu condannato a sette anni. Il 20 febbraio 1987, infine, fu colpito da un nuovo mandato di cattura, in relazione all’inchiesta avviata sull’insolvenza del Banco Ambrosiano. La richiesta della magistratura sollevò numerose polemiche (il mandato riguardava anche Monsignor Marcinkus) e venne respinto dalla Santa Sede perché il provvedimento si riferiva ad atti compiuti dai due uomini nella loro veste di dirigenti o amministratori dello Ior, vale a dire di un organo centrale del Vaticano, che ha una sua territorialità.

Una sentenza che fece scalpore

Nel mese di luglio dello stesso anno, la Corte di cassazione annullò i mandati di arresto, convenendo con quanto sostenuto sia dal tribunale vaticano che dai legali degli imputati riguardo al difetto di giurisdizione della magistratura italiana. Una sentenza che fece scalpore, poiché la Corte sostenne che in base all’art. 11 del Concordato del 1929, la giustizia italiana non aveva il potere di sindacare l’operato degli enti centrali della Chiesa cattolica.

Così, infatti, il Vaticano aveva definito lo Ior ritenendo, di conseguenza, che i suoi rappresentanti non potessero essere perseguiti. Di quest’aspetto della sentenza fu investita anche la Corte costituzionale, dopo che i pubblici ministeri sostennero l’incostituzionalità dell’art.11. La Corte respinse la richiesta, giudicandola tardiva, ma evitò di pronunciarsi nel merito. Di Mennini, oltre che di Monsignor Marcinkus, si è tornati a parlare lo scorso anno (1996), quando il tribunale di Milano respinse le richieste di rinnovazione del dibattimento formulate dai difensori nel processo d’appello per i risvolti penali dell’insolvenza del Banco Ambrosiano. Fra le richieste respinte, c’era anche quella di sentire nuovamente Marcinkus e Mennini».

L’inevitabile riflesso sulle finanze vaticane

È inevitabile che queste vicende abbiano avuto un forte riflesso anche sulla situazione attuale delle finanze vaticane, oltretutto per le perdite maturate sia per le operazioni di Marcinkus con Sindona e con Calvi, sia sul piano reputazionale per quanto riguarda lo Ior. Per questo, quando lo scorso venerdì 16 ho incontrato casualmente in treno il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, nonchè nel pre Conclave, ipotizzato candidato a diventare Papa, mi sono permesso, prima che scendesse alla stazione della sua diocesi, di raccontargli qual era la ricchezza finanziaria del Vaticano prima delle vicende sciagurate di Monsignor Marcinkus, Mennini e i due loro amici Sindona e Calvi. La sua esclamazione è stata: «Bei tempi quelli...». Per la fermata del treno a Bologna non c’è stato tempo di proseguire il dialogo e ci siamo promessi di rivederci.

Un’operazione straordinaria di Craxi

Per completare il quadro manca una operazione straordinaria che compì l’allora Presidente del consiglio Bettino Craxi. Da laico decise di rescindere i rapporti che la Repubblica italiana aveva ereditato dal Regno d’Italia. In base a quegli accordi (i cosiddetti Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1229) il Vaticano o più in generale il mondo ecclesiastico aveva convenuto con il Regno d’Italia che i preti in Italia venissero pagati con una sorta di stipendio chiamato «Assegno di congrua» da parte dell’Italia.

Tuttavia, mentre eliminava quello che era chiamato «assegno di congrua» come compenso ai sacerdoti, Craxi liberò la Chiesa dal divieto di vendere i beni della Chiesa in Italia, che erano appunto vincolati dagli accordi del 1929. La Chiesa italiana costituì allora una commissione per la valorizzazione e la vendita dei beni liberati da Craxi; la guida della commissione spettò al segretario generale dello Ior che aveva preso il posto di monsignor Marcinkus, il Vescovo Donato De Bonis. È stato per questa vendita che non solo Chiese ma anche altri immobili e terreni sono diventate di proprietà laica: contribuendo così a creare un fondo per il sostentamento del clero.

Le intromissioni non sono mancate

È ovvio che, essendo nella penisola italiana la sede del papato, a essere venduti furono moltissimi beni sul territorio italiano e purtroppo, dovendo rispettare la titolarità sul singolo territorio del vescovo locale, non sono mancati intromissioni di chi si mostrava solidale con la Chiesa e invece ha compiuto atti non proprio nell’interesse della Chiesa. Lo so per esperienza diretta, avendo scritto con Maurizio De Luca il libro per Mondadori intitolato Sindona, la Dc, il Vaticano e gli altri amici. E grazie alla stima di cui mi onorava l’ex-governatore e poi ministro Guido Carli, potei approfondire molti aspetti di quello sciagurato periodo per il Vaticano e le sue finanze.

C’è da augurarsi che un Papa con la flemma ma anche la evidente grinta che ha mostrato Leone XIV possa sistemare definitivamente il grave problema, anche per gli abusi, delle finanze vaticane evitando la frammistione fa la venalità del denaro, gli stati di bisogno, e il valore supremo della fede.

La Consob su Unicredit-Bpm

Non vi è dubbio che la decisione della Consob (Commissione nazionale società e borsa) di sospendere per un mese (quindi fino al 20 giugno) la durata dell’Ops lanciata da Unicredit su Bpm è stata interpretata da moltissimi come un atto a favore della banca guidata da Andrea Orcel (che in Consob pronunciano Orsel), spiazzato nei suoi intenti dal governo che aveva fissato obblighi precisi in base al Golden Power, a cominciare dall’obbligo di vendere la filiale Unicredit in Russia entro otto mesi.

A fronte di questa posizione del governo, legittimato dal golden power, Orcel ha continuato a fare pressione per la sospensione dei termini temporali dell’Ops in base all’articolo 102 comma 6-b del Testo unico della finanza, che recita di prevederla «nel caso intervengano fatti nuovi o non resi noti in precedenza, tali da non consentire ai destinatari di pervenire a un fondato giudizio sull’offerta».

Perché la Consob ha agito così?

La Bpm ha ritenuto che sia abnorme la decisione dell’organo di controllo presieduto dal professor Paolo Savona (in ottimi rapporti con il ministro del Mef, Giancarlo Giorgetti, fin da quando erano insieme nel governo Conte 1). Secondo Bpm, tutto doveva già essere chiaro. Ma a parte le legittime o meno posizioni delle parti, essendo chiaro che appariva certo (molto probabile) il rigetto dell’Ops da parte dei soci della Banca per anni Banca popolare di Milano come fondamentale istituto per le imprese e i risparmiatori del nord Italia e non solo, c’è una interpretazione possibile più sottile per la decisione della Consob.

Infatti, basta che il governo e in particolare il ministro dell’economia e finanza, Giancarlo Giorgetti, rispondano al ceo Orcel che non cambiano le condizioni già date alle sue richieste. In questo caso, i termini previsti per l’Ops sarebbero immediatamente tagliati, senza bisogno di arrivare ai 30 giorni in più. In tal senso è chiaro che Consob abbia compiuto un atto per fare chiarezza sul mercato, dove le continue richieste al governo da parte di Unicredit stavano creando tensione e per certi aspetti confusione. Infatti, non vi è dubbio che la Consob abbia l’obbligo di fare chiarezza sul mercato, mentre le pressioni e le richieste al governo da parte della seconda banca italiana creavano proprio incertezza fino all’ultimo per gli azionisti. Tuttavia, a complicare ancora di più la situazione, con la tradizionale determinazione di Orcel, egli ha annunciato il ricorso al Tar contro il governo.

Le mosse di un combattente permanente

Tutti coloro che apprezzano il ruolo fondamentale di Bpm nella parte più produttiva dell’Italia non potranno che essere soddisfatti, nel caso, del fallimento dell’Ops di Unicredit. Ma è difficile fare previsioni, dato l’annunciato ricorso al Tar di Unicredit contro i paletti del governo. Appare evidente che tutte queste iniziative di un combattente permanente come il Ceo di Unicredit (ha fronti aperti in Germania, con la Bce sulla Russia, è presente sul fronte delle Generali, oltre a Banco Bpm) non fanno altro che danneggiare o esaltare il mercato, pur con l’offerta di uno spettacolo choccante per gli investitori ordinari.



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