
Gentile Signor Ministro Giorgetti,
Lei sa quanto io personalmente, insieme a questo giornale, apprezziamo la Sua professionalità, serietà e coerenza di comportamento. E non certo semplicemente perché Lei si è laureato all’Università Bocconi, che è stato fondatore della casa editrice Class Editori di cui MF-Milano Finanza è il giornale più importante. Bensì è il suo modo di operare, la sua calma e razionalità, mai una parola di troppo, che ci spingono a considerarLa con lo stesso apprezzamento che hanno avuto e hanno per Lei il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, o l’ex-presidente del consiglio Mario Draghi, che si appoggiava sempre sulla di Lei competenza e serietà nei momenti difficili dell’economia e delle fibrillazioni non solo della Lega.
Apprezziamo tutti la sua attenzione al vero tallone d’Achille dell’Italia, l’enorme debito pubblico. A maggior ragione dopo che la Ue fra non molto potrebbe aprire la procedura d’infrazione, come Lei stesso ha previsto per il fatto che, essendo stato sospeso il Patto di Stabilità, l’indebitamento netto al 7,2% del pil nel 2023 e lo spread salito a 148, appare inevitabile che la Commissione Ue raccomanderà appunto al Consiglio europeo di aprire la procedura contro il Paese.
È stata sicuramente questa infrazione e lo stato d’animo che certamente in Lei si è generato che l’hanno spinta a compiere un atto rischioso: cioè cambiare i termini e le date delle norme sul disastroso Superbonus 110%, anche a rischio di mostrare uno Stato costituzionale che cambia i tempi concessi a chi ha deciso di usufruire della legge del Superbonus e ora si troverà impossibilitato a fruirne, essendo andato fuori tempo massimo in base al cambiamento dei termini contenuti nel decreto legge di pochi giorni fa.
Personalmente, credo che Lei abbia compiuto questo atto, naturalmente insieme al governo, per esasperazione, anche a rischio di offrire l’opportunità ai cittadini di credere un po’ meno nello Stato. Il Superbonus, anche se ha prodotto crescita del pil, è stato un parto senza meditazione di quali sarebbero state non solo le occasioni di abuso e di imbroglio ma anche appunto di effetti sul deficit pubblico. Tuttavia, lo Stato non dovrebbe mai apparire in contraddizione e, per rimediare al disastro, rischiare di perdere credibilità cancellando opportunità di tempo e di azione che lo Stato stesso aveva fissato per legge. Con una conseguenza in più: la possibile perdita di fiducia nei confronti degli uffici fiscali che sono chiamati ad applicare le disposizioni con effetto retroattivo, visto che sono stati concessi un pugno di giorni per fruire di quanto la legge originaria prometteva, appunto un numero di giorni talmente limitato che anche cittadini onesti potranno trovarsi in difficoltà, avendo operato con quelli che erano i termini della legge in vigore.
Nonostante tutto ciò, capisco che abbia avuto un senso dire basta, anche con i rischi di credibilità dello Stato e del governo.
Per quanto sia possibile comprendere il perché Lei e il Consiglio dei ministri abbiano scelto di dire basta, personalmente credo che questa decisione, con rispetto totale del Parlamento che ha l’ultima parola, debba essere la piattaforma per andare oltre e per prendere lo slancio utile ad affrontare radicalmente il problema del debito pubblico e non tanto per la quasi sicura attivazione dell’azione di infrazione da parte della Ue, ma per riportare l’Italia nell’area degli stati virtuosi.
Gli strumenti perché ciò avvenga sono vari. Il primo dei quali è il grande risparmio degli italiani, inferiore solo a quello del Giappone. Il quale Giappone ha chiuso il 2023 con un deficit che apparentemente è mostruoso: 35.600 miliardi di yen, che in euro sono 217 miliardi e se si passa dal deficit al debito pubblico, in Giappone è addirittura pari al 263% del pil. Un’enormità, eppure il Giappone non ha i problemi dell’Italia non solo perché non fa parte di nessuna unione in cui ci sono paesi virtuosi e altri non virtuosi, ma per un altro elemento fondamentale: solo il 14% del debito è in mano a investitori stranieri; il 43% del debito nazionale è della Banca centrale giapponese, che non è consortile come la Bce, mentre il debito italiano è posseduto per ben il 27% da investitori stranieri e per il 24% soltanto dalla Bce attraverso la Banca d’Italia.
Tutto ciò vuol dire che il rischio di default del Giappone è minimo nonostante la super montagna di debito pubblico, perché la banca centrale e i giapponesi, persone ed entità che impiegano l’enorme risparmio, arrivano a coprire il debito pubblico all’86%. In Italia solo l’8% e in mano a famiglie e imprese nazionali.
Come mai le famiglie e le imprese, salvo momenti eccezionali di tassi altissimi, non comprano e detengono larga parte del debito nazionale? È come il cane che si morde la coda. Gli italiani non hanno una fiducia così grande sul debito pubblico da preferirlo per una parte almeno doppia di quella attuale. E questo naturalmente innesca una spirale pericolosa. Aggravata dal fatto che il risparmio italiano non è investito che marginalmente in borsa, cioè nelle aziende che producono Pil. Il circuito è quindi perverso perché in questo modo invece che al capitale investito attraverso la borsa in azioni, le aziende italiane devono ricorre al debito. Insomma, tutto il circuito perverso del sistema finanziario italiano e del risparmio italiano è generato dalla mancanza di una vera borsa e dall’enorme debito pubblico, pari quasi al 140% del Pil, con l’impiego del grande risparmio che di conseguenza va all’estero o direttamente o traverso le gestioni professionali.
Quindi, per ottenere un circuito virtuoso non c’è altro che tagliare drasticamente il debito. Una ricetta che è condivisa anche dal più grande banchiere italiano, il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. E la ricetta è arcinota e probabilmente noioso per i lettori di MF-Milano Finanza, che se la sentono ripetere da anni.
Anche l’ottimo ministro Giorgetti, ora che è a capo del dicastero centrale del sistema economico italiano, se ne deve convincere pubblicamente, anche se ho elementi per poter dire che ha ben compreso che sono gli immobili pubblici che possono portare cassa al tesoro per un taglio sostanziale del debito. Diciamo che per ora ha fatto le prove, grazie all’ottimo lavoro di Giovanna Dalla Posta, ad di Invimit, la sgr del ministero dell’economia che opera nel settore immobiliare. Pur avendo potuto finora vendere solo immobili marginali di proprietà diretta del tesoro, ha portato nelle casse quasi mezzo miliardo di incassi in cinque anni a fronte di un patrimonio gestito di 2 miliardi.
Ma gli immobili da valorizzare sono quelli che lo Stato cedette agli enti locali per una legge varata dal governo D’Alema e attuata dal ministro l’economia, Giulio Tremonti, che fece una pessima distribuzione di pani e di pesci anche per accontentare molte amministrazioni leghiste. Un esempio è stata la ripartizione di immobili straordinari, come la Fortezza da Basso di Firenze, fra i vari enti. I lettori di queste pagine saranno già stufi prima che cominci a ricordare l’emblematica fine della storia di quel patrimonio, quando Matteo Renzi, allora sindaco, mi chiese di contattare il mio amico Renzo Piano per assumere l’impegno di fare un progetto di ristrutturazione della Fortezza. Ottenni da Piano, a fatica, la sua disponibilità: ma non si fece neppure l’incontro perché solo una parte venne assegnata appunto al Comune, un’altra alla provincia e il resto alla regione. «Non ci metteremo mai d’accordo», concluse Renzi.
Il valore degli immobili trasferiti dallo Stato agli enti locali è stimato fra 600 e 800 miliardi. Basterebbe venderne, Signor Ministro, per un valore di 250-300 miliardi, per abbattere drasticamente il debito pubblico e liberare l’Italia dall’essere il Paese più indebitato di tutti i maggiori Paesi dell’Unione e per tappare la bocca a chi a Bruxelles non aspetta altro che il default dell’Italia.
Lei, Signor Ministro, che ha profondamente a cuore il debito italiano, è in un certo senso fortunato perché la maggiore banca italiana, Intesa Sanpaolo, per bocca del suo Ceo, Messina, si è dichiarata disponibile a fare da capofila per la creazione di tanti fondi immobiliari locali, vendendo larga parte delle quote a cittadini del luogo, lasciandone una parte nella proprietà dell’ente locale. La stima è appunto che si possano raccogliere 250-300 milioni di risparmio italiano, che così non andrebbe in vestimenti esteri. E anche un bambino delle elementari sa che gli italiani sono forti appassionati del mattone: si soddisferebbe così anche questo desiderio.
Mi vergogno ad aver ripetuto per l’ennesima volta qual è la strada per tagliare il debito, che non è certo quella di vendere pacchetti delle aziende controllate dello stato, perché al massimo si potrebbero raccogliere 30-40 miliardi, andando a indebolire aziende che è giusto siano sotto il controllo dello stato.
Mi permetta, Signor Ministro: altro che vendere, in genere all’estero, quote di società chiave per la sicurezza per il Paese. Con questa ricetta, che partita da un giornale come il nostro, è stata certificata dalla prima banca italiana e dai migliori economisti italiani a cominciare dal presidente della Consob, Paolo Savona, Lei potrebbe legittimamente conquistare il titolo di risanatore dell’Italia. Non esiti correndo dietro a provvedimenti non limpidi per lo Stato come quelli per stoppare il Superbonus. Nessuno può fargliene una colpa, nonostante si sia rasentata l’anticostituzionalità, come alcuni si sono spinti a dire.
Comprendiamo che di fronte al pericolo di infrazione, si sia agito anche con il rischio di far diminuire la credibilità dello Stato. Ormai è andata. Pensiamo al taglio vero, facendo diventare l’Italia il Paese più virtuoso e non la pecora nera del debito, che altri membri della Ue sono pronti a strumentalizzare, perché deve essere chiaro che l’Europa non è un unico paese, ma le regole comuni, e gli obblighi comuni sono sempre più stringenti. Buone scelte, Signor Ministro.
Basterà la deterrenza? Per 80 anni è stata sufficiente. La parola, come spiega anche la Treccani, indica la strategia d’attacco e contrattacco nucleare che le maggiori potenze hanno messo in atto per scoraggiare ogni forma di aggressione. Dopo la tragedia di Hiroshima e Nagasaki, le potenze nucleari, a cominciare dagli Usa sicuramente pentiti per aver azionato per primi la bomba atomica in Giappone, hanno appunto attuato la strategia della deterrenza mostrandosi attrezzati sia per l’attacco che la difesa, in modo da neutralizzarsi di fatto reciprocamente. L’equilibrio stabile nel terrore sta per finire? In Usa, dove esiste più libertà di espressione rispetto agli altri paesi con potenza nucleare, è aperto il dibattito e sta prevalendo l’opinione che il meccanismo della deterrenza stia diventando sempre più precario e difficile da gestire. Anche il trattato per il controllo degli armamenti si è logorato.
La conclusione, che del resto è nella percezione comune, è che il mondo sia realmente in pericolo se non viene trovato un nuovo equilibrio che sostituisca quello della deterrenza. Solo chi era adulto prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale potrebbe dire che l’aria che respirava allora, pur per ragioni politiche diverse e cioè per la dittatura nazista in Europa, non era alla fin fine diversa da quella che si respira oggi. Il pessimo odore di una guerra mondiale è inevitabilmente diffuso per tutte le guerre regionali che sono in atto, una delle quali è alla porte dell’Europa. Il destino del mondo è legato alla possibile intesa fra Cina e Usa. Segnali ci sono o, meglio, ci sarebbero: l’abbraccio fra i presidenti Joe Biden e Xi Jinping a S. Francisco e le telefonate di questi giorni, non a caso rese note. Ma anche la Cina teme una vittoria di Donald Trump. Sarebbe pertanto fondamentale che almeno la guerra in Palestina cessasse al più presto, perché è quella che coinvolgendo lo stato ebraico rievoca, sia pure dal lato opposto, l’elemento scatenante della Seconda guerra mondiale, dove allora gli ebrei erano vittima e ora sono all’attacco.
La notizia del nuovo record dei prezzi al metro quadro di via Monte Napoleone, segnati con la cessione dal fondo Blackstone a Kering di un pezzo importante di quella che era la storica società Reale compagnia italiana, suscita una necessaria riflessione. La Reale compagnia italiana fu acquistata dal fondo Blackstone a un prezzo quasi uguale agli 1,3 miliardi che ora Kering paga solo per una parte di quella proprietà, tutta nel centro di Milano e precisamente nel cosiddetto quadrilatero. A far comprare la Reale compagnia italiana al fondo, così come artefice della vendita attuale, è stato Paolo Bottelli, ad e maggiore azionista di Kryalos. Bottelli era stato un alto dirigente di Pirelli Re ai tempi della valorizzazione immobiliare che salvò la casa di pneumatici. Possibile che non ci sia stata un’entità italiana, per esempio le Generali ma non solo, che non abbiano minimamente compreso il valore che c’era e c’è in Reale compagnia italiana? La bravura di Bottelli l’ha compresa solo il fondo Blackstone. Con la vendita a Kering, il quadrilatero supera Bond Street a Londra ed è quasi pari a Faubourg St. Honoré. (riproduzione riservata)