La riforma della previdenza complementare parte con un assist dei mercati. Proprio nel semestre che precede l'entrata in vigore delle nuove regole, i fondi pensione tornano a battere il Tfr lasciato in azienda, offrendo un argomento in più ai lavoratori chiamati a decidere se destinare o meno la liquidazione alla previdenza integrativa. Un risultato che arriva in un momento cruciale per il settore, alle prese con una delle più importanti revisioni normative degli ultimi anni con l'obiettivo di ampliare la platea degli iscritti, soprattutto tra i giovani. Le adesioni restano infatti attorno al 40% dei lavoratori italiani, poco considerando che le pensioni pubbliche non sono più così generose come una volta.
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Le analisi di MF-Milano Finanza sul primo semestre mostrano che i fondi pensione negoziali hanno chiuso il periodo con un rendimento medio del 3,89%, superando la rivalutazione del Tfr, ferma al 2,31%. Anche i fondi pensione aperti hanno chiuso sopra l'asticella della liquidazione con una performance media del 3,48%, beneficiando del recupero dei mercati tra aprile e giugno dopo le turbolenze che avevano caratterizzato l'inizio dell'anno.
Il confronto con il Tfr continua a rappresentare il principale parametro di valutazione della previdenza complementare. La liquidazione lasciata in azienda garantisce un rendimento pari all'1,5% fisso annuo più il 75% dell'inflazione Istat. Una formula che, con il ritorno dell'inflazione negli ultimi anni, ha reso più impegnativo per i gestori superare il Tfr. Va inoltre ricordato che la rivalutazione del Tfr beneficia di una tassazione più favorevole, con un'aliquota del 17%, mentre i rendimenti maturati dai fondi pensione sono soggetti all'imposta sostitutiva del 20% (12,5% per la quota investita in titoli di Stato).
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Nel primo semestre del 2026, però, il rimbalzo dei mercati finanziari ha consentito ai fondi di tornare in vantaggio e di chiudere nuovamente davanti alla rivalutazione del trattamento di fine rapporto. Il risultato assume ancora più valore se si considera l'andamento dei primi tre mesi dell'anno quando il Tfr si era apprezzato dell’1,2%, i fondi pensione negoziali avevano registrato una perdita media dello 0,8% e gli aperti del -1,7%. Tra gennaio e marzo, infatti, le tensioni geopolitiche e le incertezze sull'economia globale avevano alimentato una fase di forte volatilità, penalizzando soprattutto i comparti con una maggiore esposizione azionaria. Il recupero registrato nel secondo trimestre ha invece permesso di riassorbire le perdite e riportare i rendimenti in territorio ampiamente positivo, confermando ancora una volta come la previdenza complementare vada valutata con un orizzonte di lungo periodo più che sulle oscillazioni di pochi mesi.
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I numeri arrivano mentre il settore inaugura una delle riforme più importanti degli ultimi 20 anni. Dal 1° luglio sono entrate in vigore le disposizioni della legge di Bilancio che introducono l'iscrizione automatica dei neoassunti del settore privato al fondo pensione previsto dal contratto collettivo nazionale applicato oppure, se presenti, dagli accordi territoriali o aziendali, salvo esplicita rinuncia da presentare entro 60 giorni dall’inizio del rapporto di lavoro. La differenza principale rispetto al precedente meccanismo di silenzio assenso riguarda i tempi e gli importi versati. Fino al 30 giugno 2026, il lavoratore aveva sei mesi per scegliere se lasciare il Tfr in azienda o metterlo in un fondo pensione. Dal 1° luglio, invece, il termine scende a 60 giorni e nel fondo pensione confluiscono retroattivamente dalla data di inizio del rapporto di lavoro non solo il Tfr come in precedenza, ma anche il contributo del datore di lavoro e quello minimo del lavoratore. Il provvedimento introduce inoltre nuovi criteri di investimento per le adesioni. Nel caso in cui il lavoratore non effettui alcuna scelta, i contributi non saranno più destinati automaticamente ai comparti garantiti, ma investiti secondo una logica life cycle, con una maggiore esposizione all'azionario per i più giovani e una progressiva riduzione del rischio con l'avvicinarsi del pensionamento. La nuova normativa amplia anche la flessibilità delle prestazioni, aumenta da 5.164 a 5.300 euro il limite annuo di deducibilità fiscale dei contributi e modifica le modalità di erogazione della rendita.
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Resta invece in stand-by la misura più dibattuta, ossia la portabilità del contributo del datore di lavoro verso fondi aperti e piani individuali pensionistici. Il decreto Pnrr ne ha infatti rinviato l’avvio dal 1° luglio al 31 ottobre 2026.
Per il settore, quindi, la riforma prende il via con il vento a favore. Da un lato il legislatore punta ad ampliare la platea degli iscritti attraverso l'adesione automatica e strategie di investimento più coerenti con il ciclo di vita dei lavoratori; dall'altro, il recupero dei mercati restituisce ai fondi pensione il vantaggio sul Tfr proprio nel momento in cui migliaia di neoassunti saranno chiamati a decidere come costruire la propria pensione integrativa. E su questo fronte notevoli sono i risultati ottenuti nei primi sei mesi del 2026 dal fondo negoziale Solidarietà Veneto che ha raccolto quasi 10 mila nuove adesioni, quasi quanto fatto nell'intero 2025. «Crescono gli aderenti in giovane età e, con l’entrata in vigore dell’adesione automatica debutta Start! Previdenza, il nuovo servizio di consulenza dedicato alle persone neoassunte», sottolinea Paolo Stefan, direttore generale di Solidarietà Veneto. (riproduzione riservata)