I dipendenti scendono dagli unicorni. Negli ultimi mesi sono aumentate le vendite di quote di startup sul mercato secondario. A cedere sono spesso i loro lavoratori che all’assunzione avevano ottenuto stock option come parte del pacchetto salariale. Tale componente retributiva è parsa a lungo un’occasione per far partecipare il personale ai successi economici e finanziari delle giovani aziende più promettenti. E in effetti per anni è stato così, fintanto che i tassi zero hanno spinto i venture capital a sottoscrivere un round dopo l’altro, riconoscendo alle startup valutazioni miliardarie.
Nel giro di pochi mesi però la situazione si è ribaltata: la repentina stretta monetaria e l’incertezza economica hanno bloccato l’attività dei venture capital costringendo molte società ad accettare un netto taglio alle valutazioni pur di raccogliere capitali necessari alla sopravvivenza. Nel frattempo investitori e dipendenti hanno visto azzerarsi le opportunità di disinvestimento. Diverse società in predicato di sbarcare in borsa hanno infatti dovuto rinviare i piani di quotazione a data da destinarsi. Di conseguenza molti loro lavoratori si sono rivolti al mercato secondario per liquidare almeno in parte le loro partecipazioni.
Di recente la pressione a vendere è aumentata considerevolmente. Per risparmiare cassa e accorciare il percorso verso la profittabilità infatti molte startup hanno attuato drastici piani di riduzione del personale che hanno riguardato fino al 20% dell’organico. I dipendenti licenziati hanno di norma 60 giorni per esercitare le loro stock option e sono quindi spinti a liberarsi delle azioni nella finestra di mercato più sfavorevole dai tempi dell’esplosione della bolla dotcom. «Un gran numero di persone licenziate sta tentando di vendere le proprie azioni», ha spiegato al Financial Times Greg Martin, managing director di Rainmaker Securities, una società specializzata nell’intermediazione di quote di startup sui mercati privati. «Queste società hanno aumentato molto la loro forza-lavoro, quindi c’è una massa di persone molto motivate a concludere la cessione in tempi brevi».
Secondo la ricognizione di Rainmaker, nelle transazioni sul secondario il prezzo di queste partecipazioni è in calo fra il 30 e l’80% rispetto a un anno fa. Le azioni di Anduril, una startup al lavoro sull’applicazione dell’intelligenza artificiale nell’ambito della difesa e sostenuta da Peter Thiel, sono per esempio passate dai 31,5 dollari di marzo ai 16,95 dollari di novembre. La fintech Chime Bank, che nell’agosto del 2021 aveva toccato i 25 miliardi di valutazione, ha perso da allora di un quarto del suo valore.
Sinora i gestori di venture capital hanno perlopiù evitato di rivedere i valori assegnati alle startup partecipate alla luce degli scambi sul mercato secondario. L’aggiornamento diventerà inevitabile al prossimo aumento di capitale oppure nel caso la correzione di borsa dovesse protrarsi. Le aziende tecnologiche quotate che nel 2022 hanno infatti bruciato gran parte dei guadagni registrati nel biennio pandemico. Ciò ha comportato uno squilibrio nei portafogli degli investitori che vedono ridursi il peso della parte liquida, valutata ai più recenti corsi di borsa, e aumentare quello della parte illiquida, spesso invece cristallizzata sui valori pre-crisi. Per ristabilire le proporzioni stabilite, perciò, molti istituzionali hanno ridotto l’allocazione ai fondi di private equity e di venture capital. (riproduzione riservata)