
Mentre la Bce è in bilico se aumentare o meno i tassi, più o meno come la Fed statunitense, la Banca centrale cinese ha abbassato i tassi al 2,5% e il governo di Pechino promette stimoli economici. Così il mondo non solo è completamente diviso dalla guerra della Russia alla Ucraina, ma è separato in due dall’andamento dell’inflazione e dell’economia e sempre più anche dai tassi di interesse. Il mondo occidentale teme l’inflazione, la Cina teme la forte recessione, diretta conseguenza dei due anni di blocco del paese.
Poiché non vi è dubbio che la prorompente crescita della Cina negli ultimi 40 anni, conseguenza positiva della politica della globalizzazione dell’economia, è stata decisiva anche per la crescita dei paesi occidentali, il completo disallineamento determinato dalla multilateralità introdotta fa vedere nubi grigie o nere al mondo intero.
Molti pensano, in parte anche la presidente Giorgia Meloni, che il contributo allo sviluppo dell’Europa possa venire dalle politiche promesse del presidente americano Joe Biden. In teoria (e solo in parte) potrebbe essere anche così, ma occorre tenere presente due fatti: 1) pur essendo gli Usa di gran lunga la principale economia del mondo, hanno solo (si fa per dire) 300 milioni di abitanti, spaccati non solo da più etnie (e quella rampante e anche se talvolta meno affidabile è l’ispanoamericana, che in Florida e non solo ha sostituito alla lingua ufficiale lo spagnolo), ma gli stessi cittadini americani saranno anche chiamati alle elezioni presidenziali fra un anno; e 2) c’è la minaccia di una nuova elezione di Donald Trump, al quale il partito democratico non ha saputo opporre, almeno per il momento, altro che l’attuale presidente Biden, ultraottantenne e con problemi in famiglia non secondari.
C’è qualcuno che non sente che il mondo occidentale, proprio per tutto ciò, è instabile e diviso? Diviso anche sull’atteggiamento da tenere verso la Cina, che comunque è entrata in grave crisi economica, pur avendo raggiunto nel recente passato dei primati che per esempio, minacciano una delle fondamentali industrie del mondo occidentale, quella dell’automobile. Una prova? L’ho scritta di recente: il governo tedesco ha neppure garbatamente ingiunto alla Volkswagen di non fare investimenti in Cina nell’industria automobilistica per il primato delle auto elettriche cinesi, già evidente in occidente. Senza porre tempo in mezzo il ceo della prima casa automobilistica mondiale, Oliver Blume, ha risposto secco: ma VW realizza in Cina il 40% del suo fatturato.
Tuttavia non è solo questione di auto elettriche, naturalmente. Ancora più significativa è l’industria del digitale. Il leader qualitativo mondiale è americano, la Apple creata dal genio di Steve Jobs. Ma chi ha fabbricato e continua a fabbricare iPhone, iPad e computer con il marchio Apple se non la Cina? In aderenza anche alle scelte politiche, Tim Cook, erede di Jobs, aveva dichiarato di voler trasferire parte della produzione in Vietnam, anche per avere minori costi. Ma proprio recentemente è emerso che in Vietnam, in fase di attrazione dal mondo occidentale, verranno, per il momento, prodotti MacBook e AppleWatch. Ma proprio seguendo le mosse di Apple si scopre quale appare essere la strategia del governo americano.
Infatti, Apple, mentre riduce in Cina, sta puntando non tanto sul Vietnam ma moltissimo sull’India. E proprio nei giorni scorsi, l’andamento del G20 (in realtà G19, vista l’assenza della Russia) ha rivelato, in parte, dove sta andando il mondo, ma anche il profondo cambiamento e la profonda incertezza in cui stiamo vivendo e in cui vivremo.
Sull’India sta puntando decisamente il governo americano. Ma l’India, che ha sì larghissima parte di popolazione povera o poverissima, è comunque una democrazia, e quindi non è proprio disponibile a seguire pedestremente le direttive americane. L’India ha fatto sì un deciso passo verso il mondo occidentale in sintonia anche con il Vietnam, ma il primo ministro di Nuova Dehli, Narendra Modi, che è in carica dal 2014, tiene molto all’indipendenza del paese e a una posizione equidistante. Per questo cerca di avere il massimo sviluppo per ridurre la povertà, ma non obbedendo pedestremente a Washington. Per cui, se da una parte ha accettato di non invitare Vladimir Putin al recente G20, dall’altra non certo si sente completamente integrato nella sfera americana, nonostante i forti investimenti (come Apple) nel suo paese.
Un altro gancio che Washington ha lanciato a Modi è quello del così detto Enhanced Defense Cooperation Agreement per il Mar della Cina, fra la stessa Cina, Vietnam, Malesia e Filippine. Infatti questo mare è popolato da un numero enorme di isolotti che Pechino ritiene suo territorio e che ha occupato con basi militari, stazioni radar, e migliaia di militari, affiancati da navi della marina ufficiale, ma anche da pescherecci, non solo perché quel mare, grande quasi come il Mare nostrum, è molto ricco di pesce. È una operazione che prese avvio ai tempi del Presidente Mao, ma che ha avuto un forte sviluppo con l’attuale presidente Xi Jinping, anche, se non soprattutto, in relazione al problema di Taiwan.
Secondo la Corte permanente di arbitrato dell’Aja, che ha giudicato nel luglio del 2016 in base a Unclos (la convenzione dell’Onu per i mari), quell’occupazione dell’arcipelago di isolotti è illegale. Ma la Cina non intende recedere e quindi gli Usa sono riusciti, per motivi di sicurezza, a coinvolgere nell’Enhanced Defense oltre a Vietnam, Filippine, Corea del Sud appunto anche l’India.
Insomma, una marcia verso l’obbiettivo di portare sempre di più verso il mondo americanocentrico l’India, con strumenti economici e di difesa. India, che sta superando la Cina per numero di abitanti e in cui le proiezioni economiche vedono salire dalla cruda povertà a un certa dignità in poco tempo.
Prova ne sia che anche grazie alla professionalità dell’ ambasciatore italiano in India, Vincenzo De Luca, anche l’Italia è ben posizionata per cogliere le opportunità di questo forte sviluppo annunciato. E proprio due mesi fa la romana Maire Tecnimont ha creato una base importante, per un importantissimo sviluppo, a Mumbai.
Non è come quando nel 1978 il ministro del commercio estero, Rinaldo Ossola, promosse i rapporti Italia-Cina in maniera concreta con un prestito stand-by molto importante per l’acquisto di prodotti italiani e il Vice Presidente Den Xiaoping ricevette Ossola, per gratitudine, per ben tre volte. Infatti, l’India è da una parte molto avanti nella tecnologia e nell’economia ma ha ancora sacche di povertà spaventose. E, infatti, quando con la missione Ossola, nel ritorno dalla Cina, facemmo tappa a Bombay (ora Mumbai) nelle vie vedemmo più di un cadavere morto per fame. Ma l’India aveva già dal 1950 una Costituzione e un parlamento, come «repubblica sovrana, socialista, laica e democratica». Forse, proprio perché con un sistema non come quello cinese, la crescita è stata assai più lenta. E gli Usa non l’hanno a lungo troppo considerata, preferendo la povertà della Cina per farla diventare la fabbrica del mondo. Essendo ora la Cina il secondo paese al mondo sul piano economico e quindi una super potenza da tutti i lati e anche da quello tecnologico, ma a regime comunista, gli Usa hanno risollevato il caso Taiwan che storicamente è territorio cinese. Infatti proprio lì gli Usa aiutarono a riparare il nazionalista Chiang Kai-Shek, sconfitto nella guerra civile contro l’esercito comunista del presidente Mao Zedong.
Le tensioni fra Usa e Cina sono aumentate perché la presidenza Biden non ha preso minimamente in considerazione il suggerimento del centenario Henry Kissinger, che ha ripetuto anche al nuovo ambasciatore cinese a Washington quando è andato a trovarlo, due mesi fa prima del viaggio dello stesso Kissinger a Pechino: «Fu il presidente Mao che disse di non parlare di Formosa-Taiwan per almeno 100 anni, altrimenti sarebbe scoppiata la guerra. Di quei 100 anni ne sono passati un po’ di più di 60…». Quindi per evitare che scoppi la guerra anche nel Mare di Cina, sarebbe bene che sia gli Usa che la Cina non parlassero per almeno altri 30 anni del problema Taiwan.
Ma la fine della globalizzazione, che è ormai segnata, secondo gli Usa deve essere sostituita dal multilateralismo e Washington, da parte dei falchi, vorrebbe che tutti i i paesi riducessero le relazioni con la Cina. La riprova per l’Italia è la richiesta di non rinnovare il Memorandum sulla Via della Seta, che l’Italia è l’unico membro del G7 ad aver firmato. La saggezza della presidente Meloni ha premesso che in ogni caso i rapporti con la Cina dovrebbero economicamente crescere, che sia o meno rinnovato il Memorandum.
Ma il punto è proprio questo: nessun paese al mondo può più prescindere dalla Cina, non solo la Germania che ha il record mondiale di interscambio, ben oltre i 300 miliardi all’anno.
Come può essere possibile continuare a fare affari con la Cina senza che gli Usa ti mettano nel mirino e come può essere evitata la terza guerra mondiale per Taiwan? Il suggerimento di Kissinger è più che condivisibile, ma invece, come si è visto, ci sono ben altri movimenti per tutti gli isolotti che popolano il mar della Cina.
Gli Usa, e non solo, semplificando, sostengono che le produzioni vanno spostate in India. Ma anche se in India la povertà è forte, non lo è così grave come poteva essere quando Kissinger e il presidente Richard Nixon iniziarono la diplomazia del ping pong per trasformare la Cina nella fabbrica del mondo. In più l’India ha un regime sostanzialmente democratico e il suo governo deve gestire una popolazione che secondo alcuni è a 1,4 miliardi di abitanti.
Insomma, non solo non ci sono, e per fortuna, le condizioni che favorirono la trasformazione della Cina nella fabbrica del mondo, ma sarebbe drammatico se gli Usa pensassero di poter ripetere l’operazione e poi, magari fra una trentina d’anni, tirarsi indietro e predicare di non fare affari con l’India, che per fortuna ha già una sua democrazia e appunto ha aperto agli Usa ma con circospezione.
Perché il problema del mondo è visibile a tutti, come anche le politiche imperialistiche sono visibili da parte di tutti. È stato iper conveniente poter produrre in Cina a costi molto bassi, ma cosa pensavano gli Usa, che i cinesi, ricchi di una tradizione millenaria che prima o poi doveva riemergere, avessero la campanella al naso? E ora, visto il potere raggiunto, gli Usa vogliono reindustrializzare il loro paese, ritrasferendo anche in patria molte attività industriali. Pienamente legittimo, anche se è il segno dell’affare che, con le produzioni in Cina, hanno fatto non solo loro, quando appunto la Cina aveva drammatici problemi di fame. Ma non appare legittimo e conveniente, come suggerisce Kissinger, né di parlare oggi di Taiwan, mandando in visita nell’isola la ex-speaker della camera di Washington, Nancy Pelosi, né di imporre agli alleati di ridurre il business con Pechino.
La lezione deve servire. Se l’opportunità è in India, l’opportunità deve essere colta con correttezza, ben sapendo che cosa potrà diventare l’India una volta che abbia risolto i problemi della fame e della povertà come hanno fatto in Cina, con il suo numero degli abitanti, con la Bomba atomica, con una tecnologia che è già elevata. Certo non sarà disponibile a piegarsi al volere di Washington. Non lo è, giustamente, neppure adesso, perché dovrebbe farlo quando avrà una economia molto ricca?
Questo vuol dire che aiutare i paesi poveri ma ricchi di abitanti a svilupparsi non deve essere solo un fattore di convenienza, ma anche una scelta per diffondere i principi di libertà e democrazia. Gli Usa sono oggi in grado, con lo spettacolo Trump a cui stiamo assistendo, di essere l’esempio da seguire? E poi: forse che il numero di abitanti non conta? E gli Usa ne hanno 300 milioni contro 1,4 miliardi ciascuno di India e Cina. E lo sviluppo dell’Africa, che la Cina ha già prenotato, e in cui gli Usa sono più che marginali?
Speriamo che la democrazia americana, visto che gli Usa sono ancora la prima potenza al mondo, sappia esprimere un prossimo presidente di livello elevato ed adeguato ai problemi del mondo. A cominciare da quegli economici, di cui si ha piena evidenza con gli opposti estremismi di inflazione e deflazione fra mondo occidentale e Cina. Ma il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, più i vari G7 e G20, l’Onu e la Fao, non sono nati per cooperare e per rendere migliore il mondo? O sono concepiti solo come strumenti di potere di una parte o dell’altra?
Certo non si può essere ottimisti visto l’incapacità ormai da quasi due anni di far cessare la guerra della Russia in Ucraina. Russia che comunque ha carte da giocare in più aree della Asia e dell’Africa oltre che ai confini con l’Europa.
Una cosa è certa: non basta Papa Francesco, nonostante il suo più che doveroso attivismo. Ci vorrebbe un recupero di umanità e di cooperazione come avvenne dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ma le condizioni sono ora assai diverse. (riproduzione riservata)