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Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione
Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione
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Fondi pensione negoziali contro la portabilità del contributo del datore di lavoro

15 dicembre 2025, 15:00 Ultimo aggiornamento: 15:10

La legge di bilancio dà la possibilità di trasferire il versamento che l’azienda fa, in aggiunta a quello del dipendente, in qualsiasi fondo pensione a cui si iscrive quest’ultimo, anche quelli individuali. Assofondipensione e Laborfonds chiedono il ritiro della misura

I fondi pensione negoziali non vogliono la portabilità del contributo del datore di lavoro che la manovra sul 2026 punta a introdurre. La legge di bilancio dà la possibilità di trasferire il versamento che l’azienda fa, in aggiunta a quello del dipendente, in qualsiasi fondo pensione a cui si iscrive quest’ultimo, anche quelli individuali. L’adesione al fondo avviene tramite il conferimento del tfr e poi il lavoratore può decidere se versare una somma mensile in aggiunta, in quest’ultimo caso obbliga l’azienda a contribuire con un proprio importo stabilito dalla contrattazione collettiva. 

Le differenze tra negoziali, aperti e pip

Ma oggi ciò vale soltanto se il dipendente è iscritto in un fondo negoziale. Mentre se ha aderito o passa a un fondo pensione aperto o a una polizza individuale pensionistica (pip) che non hanno un accordo con l’azienda, il datore di lavoro non è obbligato a versare il contributo a suo carico. Se passasse questa modifica ciò sarebbe possibile, quindi il lavoratore non lo perderebbe, e tutti gli strumenti di previdenza complementare, quindi fondi pensione negoziali, fondi pensione aperti e pip, avrebbero le stesse condizioni. In passato ci aveva già provato l’ex premier Matteo Renzi ma gli avevano fatto fare marcia indietro. 

Le critiche di Assofondipensione

Dura la presa di posizione di Assofondipensione: l’associazione dei fondi pensione negoziali «esprime forte contrarietà alla modifica della disciplina del contributo datoriale alla previdenza complementare introdotta dal governo nell’ambito della Legge di Bilancio. La soppressione del ruolo della contrattazione collettiva nella definizione della destinazione del contributo a carico del datore di lavoro rappresenta una scelta grave, che mette in discussione l’architettura stessa della previdenza complementare costruita nel nostro Paese negli ultimi decenni».


L’ente presieduto da Giovanni Maggi sostiene che «il contributo datoriale non è un elemento accessorio né un beneficio individuale, ma una componente essenziale che deriva dal sistema negoziale che vede impegnati i soggetti promotori dei fondi pensione, definita attraverso accordi collettivi e finalizzata a garantire mutualità, equilibrio tra le parti, contenimento dei costi e tutela degli aderenti. Rimuovere questo presidio significa alterare profondamente il rapporto tra contrattazione, adesione su base contrattuale e funzione previdenziale del secondo pilastro».

I rischi

L’apertura alla piena portabilità del contributo datoriale verso qualsiasi forma pensionistica, senza vincoli contrattuali, continua Assofondipensione, «espone i lavoratori al rischio concreto di transitare verso strumenti di previdenza complementare con costi significativamente più elevati e con assetti di governance meno trasparenti, indebolendo nel tempo l’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche. Una scelta che appare tanto più incomprensibile se si considera che i fondi pensione negoziali hanno dimostrato, nel tempo, solidità, efficienza e capacità di tutelare gli interessi di milioni di lavoratrici e lavoratori».

Le richieste


Assofondipensione ritiene che «la previdenza complementare non possa essere ricondotta a una logica di presunta neutralità competitiva, ma debba continuare a fondarsi sul ruolo centrale della contrattazione collettiva e su un impianto regolatorio che riconosca e valorizzi la specificità delle forme pensionistiche collettive, nate per garantire mutualità, partecipazione e tutela degli aderenti». Per queste ragioni, l’associazione chiede il ritiro della modifica introdotta dal Governo e l’apertura immediata di un confronto con le parti sociali e con i soggetti rappresentativi del sistema, «al fine di salvaguardare il ruolo del contributo contrattuale e la funzione sociale della previdenza complementare».

Il sostegno di Laborfonds

Anche Laborfonds, il fondo pensione negoziale del lavoratori del Tentino Alto Adige, è intervenuto a sostegno della sua associazione di categoria. «L'apertura alla piena portabilità del contributo aziendale è solo apparentemente una misura che favorisce una maggiore concorrenza: nella realtà, si rischia di lasciare gli aderenti ai fondi pensione negoziali in balia degli altri attori del mercato», afferma il direttore Stefano Pavesi, «immagino già a quali pressioni potranno essere sottoposti i nostri iscritti quando chiederanno un finanziamento alla loro banca». Per il vicepresidente Alfred Ebner «è una scelta incomprensibile che mira ad una privatizzazione su larga scala del secondo pilastro previdenziale e che esautora, di fatto, il ruolo della contrattazione collettiva. Questa modifica favorisce le forme previdenziali individuali promosse da banche ed assicurazioni, sicuramente più costose e meno trasparenti: non vedo vantaggi per le lavoratrici e i lavoratori». (riproduzione riservata)



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