L’Italia è un Paese strano. Prendiamo i fondi pensione complementari; apparentemente non interessano a nessuna forza politica ma nelle ultime settimane su di loro e anche sulle casse di previdenza dei liberi professionisti, si sono accesi gli appetiti della finanza nostrana sempre a caccia di nuovo business, attratta dai patrimoni di questi investitori istituzionali.
Ha iniziato il Comi, il Comitato Operatori di Mercato e Investitori in seno alla Consob, nato per agevolare il confronto con gli operatori e presieduto da Pier Carlo Padoan (ex ministro, presidente di Unicredit e papà dei pir, i piani individuali di risparmio) che ha chiesto che il governo preveda per legge l’obbligo per i fondi pensione complementari di «un investimento in strumenti azionari emessi da pmi italiane o europee (quelle quotate a Piazza Affari all’Euronext Growth) e la previsione di incentivi di natura fiscale per tali investimenti».
Il motivo, dice Giovanni Natali, presidente di AssoNext, è che i fondi pensione hanno investito 32,5 miliardi di euro in azioni estere e soltanto 1,5 miliardi (l’1,5% del totale azionario) in quelle italiane; peccato che la borsa italiana pesa meno del 2% quindi in proporzione avremmo dovuto investire poco più della metà.
Sempre secondo il Comi, i fondi pensione dovranno investire nel venture capital almeno il 5% del loro patrimonio per non perdere il bonus fiscale; di quale bonus si tratti non è dato sapere. Immediatamente, è partita la politica con Giulio Centemero (Lega Salvini premier), membro della commissione Finanze, che si è detto totalmente d’accordo.
Ha affermato la «necessità di riaprire il cantiere dei pir (che fino a 1,5 milioni di euro non pagano imposte a vita al contrario dei fondi pensione e hanno creato una bolla speculativa in borsa tanto che oggi sono fermi) e l’istituzione di un fondo dei fondi pubblico con la chiamata alle armi per casse di previdenza e fondi pensione che devono smettere di lamentarsi e contribuire investendo in Italia i risparmi degli italiani».
Sul tema si è schierata la commissione bicamerale di controllo Enti previdenziali presieduta dal leghista Alberto Bagnai che nella seduta plenaria ha deciso di svolgere due indagini che riguardano rispettivamente gli investimenti finanziari di enti previdenziali e fondi pensione e l'equilibrio e i risultati delle gestioni del settore previdenziale allargato precisando «che in un orizzonte temporale di un anno, si vuole investigare il ruolo di casse e fondi in relazione allo sviluppo del mercato finanziario e al contributo fornito alla crescita dell'economia reale».
Anche in questo caso il compito principale della commissione sarebbe quello della sostenibilità del sistema previdenziale ma evidentemente la finanza ha fatto breccia anche qui. Perché questa regola debba valere solo per fondi pensione e casse previdenziali che insieme gestiscono poco più di 350 miliardi e non per gli oltre 2.500 miliardi di risparmio gestito (polizze, fondi comuni, gestioni patrimoniali ecc.) è chiaro; quale politico avrebbe il coraggio di fare leggi costrittive nei confronti degli operatori del risparmio gestito che sono sim, banche, assicurazioni e sgr (tutti soggetti che siedono nel Comi)? Nessuno!
Più facile prendersela con i fondi pensione e le casse, cosa che è successa costantemente in passato. Infatti, dopo un lungo e tortuoso percorso istitutivo durato 20 anni con l’opposizione di parte della politica (affiancare il pilastro pubblico con uno complementare privatistico era un quasi sacrilegio) e conclusosi nel 2005 con il decreto legislativo 252/05, il governo Prodi prima (nel 2006) e quello Renzi nel 2015, hanno mutilato e penalizzato fiscalmente sia i fondi sia le casse.
Anche il passato la prima legge sui fondi pensione (decreto 124/93 di Amato) era stata sabotata appena nata dal ministro Beniamino Andreatta che si era inventato una imposta preliminare del 15% sui versamenti dei contributi bloccandola per anni; lo stesso è capitato a Dini nel 1996, sabotata da Visco pochi anni dopo.
Anzitutto occorre premettere che il compito primario e statutario di casse previdenziali e fondi pensione è quello di pagare le pensioni e non di finanziare l’economia italiana; tocca ad altri operatori e allo Stato il compito di sostenere l’economia reale con investimenti, leggi e agevolazioni (industria 4.0 ad esempio). Secondo: i mercati di capitali italiani sono molto piccoli e per la semplice ragione della diversificazione degli investimenti, occorre guardare anche ai mercati internazionali. Diversamente i lavoratori avrebbero tutti i rischi (posto di lavoro e investimenti) concentrati in Italia come accadeva prima della riforma del 1995.
Tutti siamo contenti se si può dare una mano all’economia reale domestica e da molti anni chiediamo in primo luogo che Cdp faccia da advisor (e non da competitor) nella scelta di investimenti in economia reale sia per i fondi pensione sia per le casse che spesso sono troppo piccoli patrimonialmente per avere specializzazioni interne. In secondo luogo chiediamo che, come accade all’estero, ci siano agevolazioni fiscali sugli investimenti in economia reale domestica.
Terzo punto auspichiamo che prima di pensare a leggi coercitive, la politica dovrebbe riportare la tassazione delle plusvalenze dei fondi pensione all’11% originario, aumentato al 20% da Renzi e soprattutto portare la tassazione al momento della prestazione mentre oggi questi strumenti sono l’unica forma di risparmio in Europa tassata annualmente.
Come quarto elemento è necessario reintrodurre il fondo di garanzia per le pmi per il finanziamento del deflusso del tfr ai fondi pensione: il tfr è liquidità interna per le piccole aziende che, in assenza di credito bancario, lo utilizzano per l’operatività impedendo di fatto alla metà dei lavoratori di aderire ai fondi pensione. Infine, la suddivisione tra aziende con più o meno 50 dipendenti introdotta dal governo Prodi prevede che il tfr dei lavoratori che non aderiscono ai fondi pensione vada al fondo Inps; in dieci anni sono stati sottratti all’economia italiana oltre 97 miliardi usati dallo Stato per spesa corrente. Prima di inventare obblighi statalistici, sarebbe bene restituire i 97 miliardi all’economia reale e risolvere le anomalie dei fondi pensione e delle casse che oggi soffrono addirittura di una doppia tassazione, caso unico in Ue. (riproduzione riservata)
* presidente di Itinerari Previdenziali