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Fondi pensione, il ruolo del tfr per lasciare il lavoro con il 100% dello stipendio

07 marzo 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 10 marzo 2025, 10:56

Il trattamento di fine rapporto da solo può colmare la distanza tra ultimo stipendio e primo assegno pubblico. E partendo il prima possibile le opzioni aumentano perché anche le linee a basso rischio possono far raggiungere e superare questo traguardo  

Ormai è un fatto consolidato. Il welfare è un sistema che costa sempre di più per l’allungamento della vita media. Un aspetto quest’ultimo che, se da una parte è una buona notizia per la popolazione, non lo è per i conti dello Stato soprattutto in un Paese come l’Italia alle prese con un debito pubblico da record e quindi con risorse sempre più limitate per far fronte all’invecchiamento demografico. Sulla base degli ultimi dati dell’XI Rapporto sul Bilancio del sistema previdenziale italiano, a cura del centro studi di Itinerari Previdenziali, nel 2023 le spese per sanità, assistenza e welfare hanno raggiunto il picco dei 318,1 miliardi di euro (tabella in pagina). Ma il sistema non è in equilibrio perché di questo importo soltanto 285,3 miliardi sono coperti dalle imposte dirette con un deficit di 32,8 miliardi, come sottolinea Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali (ed ex sottosegretario al Welfare dal 2001 al 2005, si veda intervento in pagina): «La spesa aumenta più delle entrate fiscali e quindi galoppa il debito pubblico italiano» che ormai è arrivato a 3 mila miliardi, circa 800 miliardi in più di dieci anni fa e oltre 1.000 in più rispetto al 2010.

Il mix del welfare

Dai dati dello studio emerge che, visti i vincoli di finanza pubblica inseriti nel piano italiano di bilancio 2025/29, ma anche la necessità di ridurre sia il deficit annuo sia il debito pubblico per restare nei rating internazionali, nonché i costi aggiuntivi legati all’invecchiamento della popolazione e alla tutela ambientale, diventa sempre più necessaria una forte integrazione tra welfare pubblico e privato per arrivare al mix che ormai caratterizza la maggior parte dei Paesi ad alto e medio reddito. Per Tito Boeri, economista ed ex presidente dell'Inps, i fattori che mettono pressione alla sostenibilità del sistema fiscale pubblico sono legati al basso tasso di natalità e all’immigrazione che viene «trattata come minaccia negando in modo anacronistico la possibilità di cercare lavoro». Perché, per Boeri, «è in atto un cambiamento epocale del mercato: non mancano lavori, ma lavoratori».

Focus sull’educazione previdenziale

In Italia oggi ci sono 1,46 occupati per ogni pensionato, la soglia minima di sicurezza è 1,5 e quindi anche una maggiore partecipazione delle donne potrebbe contribuire a ridurre quella distanza perché in un sistema pubblico a ripartizione come quello italiano le pensioni sono pagate con i contributi pagati dai lavoratori. «La legge di bilancio», precisa Boeri, «sbaglia nel cercare di aumentare le aliquote contributive Inps: per aumentare i contributi bisogna agire su un margine estensivo, stimolando una maggiore partecipazione femminile e degli immigrati alla previdenza, con contributi opzionali aggiuntivi». Altro punto, la conoscenza della previdenza: «Un aspetto cruciale per creare consenso intorno a politiche che tengano conto della demografia. Solo il 40% degli italiani sa come funziona sistema a ripartizione», conclude l'economista. Secondo un sondaggio di Anima Sgr condotto lo scorso febbraio i lavoratori sono consapevoli di questa situazione dato che il 78% ritiene che sia importante investire sul proprio futuro previdenziale.

Pochi iscritti

Ma se si passa dalla teoria alla pratica emerge un gap rilevante: soltanto il 40% degli intervistati ha sottoscritto un qualche strumento di integrazione alla pensione pubblica. Un dato che trova riscontro nelle statistiche Covip sul numero di aderenti ai fondi di previdenza integrativa che seppur in aumento, non arriva a coprire la metà della platea dei lavoratori italiani: 9,95 milioni a fine 2024. L’iscrizione ai fondi pensione avviene con il trattamento di fine rapporto (tfr) del lavoratore (che può decidere di aggiungere anche un suo contributo), ma secondo il sondaggio di Anima il 22% di chi ha il tfr ha deciso di lasciarlo in azienda, il 18% lo ha destinato a un fondo pensione e il 15% l’ha incassato e usato per un altro progetto (si veda tabella in pagina). «La consapevolezza previdenziale e demografica può servire anche per aumentare le sottoscrizioni della pensione integrativa garantendo redditi adeguati in vecchiaia», aggiunge Boeri che sulla base delle stime della Ragioneria generale dello Stato ha mostrato il ruolo dei fondi di previdenza per aumentare il tasso di sostituzione, ovvero la percentuale dell’ultimo stipendio che verrà pagata come prima pensione (si veda tabella in pagina).

Il ruolo del tfr

E al lavoratore che aderisce presto basterebbe versare il solo trattamento di fine rapporto, ovvero il 6,91% dello stipendio, per arrivare all'età di pensionamento con un tasso di sostituzione tra il 90 e il 100%, come emerge da una simulazione di Smileconomy, su lavoratori dipendenti 25, 30, 35 e 40enni con una retribuzione netta di 1.250, 1.500, 1.750 e 2 mila euro netti al mese (si veda tabella in pagina).
«In sintesi, la variabile più importante è di quanto la retribuzione futura potrà crescere oltre all'inflazione», spiega Andrea Carbone, fondatore di Smileconomy. Per mostrarne gli effetti, la prima ipotesi è che la retribuzione resti nel tempo costante reale, cresce cioè ogni anno come l'inflazione. Il punto di partenza è buono, con tassi di sostituzione tra il 71,8% e l'81,7%, a patto di lavorare però fino a 69-71 anni. «L'età di pensionamento del 25enne risulta elevata perché, con retribuzioni inferiori ai 1.500 euro netti, non si riesce a superare la soglia di 3,2 volte l'assegno sociale richiesta per avere la pensione anticipata contributiva, oggi pari a 64 anni di età, da adeguare per l'aumento dell'attesa di vita», sottolinea Carbone.
Dall’analisi risulta che ai 25enni e ai 30enni conferire il tfr da oggi sarebbe sufficiente a raggiungere e superare il 100% dell'attuale retribuzione anche investendo in una linea a basso rischio (80% obbligazionario - 20% azionario) di un fondo pensione: avrebbero un tasso di sostituzione del 110 e 102% rispettivamente. «I 35enni e i 40enni invece, che hanno meno tempo a disposizione in vista della pensione, oltre al tfr dovrebbero aggiungere anche dei versamenti mensili compresi tra i 17 euro del 35enne che investe ad alto rischio (20% obbligazionario - 80% azionario, ndr) e i 277 euro del 40enne che investe a basso rischio», aggiunge Carbone.

L’ipotesi di crescita della retribuzione

Le cose cambiano se invece si ipotizza che la retribuzione cresca di un 1,5% medio annuo sopra l'inflazione. «Si tratta di un'ipotesi in linea con dinamiche viste in varie analisi di Banca d'Italia o della Ragioneria Generale dello Stato», ricorda Carbone. Quando si parla di pensioni, una retribuzione in crescita è una buona notizia per il valore in euro della pensione che crescerà, ma non lo è per il tasso di sostituzione che diminuirà, perché i contributi versati non riescono a stare dietro all'aumento del reddito. «Tra l'altro, per i 25enni e i 35enni l'età di pensionamento si è abbassata rispetto al caso precedente, perché con una retribuzione in aumento si riesce a superare la soglia richiesta per poter avere la pensione anticipata contributiva», osserva Carbone.
In questa ipotesi i tassi di sostituzione rispetto all'ultimo reddito da lavoro scendono a valori compresi tra il 54,3% e il 58,3%. Il tfr, da solo, non riuscirebbe a far raggiungere il 100% dell'ultima retribuzione da lavoro sebbene i 25enni e i 30enni investiti ad alto rischio ci si avvicinino. I versamenti mensili necessari per poter raggiungere il 100% della retribuzione oscillerebbero dunque tra i 44 euro del 25enne che investe ad alto rischio e i 708 euro di un 40enne che investe a basso rischio.

Le mosse per i giovani

In sintesi si tratta di simulazioni utili per far riflettere su più di un elemento. Innanzitutto il tfr è una risorsa molto importante: «soprattutto per i più giovani andrebbe investito il prima possibile», avverte Carbone. In secondo luogo l'andamento della retribuzione futura influenza le risorse da investire per provare ad avere l'80, 90 o 100% dell'ultimo reddito da lavoro quindi «sarebbe una buona abitudine aumentare ogni anno i propri versamenti in previdenza integrativa se vi è un aumento salariale», aggiunge Carbone. Infine raggiungere o meno le soglie previste per la pensione anticipata contributiva (oggi 64 anni come accennato) sposta il momento della pensione di tre anni rispetto alla vecchiaia a 67 anni, con evidenti impatti sull'importo della pensione e sul tempo a disposizione per costruirsi la rendita integrativa.

Il nuovo ponte

C’è poi da quest’anno il nuovo ponte tra previdenza pubblica e privata: la legge di bilancio 2025 dà la possibilità di cumulare i contributi versati nella previdenza complementare con quelli della previdenza pubblica per raggiungere l’importo dell’assegno necessario per accedere alla pensione anticipata a partire dai 64 anni. «Per semplicità di rappresentazione, nel primo caso, quello di reddito reale costante, abbiamo lasciato la data di pensionamento fissa, a prescindere da quanto venga investito in previdenza integrativa. In realtà, sommando previdenza pubblica e privata, investendo a basso rischio si sarebbe rimasti sotto la soglia, ma facendolo ad alto rischio si sarebbe superata la soglia e dunque la data di pensionamento sarebbe scesa come nel secondo scenario, quello di reddito reale con aumento annuo dell’1,5%», spiega Carbone. Ma abbassandosi l'età di pensionamento sarebbe scesa la pensione di base, e il tempo per accumulare in previdenza integrativa si sarebbe ridotto di tre anni, con il risultato che probabilmente la soglia non sarebbe stata raggiunta. «Si tratta di una circostanza dove la complessità dell'interazione tra previdenza pubblica e complementare richiede, per un cittadino, l'assistenza da parte di consulenti specializzati. E forse, da parte di chi scrive le normative, di valutare di semplificare un po' le regole», conclude Carbone. (riproduzione riservata)



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