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Fondi, gli investimenti degli italiani: chi va in banca compra obbligazioni, chi si affida alle reti di consulenti le azioni
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Fondi, gli investimenti degli italiani: chi va in banca compra obbligazioni, chi si affida alle reti di consulenti le azioni

08 giugno 2026, 15:05 Ultimo aggiornamento: 17:24

L'Osservatorio Assogestioni 2026 fotografa due mondi distinti: la clientela bancaria punta soprattutto sull'obbligazionario, mentre gli investitori seguiti dalle reti di consulenza privilegiano l'azionario. Restano forti anche i divari tra Nord e Sud e tra vecchie e nuove generazioni

Banche contro reti. Nord contro Sud. Vecchie contro nuove generazioni. Obbligazioni (troppe) contro azioni (ancora insufficienti). Emerge la fotografia di un’Italia spaccata in due dall’edizione 2026 dell’Osservatorio sui sottoscrittori di fondi comuni di Assogestioni, presentato a Milano oggi, lunedì 8 giugno, nella sede dell’associazione di categoria presieduta da Maria Luisa Gota (Eurizon).

Un’analisi che include il 76% dell’intero patrimonio italiano dei fondi, pur senza includere Etf e comparti inclusi in contenitori come polizze unit-linked e gestioni patrimoniali, ma che riesce a restituire una fotografia più che fedele del rapporto tra italiani e prodotti di risparmio gestito.

Il grande divario: banca contro rete

In totale, analizza il report, gli italiani che possiedono fondi comuni sono 12,4 milioni (+7% rispetto al 2025): più di un cittadino su cinque, in sostanza, investe in questa categoria di prodotti. L’Italia, in questo modo, si classifica seconda in Ue dopo la Germania per numero di investitori retail in fondi.


Il portafoglio medio ha il valore di 55 mila euro (da 52 mila della precedente edizione). Ma qui emerge la prima, grande distinzione: il controvalore medio dei fondi di diritto italiano è pari a 37 mila euro, mentre per i comparti cross-border - tipicamente offerti da società di gestione internazionali - si arriva a 59 mila.

La spiegazione? «Il fondo italiano è tipicamente un prodotto da clientela bancaria, quello cross-border è per sottoscrittori upper-affluent o private, tipicamente cliente delle banche reti», segnala Riccardo Morassut, senior research analyst dell’ufficio studi di Assogestioni a diretto riporto del direttore Alessandro Rota.

In banca si comprano bond, in rete azioni

Questa dinamica si riflette anche nella composizione dei portafogli. In media la componente obbligazionaria è pari al 56% del totale, con l’azionario al 38%. Ma anche qui lo studio osserva una differenza in base al domicilio dei prodotti. Nei fondi italiani l’obbligazionario arriva infatti al 70%, «richiamando il profilo di una clientela mass affluent e molto conservativa», aggiunge Morassut. Nei fondi cross-border invece la componente azionaria arriva al 57% del totale.

Il vero problema, lamenta Assogestioni, è che la parte di equity in portafoglio è bassa per tutte le generazioni di italiani. Perfino per i giovani e giovanissimi, dove stenta ad arrivare a 30% (negli Stati Uniti questo valore si aggira intorno all’80-90%). 

«La nostra sfida deve essere quella di far crescere la propensione al rischio», ricorda Fabio Melisso, ceo di Fineco Asset Management (Fam) e vicepresidente del Comitato Comunicazione di Assogestioni. «Come farlo? Guardando meno ai tassi nominali e più a quelli reali. La perdita del potere d’acquisto a causa dell’inflazione deve essere un fattore di scelta, perché altrimenti il mix rimarrà sempre sbilanciato verso l’obbligazionario».

Un risparmio sempre più vecchio

L’altro grande divario, insieme a quello (cronico) territoriale - la partecipazione ai fondi va da un massimo del 29-33% in Emilia-Romagna e Lombardia a un minimo del 10% in Sicilia e Sardegna - riguarda la demografia dei sottoscrittori.

Oggi l’età media di detentori di fondi comuni in Italia è di 61 anni, mentre nel 1996 (anno di avvio dell’osservatorio) era pari a 50. Un primo fattore è meramente legato alla longevità. «Dal 1996 gli over 65 sono il 47% in più, ma a livello di sottoscrittori sono il 137% in più. Gli under 26 invece sono il 23% in meno, ma i sottoscrittori sono il 38% in meno», elenca Morassut.

L’invecchiamento demografico non spiega però tutto il fenomeno. «C’è anche un tema di invecchiamento della ricchezza», segnala l’analista. «Nel 1995 gli over 65 avevano il 22% della ricchezza finanziaria, oggi passata al 48%. Invece i giovani tra 26 e 35 anni avevano il 13% della ricchezza, oggi hanno solo il 3%». 

I tre segnali più incoraggianti

I divari da colmare sono tanti, e le soluzioni (anche politiche) appaiono oggi più necessarie che mai. Ma nonostante ciò lo studio di Assogestioni individua almeno tre elementi che destano ottimismo. Primo, la quota di donne investitrici, «passata al 47% dal 34% del primo anno di vita dell’osservatorio, con province come Milano, Genova, Trieste e Monza-Brianza già sulla parità», sottolinea Morassut.

Secondo punto: l’utilizzo dei piani di accumulo come punto di ingresso nel mercato anche per i più giovani. «Nel 2005 il piano di investimento del capitale in un’unica soluzione era usato dall’84% dei sottoscrittori. Oggi è sceso al 57%, con il 50% dei giovani della Generazione Z e Millennials che accedono ai fondi tramite pac».

Infine, l’accesso diffuso ai fondi. «I primi due quartili di sottoscrittori, cioè il 50% del campione totale», conclude Morassut, «investono tra mille e 20 mila euro. Un messaggio positivo, perché significa che il fondo è ormai un prodotto popolare e accessibile a tutti». (riproduzione riservata)



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