Un recente studio di Morningstar rileva che l’Italia è il mercato in cui i fondi attivi sono i più cari d’Europa nonostante la guerra sulle commissioni innescata da prodotti passivi low cost come gli Etf. La prima edizione dello European Fund Fee Study (si vedano tabelle in pagina) calcola che i prodotti con domicilio in Italia presentano spese correnti dell’1,42%, il dato più alto di quello tutti quelli esaminati (Spagna, Francia, Germania, Lussemburgo, Svizzera, Regno Unito). La tendenza è in ribasso rispetto a dieci anni fa (1,48%), ma il calo non è stato della stessa portata rispetto alla media europea (da 1,40% a 1,17%). Peraltro anche in Lussemburgo, dove hanno sede molti comparti venduti in Italia, i costi sono alti.
I prodotti attivi del Granducato detengono masse per oltre 2.800 miliardi e la media delle spese è dell’1,26% rispetto all’1,51% del 2015, al terzo posto dopo la Germania, che ha spese correnti dell’1,27% rispetto all’1,38% di dieci anni fa. Per certi versi è una conferma perché altri report in passato erano arrivati a una conclusione simile per l’Italia. Ma questa è la prima volta in cui le commissioni sono state analizzate sulla lunga distanza, cioè dieci anni (da giungo 2015 a giugno 2025). Periodo in cui Morningstar ha messo sotto esame le spese correnti di oltre 40 mila fondi aperti attivi e passivi (Etf in primis ma anche fondi indicizzati) che rappresentano circa due terzi del patrimonio complessivo dei fondi europei. La spesa corrente è un indicatore, espresso in percentuale, estratto dai documenti ufficiali dei fondi e comprende commissioni di gestione e altre spese amministrative che gravano sul fondo, ma non quelle di performance e di sottoscrizione e uscita.
Negli ultimi dieci anni, ricorda Morningstar, il panorama dei fondi d'investimento in Europa ha subìto una trasformazione significativa, guidata dalla crescente pressione sui costi. Le commissioni, per i fondi sia attivi che passivi, hanno registrato un calo costante. In un mercato sempre più standardizzato i gestori, soprattutto quelli attivi, si trovano costretti a dimostrare con più forza il valore aggiunto delle proprie strategie. Ma queste dinamiche funzionano meglio in alcuni Paesi e meno bene in altri perché molti restano ancorati a modelli dove la pratica di retrocedere ai distributori gran parte delle commissioni di gestione e di prevedere commissioni di performance rappresenta la norma. L'Italia, in particolare, è tra i mercati più cari anche per via della maggior frequenza di applicazione delle commissioni di performance (il 64,9% dei fondi presenta questa forma di incentivo al gestore, se batte il benchmark o un rendimento minimo obiettivo, rispetto all’1,1% del Regno Unito) che si aggiungono alle spese correnti nel determinare il costo complessivo per il sottoscrittore, oltre che per via degli assetti della distribuzione, confermando la necessità di maggiore trasparenza e riforme. «Quello italiano è un mercato fortemente guidato dalle reti, spesso legate a gruppi bancari, viceversa nel Regno Unito, dove i costi sono più bassi, vige il divieto di retrocedere le commissioni», segnala Francesco Paganelli, analista di Morningstar.
L’industria più economica, ossia proprio quella del Regno Unito, presenta commissioni dei fondi attivi pari allo 0,86% rispetto all’1,17% del 2015, perché là c’è più concorrenza nella distribuzione, oltre a una normativa che da alcuni anni ha messo nel mirino i costi del risparmio gestito a partire dal citato divieto di retrocessione delle commissioni dai gestori ai collocatori. Mentre, rileva l’analisi di Morningstar, «nel continente la distribuzione captive tramite banche commerciali e compagnie assicurative è più diffusa, assieme ai relativi sistemi di remunerazione basati su commissioni». Non è un caso allora che in Italia i costi siano i più alti d’Europa: qui le maggiori società di gestione di fondi sono ancora prevalentemente controllate da istituti di credito o assicurazioni, che per la loro attività di distribuzione chiedono alle fabbriche prodotto una quota delle commissioni di gestione impedendo così una discesa dei costi come accaduto nel mercato inglese.
Una soluzione ci sarebbe: acquistare fondi quotati. In Borsa Italiana esiste da alcuni anni il segmento ad hoc Atfund, ma l’offerta non è mai decollata; sono poche le società che hanno aderito e quindi per i risparmiatori la gamma disponibile di fondi quotati è molto limitata (tra questi ci sono i prodotti di AcomeA, New Millenium, Selectra, Pharus, Open Capital Partners Sgr). «Le commissioni restano uno dei principali indicatori delle performance future degli investimenti e anche uno dei fattori che, a differenza dei rendimenti, il risparmiatore può tenere sotto controllo», ricorda Paganelli. «Per gli investitori quindi è molto importante focalizzarsi sulle spese, che d’altra parte rappresentano una fonte crescente di pressione per l’industria del risparmio gestito. E le sgr italiane fanno fatica a entrare nei mercati esteri proprio per i costi alti».
L’Italia è anche l’area dove i fondi passivi costano meno (si veda tabella in pagina) ma bisogna considerare che il Paese ha una quota di mercato marginale in Europa in questo segmento: la spesa media è 0,19%. La maggior parte di questi strumenti è domiciliata in Irlanda (0,22%) e in Lussemburgo (0,29%) e da lì poi viene poi collocata negli altri Paesi europei. Una gestione passiva e l'assenza di rete di distribuzione (gli Etf sono quotati in borsa) rendono in ogni caso gli indicizzati più economici degli attivi.
Lo studio evidenzia anche un cambiamento significativo nello scenario competitivo. Quella che era inizialmente una contrapposizione tra strategie attive e passive si è trasformata in una guerra dei costi molto più articolata. I gestori attivi continuano a perdere quote di mercato e potere di determinazione dei prezzi per la crescente concorrenza di fondi indicizzati ed Etf a basso costo. Parallelamente, anche i fornitori di fondi passivi si trovano coinvolti in una corsa al ribasso delle commissioni nel tentativo di mantenere scala ed efficacia commerciale. La diffusione degli Etf attivi, che combinano gestione tradizionale e struttura efficiente degli Etf, ha ulteriormente intensificato la pressione sui modelli esistenti. Oggi quindi la sfida non è più solo tra fondi attivi e passivi ma anche tra diversi tipi di fondi attivi. Da un lato ci sono i fondi attivi tradizionali, come i fondi comuni aperti venduti dalle banche e dalle reti di consulenti. Dall’altro stanno crescendo i nuovi Etf attivi, che uniscono la gestione attiva alla struttura a basso costo e trasparente degli Etf e si possono comprare autonomamente in borsa essendo quotati.
Morningstar rileva anche che la crescente competizione ha portato alla nascita di nuovi fondi a basso costo e alla graduale scomparsa di prodotti più costosi. Anche i fondi attivi più cari, ovvero il 10% con le commissioni più elevate, hanno iniziato ad adeguarsi abbassando i costi pur mantenendo un premio significativo rispetto alla media. La transizione da fondi attivi a passivi ha accelerato la riduzione delle commissioni medie pagate dagli investitori. E guardando i soli fondi attivi la raccolta premia le strategie più economiche, in quanto i risparmiatori stanno diventando sempre più attenti ai costi. «I fondi con costi alti tendono ad avere performance meno competitive», aggiunge Paganelli. Per mettere a confronto costi e rendimenti dei fondi con sede in Italia Milano Finanza ha chiesto a Morningstar di elaborare una tabella sulle due categorie più rappresentative: i fondi specializzati su Piazza Affari e quelli specializzati sull’azionario internazionale (tabella in pagina).
Nonostante molti investitori in fondi attivi continuino a mantenere quote significative in prodotti con commissioni superiori alla media, la tendenza è chiara: i fondi più economici stanno attirando la maggior parte dei flussi netti. Nel comparto passivo i fondi appartenenti al gruppo più economico hanno dominato la crescita degli asset negli ultimi dieci anni. Ciò conferma la crescente consapevolezza degli investitori in merito all’impatto delle commissioni sulla performance netta di lungo periodo. Tra le principali società (si veda tabella in pagina) Swedbank si distingue come il gestore attivo con le commissioni medie più basse (0,83%). Fidelity, con una media dell’1,37%, risulta meno competitiva. Nel mondo dei fondi passivi Vanguard si conferma il leader del low cost con una media di appena 0,14% grazie alla sua strategia focalizzata su pochi prodotti.
Il trend al ribasso delle commissioni non è una moda passeggera, ma un cambiamento strutturale. In un contesto dove crescono la trasparenza e la consapevolezza dell’investitore i gestori dovranno continuare ad adattarsi puntando su efficienza, semplicità e valore reale. Il messaggio per i risparmiatori è chiaro: le commissioni contano e scegliere prodotti efficienti può fare la differenza, soprattutto nel lungo termine. (riproduzione riservata)