Liquidità lasciata improduttiva nei conti correnti ed erosa dall’inflazione, investimenti immobiliari a basso rendimento, troppi titoli di Stato in portafoglio: negli ultimi 20 anni questo approccio negativo al denaro ha fatto perdere agli italiani, complice l’incedere del carovita, il 7% della ricchezza reale di partenza.
E tutto questo in un mondo in cui i mercati azionari correvano a doppia cifra. Da questo costo occulto, «il costo della prudenza», prende il via il quinto Osservatorio Edufin di Pictet Asset Management, realizzato in collaborazione con Finer Finance Explorer e presentato oggi, martedì 11 novembre, nel corso di un evento a Milano.
Da cosa deriva questa tassa implicita che gli italiani pagano, loro malgrado, ormai da decenni? In primo luogo dal fatto che la partecipazione ai mercati azionari è ancora troppo bassa, pari appena al 15% della popolazione oggetto di indagine.
Ma il tutto è a sua volta figlio di un’altra piaga endemica del Paese: l’assenza cronica di educazione finanziaria, ambito in cui l’Italia si colloca agli ultimi posti a livello globale. E questo nonostante l’interesse per la materia sia alto, sia tra le vecchie che tra le nuove generazioni: il vero problema, individua la ricerca, è il disorientamento nel trovare referenti adeguati in un oceano di contenuti (veri o presunti tali) troppo vasto. Tanto che la quota di chi non trova contenuti è quasi raddoppiata negli ultimi quattro anni, passando dal 22% al 43% e superando nella graduatoria dei problemi percepiti quello che finora ero lo scoglio insormontabile per antonomasia, cioè la difficoltà della materia.
Il corollario di questo caos informativo è che gli italiani, in preda a un’ansia finanziaria crescente, per il futuro hanno paura di non poter contare sulle proprie forze. Interrogati su come pensano di fare fronte alle spese future, ovvero in età pensionistica, il 32% degli intervistati hanno risposto di fare affidamento sulla sola pensione pubblica (cioè lo Stato), mentre il 24% ha indicato eredità, lasciti e supporto familiare.
Risultato: per oltre la metà del campione Stato e famiglie sono la stampelle per il sostentamento finanziario futuro. Di contro, appena il 19% degli intervistati pensa di poter contare sulle rendite finanziarie, quindi gli investimenti, e solo l'8% sulla previdenza complementare.
E poi c’è un ultimo problema patologico, individuato dall’Osservatorio. A fronte di mercati volatili e di un’avversione al rischio difficile da tenere a bada, nell’ultimo anno gli italiani hanno ulteriormente incrementato la quota di obbligazioni (49%) e liquidità (19%) in portafoglio, a discapito delle azioni, sprofondate all’8%.
Paradossalmente peraltro ad avere la maggior quota di azioni sono gli over 55 (14%), mentre gli under 40 hanno più dei tre quarti del portafoglio complessivo investito per il breve e brevissimo termine, quindi liquidità e titoli di Stato.
L’ultimo aspetto critico riguarda infine gli investimenti attesi in futuro: la quota di italiani che vogliono scommettere sulle azioni è scesa in due anni dal 6% al 3%, mentre quella di risparmiatori che sceglieranno il Btp è lievitata dal 16% al 25%. Drammatico anche il dato della liquidità, salita in una anno dal 35% al 42%. (riproduzione riservata)