Dire che un fondo di investimento ha caratteristiche di sostenibilità, rispetto dell’ambiente, della società e della buona governance (in altre parole, che è un fondo Esg) è una cosa seria e non un’etichetta di marketing. L’autorità europea di vigilanza sui mercati, l’Esma, è stata categorica quando nel maggio 2024 ha pubblicato una serie di linee guida alle quali i fondi e gli Etf erano tenuti a conformarsi per poter mettere la parola Esg (o simili) nel nome. La deadline per il cambio di nome – se non si rispettano le linee guida – è fissata per domani, mercoledì 21 maggio. Ma come sono andate le cose finora?
Non bene, risponde Morningstar in un’analisi firmata da un team di analisti sulla sostenibilità capitanato dalla head of sustainability investing research, Hortense Bioy. A un anno dalla pubblicazione delle linee guida Esma e a un giorno dalla deadline per rispettare le regole anti-greenwashing solo l’8% dei fondi ha tolto la parola Esg (e termini simili) dal nome: da 4.570 a 4.220.
Tra i veicoli specializzati nella sostenibilità a fare il rebranding è stato un comparto su cinque (19%): ma di questi 880 fondi più di uno su tre ha fatto una scelta molto originale. E cioè: togliere la stringa «Esg» dal nome, sostituendola con sinonimi più generici, come ad esempio «screened» (filtrato), «select» (selezione), «committed» (impegnato). Espressioni che indicano molto chiaramente l’impegno (vero o presunto) dei money manager ad avere un approccio sostenibile.
Vero è, conferma Morningstar, che la sigla Esg sta diventando sempre più ingombrante per i fondi. Da quando l’Esma ha pubblicato le sue linee guida, si legge nel report, l’acronimo per antonomasia della sostenibilità finanziaria è scomparso da ben 277 comparti anche se, spiegano gli esperti, «il fenomeno può essere attribuito al gran numero di fondi passivi che hanno rimosso l’espressione in linea con la scelta degli indici che replicano».
Al contempo però è aumentato il numero fondi che utilizzano le parola «clima» (da 267 a 314), «transizione» (da 138 a 184), «filtrato» (da 99 a 165), «allineato agli accordi di Parigi» (da 120 a 132).
D’altronde, classificare in modo oggettivo la sostenibilità in portafoglio non è cosa semplice. Dopo l’euforia della fine dello scorso decennio, quando le società di gestione facevano a gara a mettere sigle di sostenibilità nei loro fondi, lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022 (e poi la fiammata di inflazione energetica) ha ribaltato il paradigma, riportando in auge i portafogli che investivano nei titoli della difesa e delle energie tradizionali.
Come se non bastasse, a fine 2022 è partita la stretta normativa, con l’Unione Europa che in pochi mesi ha declassato ben 307 comparti da articolo 9 (fondi a impatto) ad articolo 8 (fondi Esg).
L’Esma lo scorso anno ha imposto un’ulteriore stretta, invitando i fondi a tenere nel nome riferimenti all’ambiente o alla società (la E e la S dell’acronimo Esg) solo laddove almeno l’80% del portafoglio fosse investito in società che effettivamente sono impegnate in questi obiettivi. Al contempo, la parola «transizione» si può usare solo se il percorso di decarbonizzazione delle società è effettivamente misurabile in modo oggettivo. Stesso discorso vale per il termine «impatto».
Morningstar va quindi a vedere come si siano comportati quei fondi che hanno tenuto la parola Esg o termini simili nel nome. In un certo senso, i virtuosi delle regole Esma. Per fare questa analisi la società di rating ha visto se in questi comparti sono ancora presenti alcuni titoli potenzialmente controversi dal punto di vista ambientale come TotalEnergies, Neste, Repsol o l’italiana Eni.
«Questo universo ridotto di circa 2.590 fondi è tenuto a disinvestire completamente dai titoli che violano le linee guida dell’Esma», dice lo studio. «Anche se possiamo aspettarci che alcune delle azioni elencate di seguito non siano più presenti in questi portafogli in futuro, altre potrebbero rimanere a causa di diverse interpretazioni delle regole e delle variazioni nelle fonti dei dati».
In generale, chi ha tenuto la parola Esg nel nome ha effettuato più disinvestimenti in termini relativi rispetto a chi ha tolto (o semplicemente ripulito) l’acronimo. Anche se nessuno è uscito del tutto dalle aziende controverse. Ad esempio i fondi che pur mantenendo l’etichetta Esg investono in Eni sono scesi in un anno da 85 a 47, con partecipazioni totali (espresse in dollari) ridotte da 236 a 89 milioni. (riproduzione riservata)