Gli Stati Uniti sono oggi, per un investitore europeo, croce e delizia del portafoglio. Se da una parte i continui massimi storici delle borse, trainate dal boom AI, non possono che fare gola, dall’altra ci sono rischi strutturali che destano una certa preoccupazione.
Tre in particolare: le valutazioni elevate, la grande concentrazione degli indici in pochi nomi (le Magnifiche 7 pesano per oltre un terzo dell’S&P 500), e il dollaro debole. Un tema, quest’ultimo, che interessa principalmente gli investitori europei: da inizio anno un Etf sul principale indice Usa avrebbe generato una performance prossima al 18% per investitori in dollari, e solo del 4,2% per quelli in euro.
Esistono soluzioni per tenere sotto controllo i rischi? La prima, dal punto di vista valutario, è quella delle coperture. «Avere una posizione valutaria sul dollaro oggi è indispensabile per un investitore in euro», è l’idea di Vincenzo Vedda, global chief investment officer di Dws. Inserire una copertura valutaria significa proteggere l’investimento, anche se non in modo perfetto, dalle oscillazioni del cambio.
E infatti un Etf sull’S&P 500 con copertura avrebbe generato, per l’investitore in euro, una performance da inizio anno superiore al 15,5%. Il tutto però con costi più elevati: il total-expense-ratio (ter) degli Etf coperti arriva anche allo 0,2% per i prodotti passivi sull’S&P 500 (quelli generalisti viaggiano in genere tra lo 0,03% e lo 0,05%), e allo 0,55% per quelli sulle azioni globali (contro lo 0,2% medio dei fondi-indice senza copertura).
E se invece si volesse diminuire il peso degli Stati Uniti in portafoglio, ma senza escluderli del tutto? Un’idea di investimento interessante secondo gli strategist delle società di gestione è quella di optare per gli indici globali equiponderati.
Non ci sono tantissimi Etf di questo tipo - di solito la formula equal weight si utilizza per ridimensionare il peso delle Magnifiche 7 nell’S&P 500 -, ma la loro formula è semplice: preso un grande indice diversificato di azioni mondiali (come l’Msci World) ogni titolo ha lo stesso peso all’interno del fondo. Prendendo il più grande Etf di questa categoria si nota come il peso degli Stati Uniti scende da più del 70% di un Msci World classico al 37% circa, mentre quello del Giappone sale notevolmente, dal 5% a più del 13%. Inoltre, la tecnologia non è più il primo settore, ma scivola al terzo posto (12% contro 30% dell’indice classico), superata da industria (17%) e finanza (15%).
C’è anche una terza opzione, anche se un po’ più indiretta, per ridurre l’esposizione agli Stati Uniti e alle valutazioni elevate delle società tecnologiche: gli Etf sul fattore value. Per sua natura il value (stile di investimento associato a Warren Buffett) cerca di individuare i titoli azionari sottovalutati rispetto al loro valore intrinseco, sulla base di varie metriche di valutazione tra cui il rapporto tra prezzo e utili attesi.
Rispetto all’Msci World generalista le partecipazioni di un Etf globale value sono circa un terzo. Il peso degli Stati Uniti scende anche in questo caso intorno al 38%, quello del Giappone sale addirittura al 22%. Terzo posto per il Regno Unito al 9%. Attualmente l’indice di riferimento, il Msci World Value, tratta a meno di 16 volte gli utili attesi, contro le oltre 20 dell’indice classico. (riproduzione riservata)