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Dove si fermerà la pallina della roulette dei dazi?
Orsi & Tori Leggi dopo

Dove si fermerà la pallina della roulette dei dazi?

04 aprile 2025, 19:30

Dopo l’annuncio del presidente Trump delle nuove regole doganali, in tutto il mondo i mercati sono scesi rapidamente, per paura di ritorsioni e di una recessione globale. Alcuni esperti intervistati in occasione dei 25 anni di Class Cnbc danno una lettura un po’ diversa

«Le tariffe insensate del presidente Trump causeranno il caos economico: ma il resto del mondo può limitare i danni». «I sostenitori del libero scambio nel mondo riusciranno a resistere all’attacco di Trump? Molto dipenderà dal coraggio dell’Europa». «I mercati finanziari si agitano di fronte ai dazi americani: l’Asia è la più colpita, la situazione non sembra rosea per nessuno». «Il “Liberation day” di Trump è destinato a colpire l’economia americana». «Ho visto il futuro e non era in America». «La Cina dibatte se Trump sia un rivoluzionario o semplicemente un maleducato». «Ci sono vincitori nel mondo degli affari con il Trump2? Sicuramente no». «Ma i controdazi sarebbero peggio…».

È solo l’inizio dei giochi

Si potrebbe continuare per più pagine con titoli di articoli scritti in varie parti del mondo, ma è inutile farlo perché siamo solo all’inizio dei giochi, non certamente olimpici. Chi fa il nostro mestiere di giornalisti non si annoierà per le prossime settimane e forse mesi, ma tutto dipende dove la pallina della roulette si fermerà e nessuno lo sa: né Trump, che è uno specialista del gioco d’azzardo, né nessun‘altro, né l’Europa né l’Asia. Il gioco è realmente d’azzardo per cui conviene, per il momento, lasciar girare la pallina, visto che «Musk paga già dazio» secondo il titolo di prima pagina di MF nel fatidico «Giorno della Liberazione».

Una serata particolare

La sceneggiata del presidente Donald Trump l’ho vissuta nell’ex-floor della Borsa di Milano, durante la festa per i 25 anni di Class Cnbc, il nostro canale televisivo, il primo nel mondo, in compagnia del capo di Cnbc America, KC Sullivan. Prima dell’intervento di Trump, in diretta dal floor da cui possono trasmettere solo Cnbc e Class Cnbc, la nostra Stefania Spatti ha dialogato con Jim Cramer, uno dei volti più seguiti del canale americano con la trasmissione Mad Money, e prima ex gestore di hedge fund. Un dialogo con chi conosce bene l’Italia e che ha messo a nudo le criticità che introducono i dazi.

Intervista con Jim Cramer

D. Jim sei qui con noi per celebrare i 25 anni di Class Cnbc. So che ami l’Italia…

R. Amo l’Italia. Prima di tutto, sono onorato di essere nel vostro show. Congratulazioni per i vostri 25 anni. Non mi metto a provare l’accento italiano. Mia moglie, se fosse qui, lo farebbe perché abbiamo una casa bellissima in un paese chiamato Montespertoli in Toscana. Essere coinvolto con questa rete Tv è molto entusiasmante. E tu fai un ottimo lavoro. Sono onorato.

D. Cominciamo dal business, perché a Milano i nostri ospiti stanno aspettando, come noi qui allo Stock exchange, il grande annuncio del presidente Trump. Negli ultimi giorni hai detto che ti aspetti conseguenze economiche orrende...

R. Sì, perché penso che il Presidente Trump vada giù duro. Ma per molti motivi diversi rispetto a quelli che si sentono sui media. Per esempio, quando viaggiavo a Milano, si arrivava a Malpensa e si vedevano cartelli sulla Belt and Road Initiative, la Nuova via della seta. Davanti ai tuoi occhi. Ovunque. Dicevo a mia moglie: «I cinesi sono qui. Stanno costruendo». Il presidente Trump ha un approccio diverso. Lui dice: dobbiamo fare in modo che, se provate ad aiutare i cinesi, pagherete. È quella che chiamiamo una penalità ideologica e finanziaria per cui chi coopera con la Cina, deve pagare. Peter Navarro, il consigliere commerciale di Trump, è stato mio insegnante ad Harvard.

Ho buoni rapporti con lui da 50 anni e conosco il loro approccio nei confronti della Cina. L’amministrazione vuole passare da un deficit commerciale a un avanzo commerciale. Pensa che gli italiani, i tedeschi, i francesi, i giapponesi si faranno carico dei dazi, che i dazi non lederanno gli Stati Uniti e che i prezzi non saliranno perché sono loro, gli stranieri, a pagare i dazi, che genereranno mille miliardi di dollari. Non esportiamo così tanto. Importiamo molto. Ma non genereremo mai mille miliardi. È fantasia. Sono preoccupato che avremo una recessione molto brutta se i dazi sono troppo alti.

I Magnifici 7? Sono finiti

D. Quello sarebbe sicuramente un risultato piacevole, specialmente per la Federal Reserve che fino a ora è riuscita a evitarla. Parliamo dei Magnifici 7, cioè le sette principali società tecnologiche americane. Hanno perso quota da inizio anno. Pensi sia ora di comprarli di nuovo?

R. No. I Magnifici 7 sono finiti. Vi dico perché. Erano sette aziende da almeno mille miliardi di dollari e sono state annientate. Alcune sono buone, altre no. Alphabet non mi interessa in modo particolare: è troppo legata a Google. Mi piace Amazon. Microsoft ha deluso per vari trimestri. Non mi piace Microsoft. Mi piace Meta perché Mark Zuckerberg è molto, molto duro. Ciò può essere un bene. Credo che Tesla sia più un’azienda tecnologica che automobilistica, ma il titolo è pessimo. Quindi comprerei tre su sette di queste azioni. Il resto no.

D. Pensi che l’eccezionalismo americano sia finito, visto che a inizio aprile l’S&P 500 risultava in calo del 4% da inizio anno mentre il nostro Ftse Mib a Milano, era salito del 12%?

R. Ho spiegato alle persone vicino al Presidente quanto sono imbarazzato dal fatto che l’Europa stia andando meglio di noi. Mia moglie ha un’attività nella produzione di olio e vino. Diamo lavoro a molte persone in Italia. Una delle cose di cui sono più orgoglioso è che i paesi in Europa hanno prosperato ed è ottimo. La cosa di cui sono più deluso è quanto noi americani siamo diventati meschini... bisogna essere costruttivi e noi siamo diventati distruttivi verso paesi fantastici come l’Italia, la Germania, il Messico. Noi insultiamo. Noi insultiamo.

Ho un business in Messico. Sono imbarazzato. Non possiamo agire così. Questi sono alleati, amici, persone che hanno combattuto al nostro fianco. Serve quindi un atteggiamento migliore. Per me non ha senso essere distruttivi verso i grandi paesi d’Europa e la Nato, che sono stati dalla nostra parte contro la Russia. Voglio quindi augurare agli italiani il meglio. Sono impaziente di tornare in Italia. Mia moglie sarà in Italia per un mese a settembre. Siamo entusiasti di poter fare business e avere amici in Italia. E voglio ringraziare te per darmi la possibilità di augurarvi buon 25esimo.

Conversazione con Jason DeSenaTrennert

Dopo l’intervista a uno dei più autorevoli commentatori dei mercati finanziari da parte di Stefania Spatti, il direttore di Class Cnbc, Andrea Cabrini, ha intervistato Jason DeSenaTrennert, cofondatore di Strategas research partnership, considerato numero uno per la ricerca macroeconomica a Wall Street, che a febbraio è stato nominato di fatto sottosegretario del ministro del Tesoro Scott Bessent.

D. Jason, hai vissuto e osservato molti cicli economici e di mercato. Dopo l’euforia di gennaio fino a metà febbraio, abbiamo visto che i mercati hanno iniziato a correggere. Qual è la tua lettura di quanto sta accadendo attualmente nei mercati e nell'economia americana?

R. La buona notizia, secondo me, è che la probabilità di una recessione negli Stati Uniti è piuttosto bassa. Senza voler essere troppo etnocentrici, gli Stati Uniti tendono a trainare l’economia globale: è quindi molto rilevante capire se entreranno in recessione oppure no. È vero che le probabilità sono leggermente aumentate a causa dei dazi, ma guardando agli indicatori principali (mercato del lavoro, spread di credito, profitti aziendali) vediamo segnali di un’economia americana ancora solida.

Certo, c’è stato un forte rilascio di «animal spirits» dopo l’elezione di Donald Trump, ma purtroppo questo entusiasmo si è trasformato in incertezza, proprio per effetto delle tariffe commerciali. Personalmente, sono fiducioso che la situazione si risolverà e che questo potrà aprire la strada a maggiori investimenti, sia da parte delle aziende sia dei consumatori. Tuttavia, al momento la situazione è sicuramente meno chiara rispetto a qualche mese fa.

Il team di Donald Trump visto da vicino

D. Secondo te si tratta di una situazione temporanea oppure siamo entrati in una nuova era, senza punti di riferimento chiari, anche considerando l’imprevedibilità del presidente e della sua amministrazione?

R. È una domanda molto pertinente. Non posso dire di essere intimo del presidente Trump, ma lo conosco e ho lavorato con il suo team economico. Credo sia importante ricordare che Trump è un uomo d’affari, non un ideologo. È uno che tratta duramente, ma il suo obiettivo finale è vincere. E una recessione non conviene a nessuno, così come non conviene destabilizzare i mercati finanziari globali o il commercio mondiale.

Penso però che ci sia la percezione, diffusa anche negli Stati Uniti, che l'era del dopoguerra sia ormai finita. Trump è stato in buona parte eletto proprio per concentrarsi maggiormente sugli interessi nazionali. C’è la sensazione che gli accordi di libero scambio del dopoguerra siano stati troppo penalizzanti per l’americano medio. Quindi ritengo che questo cambiamento di rotta sia almeno in parte permanente, e influenzerà i rapporti commerciali degli Stati Uniti con il resto del mondo. Può non piacere, e si può non condividere Trump, ma sono convinto che questo approccio sia ormai radicato nel clima politico americano. E vedo segnali simili emergere anche in Europa, seppure in forme diverse.

A proposito di Europa

D. A proposito di Europa, Jason: abbiamo appena sentito anche Jim Cramer dal floor di Wall Street. I mercati europei stanno sovraperformando Wall Street da inizio anno. Pensi che questa situazione possa durare fino a fine anno, o ti aspetti una normalizzazione?

R. Le differenze di valutazione tra Stati Uniti ed Europa sono molto marcate. In Europa ci sono molte più azioni a buon mercato rispetto agli Stati Uniti, e questo è positivo. Anche se so che ai molti europei può non piacere sentirselo dire, le politiche di Trump potrebbero in qualche modo spingere l’Europa verso cambiamenti strutturali, che a mio parere sarebbero molto positivi: politiche più orientate alla crescita, investimenti in conto capitale, una regolamentazione più snella. Devo dire che, da qui a fine anno, l’Europa mi interessa particolarmente. L’unico limite è che l’Europa non ha i grandi colossi tecnologici, come le cosiddette «Magnifiche Sette», che dominano il mercato statunitense. Ma è anche vero che questi titoli sono ormai molto costosi. Alla fine, il rendimento di un titolo dipende sempre da quanto lo si paga. Anche se i prezzi sono leggermente scesi, non possiamo dire che oggi quei titoli siano economici.

Jason, grazie mille per la tua analisi.

Cosa riserverà il futuro?

La nostra cena si sta trasformando in una vera pre-game dinner, in attesa di sentire dal presidente Trump che cosa vorrebbe che ci riservasse il futuro.

E cosa riserverà il futuro proprio all’Europa, dopo gli annunci di Trump di dazi indifferenziati per l’Europa al 20%? L’indice della Borsa di Milano ha perso alla chiusura di giovedì il 3,6% e il giorno dopo ben il 6,53%. E fino a venerdì Wall Street aveva fatto molto peggio dell’Europa. Il buon senso farebbe pensare che la sparata di Trump, visto appunto anche l’andamento di Wall Street, possa essere ridimensionata.

Se fosse valida questa previsione, potrebbe convenire che la Ue aspetti alcune settimane prima di dare una risposta così netta come la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha annunciato. Occorre valutare bene cosa sta accadendo anche in Asia. Ci sono segnali che Corea del Sud e Giappone siano pronti a stringere i loro rapporti con la Cina, per sostituire i rapporti commerciali con gli Usa.

Cosa farà Pechino

E Pechino non ha detto di no. Anzi. Anche perché appare in ridimensionamento l’intesa fra Pechino e Mosca, che si erano addirittura associati dopo che l’allora presidente Barack Obama mise, pentendosene dopo, le sanzioni alla Russia in seguito alla conquista della Crimea da parte di Mosca. Se volessimo trovare il punto di partenza, si dovrebbe risalire a undici anni fa, quando Vladimir Putin volle conquistare la Crimea e Obama come reazione mise le sanzioni alla Russia.

E con onestà Obama ha poi riconosciuto che quella mossa è all’origine dei profondi cambiamenti sullo scacchiere globale, con la svolta della nascita di una alleanza fra Mosca e Pechino, che fra le altre cose decisero di pagare i reciproci scambi commerciali non più in dollari ma nelle loro rispettive monete. C’è più di un segnale che Pechino, dopo la guerra feroce di Putin contro l’Ucraina, abbia rallentato quello slancio verso Mosca e che sia più incline a ragionare con criteri quasi occidentali.

Qualche indizio, già significativo

Ci sono indizi, ma significativi, come il richiamo in servizio di Jack Ma, che da super capitalista cinese era stato costretto a lasciare la guida di Alibaba perché si comportava come un capitalista occidentale. Ora Ma è ritornato alla guida di Alibaba. Segno che Pechino è pronto a tornare al dialogo aperto con l’occidente. Forse che la Cina possa rappresentare, sul piano commerciale, l’alternativa offerta alla Ue e in particolare all’Italia, per sostituire, almeno in parte gli Usa? Nel caso è necessario che il governo Meloni non si distragga e segua la saggezza del presidente Sergio Mattarella, rileggendosi il suo discorso a Pechino del novembre scorso. (riproduzione riservata)



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