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Dopo Israele-Hamas, Trump sta cambiando tattica?
Orsi & Tori Leggi dopo

Dopo Israele-Hamas, Trump sta cambiando tattica?

17 ottobre 2025, 19:30

La fragile tregua concordata ha comunque conseguito un vantaggio di popolarità per il lunatico presidente Usa. Come si comporterà ora nel conflitto con Russia-Ucraina. Il timore è che se ne lavi le mani

In una fulminante analisi sul Corriere della Sera di martedì 14, Federico Rampini dà di Donald Trump una versione alla fine positiva con questa conclusione: «L’ultima (per ora) dottrina di Trump sembra essere un “opportunismo realista”: cogliere le opportunità, misurando con realismo gerarchie e rapporti di forze, per ricostruire un primato americano dove possibile. Genera una sorta di instabilità creativa, un po’ come fanno le start-up dirompenti nella Silicon Valley. E questa è anche affidata all’idea che tutti gli altri, come avrebbe detto Mao Zedong, sono “tigri di carta”».

Di positivo c’è davvero poco

Bella ed efficace immagine, almeno sul piano giornalistico e realistico sull’esistenza nel mondo di molte tigri di carta. Ma se l’analisi ha il pregio di vedere anche il lato positivo del presidente degli Usa, che dalla parte degli americani si materializza nel recupero di un ruolo primario del Paese dopo la sciagura Joe Biden, dalla parte del resto del mondo di positivo non c’è molto.

Per esempio, assistere alle richieste incalzanti e senza veli di Trump, per fortuna senza esito positivo, di ricevere il Premio Nobel per la pace è stato uno spettacolo indegno. Quello di tentare di forzare la mano a dei giurati è una dimostrazione da una parte di prepotenza e dall’altra una conferma dell’abbandono di qualsiasi rispetto per gli altri, introducendo la forza di essere il capo del Paese più forte al mondo.

Un forte sconcerto

In questi giorni, per me newyorkesi, ho colto un forte sconcerto, per essere leggeri, nei soggetti che incarnano di più negli Usa i valori della democrazia, sia nel mondo giornalistico che del business e della ricerca e le università, non solo Harvard, in cui il presidente Trump ha fatto terra bruciata eliminando il gesto che faceva onore agli Usa: permettere di studiare lì a giovani di tutto il mondo che lo meritassero e che quindi assorbissero, anche se da Paesi avversari come la Cina, i valori di una economia e politica liberale.

Il minimo che si sente esporre è un punteggio calcistico: Trump ha fatto goal in terra di Israele e Palestina, che era sicuramente la situazione più aberrante e tragica che il mondo avesse davanti, ma a parte le bombe sulle centrali atomiche dell’Iran e Israele-Palestina, in tutte le altre vicende che il presidente americano ha affrontato nei suoi primi otto mesi di mandato, ha fatto fiasco proprio perché voleva dare a vedere che lui avrebbe risolto tutti i problemi. Se si rimane al tema della pace, il punteggio calcistico di classifica è quanto meno 1 a 1.

La sconfitta contro Putin

Perché, se ha fatto goal sulla drammatica situazione Israele-Palestina, ha perso almeno 3 a 0 nella partita con Vladimir Putin, il quale ora, quasi a farsi perdonare di averlo preso in giro nell’incontro in Alaska, lo elogia per la Palestina. E proprio dall’analisi di Rampini si ricava che il flop con Putin sulla Ucraina è dovuto al convincimento che il presidente Trump ha maturato e cioè che il Medioriente è per lui assai più profittevole di ogni altra parte del mondo non tanto, ovviamente, per l’aereo ricevuto in regalo dal primo ministro del Qatar, ma quanto per una ragione più profonda.

Per lui che ha fatto alzare i formidabili ultimi aerei della aviazione militare americana per andare a bombardare le basi atomiche dell’Iran, la guerra in Ucraina è una questione che si devono si risolvere gli europei. Ai quali, non a caso, dopo i dazi ha anche chiesto il pagamento delle forniture militari per l’Ucraina. Come se una vittoria sull’Ucraina da parte di Putin, che ha riportato la Russia alla dittatura, non fosse un problema anche e più profondo per gli Usa. È bene che l’Europa, noi europei ce ne rendiamo conto.

Chi c’è oggi alla Casa Bianca

A Washington non c’è più un presidente come Dwight D. Eisenhower che si guadagnò la elezione alla massima carica di presidente liberando, da comandante delle forze americane, l’Europa dal nazismo con lo sbarco in Normandia. Alla Casa Bianca c’è un businessman che non ha nessuna vergogna a usare il suo social Truth per fare anche le comunicazioni politiche e amministrative più importanti, così l’audience aumenta, oppure a lasciare che i figli facciano guadagni (calcolati in 2 miliardi di dollari) e che li renda pubblici, investendo in criptovalute con la società a cui hanno affittato alcuni piani della Trump Tower.

Certo, secondo l’analisi di Rampini, Trump ha sostanzialmente adottato la tecnica del blitz. Non importa se uno è il contrario dell’altro, l’importante è esaltare le vittorie e far dimenticare con esse le sconfitte, come quando lanciò, appena eletto, l’opa sul Canada e ora non ne parla più. Ma fa male passare sotto la Trump Tower, ormai simbolo dell’incoerenza, in una politica nella quale ci si può dimenticare senza imbarazzo degli errori e delle sconfitte dannose per l’umanità intera, esaltando solo le vittorie.

L’America non era già più con il presidente Biden, tremolante e alla ricerca di chi gli stringesse la mano, il modello di democrazia per il mondo occidentale. Ma con Biden si trattava di decadenza senile. Con Trump si tratta di una democrazia trasformata in business-democrazia dove l’etica per scelta deliberata non esiste più. Pensieri di un anziano europeo che pensa alla democrazia teorizzata da Socrate nell’antica Atene, che tuttavia lo condannò a morte? Che i democratici veri abbiano finito il loro tempo in questa fase del mondo?

Al mondo serve un esempio di democrazia

Invece, proprio in questo momento occorrerebbe al mondo intero un esempio illuminato e illuminante di democrazia. Infatti, il mondo deve affrontare una rivoluzione tecnologica senza precedenti, che da sola sovverte le regole della democrazia se non sarà organizzata e controllata con competenza e voglia di far avere al mondo intero solo il meglio di essa, senza che la stessa rivoluzione tecnologica crei poteri assoluti, come già dimostrano alcuni esempi concreti e non solo potenziali.

I nostri lettori lo sanno: almeno sulla rivoluzione indotta dall AI e in particolare da quella generativa, in Class Editori qualcosa ne capiamo, visto che siamo la prima casa editrice italiana a aver realizzato un tale sistema con MFGpt, e in effetti anche la prima in Europa a pari merito con quella realizzata dal Financial Times, che però va indietro nel tempo per un periodo più breve, dal 2004.

Cosa ha fatto ChatGpt alla prova dei fatti?

Alla prova dei fatti, i vari OpenAI con ChatGpt e gli altri epigoni che cosa hanno fatto? Hanno comprato i contenuti di cronaca, di analisi, di opinioni, di dati da tutte le parti del mondo e li hanno shakerati in un unico data base, dal quale provengono le risposte alle interrogazioni degli abbonati. Il risultato è un mix di fonti e di linee di informazione, in cui chi usa quella AI generativa non conosce come si è formata quella risposta; quindi, anche da che colore o da quale orientamento è stata formata la risposta.

Anche perché, fatto decisivo per la tempestività e la trasparenza dell’informazione, a parte le risposte a precisi quesiti, a tali AI generative si può chiedere di inviare regolarmente, a determinati orari, le informazioni sui temi di interesse; cosa che un lettore prima ricercava attraverso i media, conoscendone il colore, l’orientamento, l’affidabilità. Mentre ora quelle risposte a temi di interesse costante o temporaneo nascono appunto da un frullato di varie fonti.

La mossa della Fieg contro Google

Se a ciò si aggiunge cosa sta accadendo in termini di concorrenza alla diffusione della AI generativa con la discesa in campo di Google, si capisce perché la Federazione italiana editori di giornale (Fieg) ha chiesto all’Ue di intervenire perché la AI di Google, cioè AI Overview, potrebbe creare un dominio ancora più forte. Già prima di questa iniziativa Google era quasi monopolista delle risposte alle domande degli utilizzatori, attingendo ai contenuti sulla rete prodotti da infinite fonti. Ma finora l’attività era quella di segnalare una risposta indirizzando il lettore al sito di produzione dell’informazione.

Ne nasceva una sorta di patto non scritto, secondo cui Google poteva raccogliere pubblicità in virtù degli utilizzatori che gli ponevano domande ma anche il sito o il giornale digitale, ricevendo anche da Google i lettori, potevano a loro volta raccogliere pubblicità. In base a schemi consolidati nell’informazione, in un certo senso Google faceva come il concessionario tradizionale degli editori per la raccolta della pubblicità, che trattengono per sé una parte significativa della raccolta ma pagando per gli spazi e la audience gli editori stessi. Con una produzione diretta ed esaustiva alle domande ora Google, che ha visto calare il suo potere dopo l’arrivo dell’AI generativa, vuole recuperare terreno proprio con l’AI generativa stessa, che si chiama appunto significativamente AI Overview.

Cosa intende fare Google

Basterebbe aver battezzato questo nome per capire che cosa intende fare Google e cioè ritornare dominante non solo avendo negli archivi lo scibile umano, ma anche conquistandolo ulteriormente e dando risposte esaustive, senza che avvenga quanto è avvenuto finora e cioè di indirizzare il lettore-ricercatore sui singoli contenuti digitali degli editori e dei giornalisti che li ricercano, li aggregano e li mettano a disposizione dei lettori. Per questa via, la Fieg si è rivolta alla Ue, in base al Digital services act (Dsa) che per fortuna l’Europa ha varato, certamente per maggiore senso democratico e rispetto del lavoro e del copyright di migliaia di lavoratori giornalisti e non solo.

Basterebbe questo a capire i pericoli che la democrazia corre nel momento nel quale giganti come Google hanno intrapreso una via, certo per concorrenza con i vari OpenAI, ma anche per conservare il proprio potere, a danno della pluralità e professionalità di tutti coloro che fanno il mestiere e l’attività di far conoscere al mondo cosa succede nel mondo.

Cosa può fare la vecchia Europa

Riuscirà la vecchia Europa, già scossa dal crescente potere dei giganti della tecnologia, a proteggere i valori della pluralità e non della omogeneizzazione dell’informazione?

Soltanto l’Europa può vincere questa guerra, perché non solo è il continente con le più profonde radici nella democrazia, partendo dalla Grecia e dall’antica Roma che inventarono il senato, ma anche perché è il maggior terreno di conquista di aziende soprattutto statunitensi. Le guerre, infatti, si combattono non solo con le armi che uccidono, ma anche dominando i popoli con il potere dell’informazione.

Non c’è democrazia senza una pluralità e libertà dell’informazione. Per questo la Ue, a cui va dato merito di aver approvato e varato il Digital services act, è forse l’unica entità che può, quantomeno, contenere il potere di Google e di tutti coloro che, avendo raccolto centinaia di miliardi, hanno già acquistato, per gestirlo a loro convenienza, il patrimonio informativo, cioè gli archivi ma anche i continui aggiornamenti di larga parte dei media che fanno informazione e hanno garantito in passato la conoscenza al mondo intero. Il tutto avviene in primo luogo per l’evoluzione delle attività digitali e la messa a punto dell’AI, che in quanto straordinario progresso, come lo fu la bomba atomica con tutti i vantaggi anche terapeutici che il nucleare ha generato, è anche una modernità per certi versi più pericolosa della bomba per il potere che dà, concentrato in poche mani.

Cosa deve fare il mondo dell’informazione

È pertanto auspicabile che il mondo dell’informazione, a parte le vendite che ha già fatto del suo sapere, reagisca prima di diventare esclusivamente un produttore per conto terzi o, meglio, per conto pochissimi terzi.

Per questo motivo, nella nostra contenuta dimensione, Class Editori auspica che molti altri seguano la nostra strada di non vendere gli archivi e gli aggiornamenti che sono stati prodotti, di informazione e conoscenza, in 40 anni e che, si spera, continueremo a produrre per almeno altri 40 anni, nell’interesse esclusivo di chi ci legge. Perché, se il pericolo per il mondo è quello del potere economico e militare in mano a pochi Paesi e in quei pochi Paesi di pochi potenti per definizione, la democrazia e quindi la libertà si salvano solo con una informazione e quindi la trasmissione del potere di essa a tutti gli abitanti della terra che la desiderano.

E se l’informazione è libera, come quella che Class Editori e i suoi media, sia pure nella nostra dimensione, garantiscono, allora c’è la speranza che il mondo, come la storia insegna, non abbia a essere condizionato da pochi despoti che prendendo il potere e non essendo mai sazi di potere, portano alle guerre e alla distruzione che la storia ci ricorda.

Così si salva la democrazia 

Nell’affermare questo, noi e per fortuna non solo noi, non siamo alla ricerca di nessun potere alternativo ma solo di compiere il dovere di informare chi vuole essere informato non tanto e non solo attraverso i social di qualsivoglia presidente o despota del mondo. Ma la democrazia si salva, insieme a molto altro, solo salvando la libertà e l’autonomia dell’informazione anche rispetto agli oligarchi della tecnologia.

Per questo auspichiamo che la scelta di Class Editori di non cedere l’informazione, i dati, le analisi di 40 anni di lavoro, sempre alla ricerca del massimo dell’obiettività e della trasparenza, sia seguita da altri nostri colleghi, consapevoli del ruolo che hanno nel sistema democratico. (riproduzione riservata)



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