
Mps, la più antica banca del mondo ancora in attività (data di nascita 1472), nata come Monte di Pietà, che lancia l’ops su Mediobanca, la principale banca d’affari italiana, per decenni simbolo della laicità e dell’indipendenza della finanza. Accade dopo il salvataggio di Mps, compiuto sì con il denaro dello Stato ma grazie alla professionalità e l’impegno, che ha coinvolto tutti dipendenti, dell’ad e direttore generale, Luigi Lovaglio, e del vicedirettore generale vicario, Maurizio Bai. Ma accade anche dopo che lo Stato ha ceduto larga parte delle azioni, derivanti dagli aumenti di capitale fatti per salvare la banca senese, a due azionisti e nemici storici di Mediobanca e di conseguenza di Generali, il gruppo Caltagirone e il gruppo fondato e controllato dalla famiglia Del Vecchio. Mediobanca capitalizza circa 14 miliardi (anche per la risalita dopo il lancio dell’ops) e Mps circa 8 miliardi, in calo significativo all’annuncio dell’ops. Offerta che è stata lanciata senza preavviso di nessuno, neppure dell’organo unico di controllo, essendo uno scambio di azioni, cioè la Consob.
Nel contrappasso per cui a rendere potente, non solo economicamente, il gruppo Caltagirone è stato proprio il fondatore di Mediobanca e dominus fino a quando ha vissuto, cioè Enrico Cuccia, che decise contro il parere delle banche sue azioniste di vendere il quotidiano della capitale, Il Messaggero, proprio al gruppo Caltagirone, c’è già la trama di un giallo finanziario. Il Messaggero nel fine settimana scorso ha dedicato ben tre pagine per ostacolare l’operazione con i francesi di Natixis da parte di Generali, di fatto controllata da Mediobanca. Ma sembrerebbe che le tre pagine non siano state sufficienti e che l’accordo Generali-Natixis, grande gestore di capitali, controllato dalle banche popolari francesi, vada avanti. Quindi l’apertura di un altro fronte, appunto l’ops, per tentare di prendere il controllo di Mediobanca, che controlla di fatto Generali, attraverso Mps, dove il governo ha deciso di vendere buona parte delle sue quote appunto ai Caltagirone e ai Del Vecchio, che da anni cercano, per ora invano, di essere decisivi sia in Mediobanca che in Generali.
Sembra un’operazione sincrona con quanto sta accadendo in Usa con l’avvento di Donald Trump e l’arrivo alla Casa Bianca e al governo del Paese dei più ricchi, arricchitissimi dalle libertà che sono state concesse sulle tecnologie. L’Italia (e quindi uno dei Paesi fondamentali della Ue) come gli Usa? Staremo a vedere, essendo in gioco non solo il controllo della prima banca d’affari italiana e con essa di un gruppo assicurativo di livello mondiale come Generali, ma anche il dopo, riguardo alla democrazia che l’Italia avrà. Se sarà democrazia.
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«Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri.
Le vostre masse accalcate che anelano
a respirare liberamente, i miseri rifiuti delle
vostre spiagge affollate. Mandatemi questi,
i senzatetto, sbattuti dalla tempesta:
io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata».
Emma Lazarus
È il sonetto inciso sul piedistallo della Statua della Libertà, per descrivere al mondo intero che l’America pronta ad accogliere i miserabili e i senzatetto sbattuti dalla tempesta. Da tutto il mondo. L’America era così ed è pleonastico dire che non lo è più da tempo. Figuriamoci ora. Lo hanno detto in maniera non convenzionale, poche sere fa su La7, in un dialogo eccellente, Corrado Augias (intervistatore) e (intervistato) Sandro Veronesi, architetto di laurea ma scrittore che ha vinto il Premio Strega e il Premio Campiello (due volte). Un dialogo alto, dove Veronesi ha mostrato non solo di essere un ottimo analista politico ma anche economico.
L’esordio: «Gli Usa sono come Gotham city senza Batman e quindi è un problema. Abbiamo pinguino che è Trump e Musk che è Joker. Non ci sono dubbi che noi stiamo rappresentando questo matto geniale he porta tutti alla distruzione con le sue idee di futuro e ora che ce l’abbiamo alla Casa Bianca non lo riconosciamo. È Joker. Musk è Joker. E infatti lui sorride sempre, ride sempre, è sempre lì a fare il buffone, Invece Trump, che non sorride, come avete fatto vedere bene all’inizio della trasmissione con quella foto truce, è Pinguino. Vedete mai sorridere il Pinguino? Pinguino deve solo rivalersi di tutto che ha patito. Io non so che cosa abbia patito lui, però è chiaro che la sua è revanche, è vendetta, quella di Trump. Fondare pochi giorni fa una criptovaluta, equivale a mettere una bomba a orologeria entro la Federal Reserve. E perché abbia fatto questa follia, io non riesco a capirlo».
Una criptovaluta, dice Augias, che è subito schizzata, guadagnando nelle prime 48 ore il 13.000%. A parte l’idea di raggranellare… «Vabbè, no. È per arruffianarsi l’uomo qualunque fallito, dicendo, guarda io posso sabotare anche il dollaro, perché ciò che ha fatto è un sabotaggio al dollaro. Le criptovalute sono l’avversario interno del dollaro. Si è sempre pensato che il dollaro potesse essere attaccato dall’esterno. A un certo punto sembrava che chi potesse attaccare il dollaro potesse essere la valuta cinese. Invece è dall’interno che è cominciata la guerra al dollaro con i Bitcoin. E poi queste decine di criptovalute, comprando e vendendo le quali in tempo reale mentre guadagnano il 2%, perdono lo 0,5%, si fanno soldi senza far altro che sorvegliare un software: inevitabilmente tutto ciò toglie potenza al dollaro, che è la moneta di riferimento del mondo».
In altre parole, secondo Veronesi, Trump avrebbe messo una mina sotto il dollaro creando egli stesso un token, simile a una criptovaluta, invece di fare la guerra alle criptovalute. Con riflesso anche sui principi della democrazia. Aggiunge Veronesi: «Le strade, percorrendo le quali i barbari sono giunti fino a Roma, le avevano costruite i romani. Avevano costruito i ponti, attraversando i quali i barbari sono arrivati a Roma. Salto all’America del 2001. Gli americani fecero entrare la Cina nel Wto, cioè la Camera di commercio del mondo. Riconoscono la Cina come un paese del mondo occidentale, fondamentale per il libero mercato e per il capitalismo che è democrazia. Poiché tutti sanno che in Cina non c’era una democrazia, perché l’hanno fatta entrare? Per avidità. Posso dire una cosa un po’ demagogica. I ricchi volevano diventare più ricchi conquistando il mercato cinese. È successo il contrario. Sono arrivati i cinesi e si sono pappati il Giappone e la tecnologia. Vi ricordate la tecnologia? Adesso non è più in mano ai giapponesi, ma ai cinesi. Soprattutto le auto. Tutte le cose in cui erano fortissimi gli americani se la sono prese i cinesi».
«Comunque, dollari e oro. Può darsi che indebolendo il dollaro si indebolisca la Cina, perché ha quasi più dollari la Cina della Federal reserve; può darsi si sia arrivati a un punto in cui occorre andare a vedere le carte sul tavolo e si potrebbero scoprire cose sorprendenti, però c’è un fatto: da quando Trump è andato alla Casa Bianca per la prima volta, gli Stati Uniti hanno perso la strada della globalizzazione estendendo appunto i dazi. La globalizzazione è durata 15 anni. Poi gli Usa, le élite americane hanno detto basta perché hanno capito che ci rimettevano. Ma ormai la Cina è diventata un modello anche per i ricchi americani, i quali dicono: scusate, ma perché devo avere i sindacati tra i piedi? La democrazia, i diritti, i diritti dell’individuo, i diritti dell’operaio; guardate i cinesi che senza nessuna di queste sciocchezze come vanno più veloci; e pertanto è diventato quello il modello vero del capitalista che non è più capitalista perché non rispetta le regole del capitalismo americano. Per dare un po’ di speranza, direi che l’unico posto dove, anche se burocraticamente, si è cercato di far sventolare il vessillo del libero mercato è l’Europa. È l’Europa dove si pensa di poter difendere certi diritti, quelli che cerca di difendere a sinistra anche se in maniera un po’ arcaica, ma che sono fondanti per il modello che sta andando in fumo…».
Anche fermandosi qui nel lungo dialogo di Veronesi e il novantenne Augias (a proposito, auguri) le provocazioni e l’analisi anticonformista che ne escono fuori sono già un importante contributo a capire cosa sta succedendo. Ha ragione Veronesi quando paragona quello che sta accadendo (ed è già accaduto nel primo mandato di Trump), cioè a un vertice che pensa alla ricchezza e per questo si circonda di ricchi, con quanto è successo in Cina fino a due o tre anni fa: basta citare Jack Ma, l’ex insegnante di inglese che è stato il primo imprenditore cinese a comparire sulla copertina di Forbes America, mentre nel 2009 era stato indicato dal settimanale Time come uno dei 100 uomini più importanti del mondo; oppure il padre del giovane che aveva comprato l’Inter, Zhang Jindong. Il figlio era più che internazionalizzato, sia negli studi che nelle relazioni, ma la gestione del gruppo da parte del padre in Cina a un certo punto è crollata e il figlio ha dovuto vendere anche l’Inter. Due esempi che per potenza non si sono mai avvicinati alla potenza economica di Elon Musk o di Jeff Bezos proprietario di Amazon, che facevano bella mostra di sé alla cerimonia di insediamento di Trump per il secondo mandato, ma che indicano un parallelo fra Usa e Cina nei vertici del potere.
Con la differenza che Xi Jinping è un politico puro mentre Trump nasce capitalista e quindi mentre al leader cinese i miliardari interessa gestirli, a Trump interessa diventare sempre più ricco, per accrescere sia la sua che la potenza capitalistica nazionale. Mentre a Xi Jinping interessa accrescere il potere della Cina e quindi anche il suo, a Trump interessa accrescere la ricchezza dell’America attraverso quella del suo entourage. Xi non ha mai permesso a Ma di entrare nella stanza dei bottoni, Trump ha cooptato nel governo Musk, che è di gran lunga il più ricco del mondo. Quindi sarà inevitabile che nelle scelte politiche ed economiche entreranno la forte influenza degli interessi degli stramiliardari che sono accanto a Trump. È quindi giustificata la preoccupazione del mondo e in particolare dell’Europa che il sistema economico mondiale sia asservito alla crescita di ricchezza e con essa del potere di pochi miliardari che sono stati cooptati da Trump.
C’è però anche un’analisi che giunge a conclusioni diverse. La sostiene più di tutti The Economist addirittura titolando «L’America di Donald Trump non diventerà un’oligarchia tecnologica». E lo sviluppo della tesi ha sicuramente alcuni elementi concreti. A cominciare da un calcolo e raffronto preciso fra i 911 miliardi di dollari di patrimonio netto che cumulano Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, i Paperoni di prima fila al giuramento di Trump, e il pil americano. Se dei Paperoni si considerano i fatturati delle loro aziende fondamentali e cioè Amazon, Meta e Tesla (ma Musk ha molto di più), si arriva all’1,8% del pil americano. Ma si potrebbe obbiettare che le loro aziende, specialmente quella dei microsatelliti per le trasmissioni digitali di Musk, che The Economist non ha sommato, hanno un valore strategico enorme. Poi il settimanale inglese per recuperare efficacia alla sua affermazione prende in considerazione anche Apple e Alphabet, che controlla Google, e i cui ceo erano presenti alla cerimonia di insediamento, ma in posizione meno rilevante, a percentuale sale al 3,1%.
In Russia, scrive The Economist, patria degli oligarchi originali (non nel senso del greco antico), il giro d’affari che controllano è molto più alto. E, aggiungo io, ci mancherebbe altro, visto il regime comunista russo. Uno studio non freschissimo del Journal of economic perspectives, aveva rivelato che due dozzine di magnati russi impiegavano quasi 1/5 di tutti i lavoratori del paese e realizzavano il 77% delle vendite di prodotti del settore manifatturiero e minerario, che a quel tempo pesavano per i 2/3 della produzione russa. In Ungheria, sostiene il settimanale inglese, il mondo occidentale più vicino a un’oligarchia, gli amici di Victor Orbán, il forte primo ministro, potrebbero supervisionare e controllare il 20-30% dell’economia.
Insomma, la tesi di The Economist è che il giro d’affari degli imprenditori più potenti americani già cooptati da Trump, tutto sommato controllano una percentuale sostanzialmente modesta del pil americano, mentre in Russia e in Ungheria le percentuali di fatturato economico di chi è legato al potere è enormemente più alto. Sinceramente mi pare un paragone improprio, tenuto conto dei differenti regimi, con gli Usa che comunque sono una democrazia, ma prossima alla trasformazione perché in realtà il legame del presidente eletto Trump è con campioni assoluti non solo del fatturato ma anche della tecnologia, aspetto assolutamente di primaria importanza, visto che la tecnologia domina e dominerà sempre più il mondo.
Tuttavia, precisa il settimanale, Amazon, Meta e Tesla rappresentano il 9% degli investimenti aziendali delle 1.500 più grandi aziende americane. E per così dire, per cercare di ridimensionare il fenomeno, viene fatto il paragone con la situazione indiana, dove la Reliance industries di Mr. Ambani rappresenta il 16% degli investimenti globali e poi, altro dato, la spesa in conto capitale delle tre aziende americane citate equivale allo 0,4% del pil, rispetto a quasi l’1% della Standard Oil di John D. Rockefeller nel 1906. Sempre guardando al paragone con Rockefeller, ad avviso del settimanale è tranquillizzante perché nonostante la sua ricchezza all’apice fosse doppia di quella di Musk, rispetto alla dimensione dell’economia americana, Rockefeller ha dovuto lottare per far sentire la sua voce nei corridoi del potere. Quindi, aggiungo io, Musk è più fortunato perché è stato cooptato subito nella struttura di vertice del governo.
E il settimanale rileva un’altra differenza di Trump rispetto a Rockefeller. Il grande petroliere esercitava un controllo quasi totale sui prodotti petroliferi, fondamentali per il paese, mentre chi non sceglie Amazon ha Walmart che gli può vendere tutto quanto gli serve; Instagram dice accesso negato? Puoi avere il tempo per leggere un libro avvincente. Vuoi una macchina nuova? Ci sono varie alternative a Tesla. SpaceX di Musk potrebbe non essere soluzione per sempre, anche se Rocket Lab, il concorrente maggiore, e Blue Origin fondata da Bezos, non sono al momento competitivi. Insomma, la tesi pervicace di The Economist è che gli Usa, nonostante la potenza di Musk, che è anche nel governo, hanno alternative negli stessi settori, anche se al momento molto meno efficienti delle società dello stesso Musk.
Da cittadini del mondo occidentale, che sempre hanno guardato agli Usa anche per l’efficienza dell’Antitrust, effettivamente rivivificato negli ultimi due anni da Lina Kahn oggi dimissionaria, non possiamo comunque essere sereni e tranquilli. A Trump l’Europa non piace. È quindi l’Europa che si deve risvegliare e superare le barriere che ancora oggi popolano la Ue. Operazione difficile nel momento nel quale Trump giocherà alle divisioni, per esempio invitando al suo insediamento soltanto un primo ministro che è Giorgia Meloni, italiana. Gli italiani dovrebbero quindi essere felici e tranquilli per quello che si annuncia? Come minimo la maggiore compattezza dell’Europa diventa un sogno, anche se l’amicizia con la premier potrebbe portare egoisticamente soddisfare gli italiani. Ma invece, nonostante il tentativo di The Economist di smontare il mostro Trump, per dire che in Usa di fatto non cambierà nulla, solo con una Europa compatta si potrebbe stare tranquilli. Ma nella Ue, tanto per dire, ci sono personaggi come Orban, che è già pronto a compiere ogni servizio che Trump gli chiedesse. E non solo Orban… Oppure, se i giudizi negativi su Trump sono ingiustificati; se le analisi di The Economist sono corrette e allora che la presidente Meloni ricambi al più presto la visita, invitando Trump in Italia. (riproduzione riserata)