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Dolori in Francia, tra gli allarmi di Macron e il crollo del Bordeaux
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Dolori in Francia, tra gli allarmi di Macron e il crollo del Bordeaux

10 maggio 2024, 19:50 Ultimo aggiornamento: 19:56

Al di là dei sorrisi ufficiali, la visita in Francia del presidente cinese Xi Jinping non ha sortito l’effetto desiderato per porre fine alla guerra in Ucraina. Se poi si guarda al vino più prestigioso al mondo, si può parlare di un ribasso quasi da panico. Un’occasione per comprare…

Lo sapevate che la capitalizzazione di borsa dei sette giganti americani della tecnologia pareggia quasi la capitalizzazione dell’insieme delle borse dei 27 paesi dell’Unione europea?

È questo il dato che ha fatto scattare nei giorni scorsi, poco prima dell’incontro con il presidente cinese Xi Jinping, la profonda critica all’Europa del presidente francese Emmanuel Macron. Molti hanno interpretato le parole di Macron come il tentativo di creare i presupposti per un primato assoluto europeo della Francia, considerata la forte fiacchezza della Germania. Altri hanno applaudito. Queste differenti prese di posizione hanno scarso significato rispetto al dato, che è reale. Reale e sinistramente allarmante, non solo per l’Europa ma anche per la stessa America, se si pensa al peso che i sette giganti hanno inevitabilmente sulla politica dello stesso governo americano.

Gentilezze reciproche tra presidenti

Non è quindi per caso che proprio mentre Macron lanciava l’allarme, di lì a poco sia atterrato a Parigi il presidente della Cina e che, attirandosi non poche critiche, Macron ha accompagnato martedì 7 maggio nel villaggio montano di La Monge, sui Pirenei, dove da bambino il presidente francese andava in vacanza in inverno e in estate. È stato il modo per ricambiare l’attenzione del presidente Xi quando accompagnò Macron per un tè a Canton, nella provincia di cui suo padre era stato presidente, allo stesso modo con cui sui Pirenei Macron ci andava con la nonna materna Manette. Insomma, un incontro fatto di gentilezze ricambiate, ben sapendo Macron che l’Europa, proprio per il dominio tecnologico ed economico tanto rilevante dei sette giganti americani, non potrà ignorare o mostrarsi dura verso la Cina, che quanto a tecnologia non scherza, come effetto in primo luogo, paradossalmente, per la scelta degli Usa di far realizzare, per puro risparmio, per esempio, il 70% degli iPhone in Cina. Come dire, è il segnale di Macron a tutta l’Europa, che a questo punto nessuno, tanto meno l’Ue, può permettersi di non avere un dialogo costruttivo con la Cina.

Un bell’esempio di realismo

L’idea del presidente Macron è che l’Europa, ammesso che rimanga unita, non può pensare di essere tutta insieme la terza potenza economica del mondo senza avere sovranità a tecnologia, e oggi, secondo Macron, in primo luogo l’Europa non ha una ricchezza pro capite sufficiente per mantenere e sviluppare il terzo polo di riferimento del mondo.

Il solito sciovinismo e la solita arroganza francese? Non direi. Piuttosto un bell’esempio di realismo. Per riprendersi, oltre che nella tecnologia magari in salsa cinese, l’Europa ha bisogno di attrarre capitali di investimento e un sistema borsistico efficiente e attraente, mentre specialmente dopo l’uscita di Londra dalla Ue, con cui aveva la seconda Borsa del mondo, per ora Euronext, la pseudo borsa europea a trazione proprio francese, non riesce minimamente nel suo compito istituzionale di attrarre capitali europei e non europei. Ed è inevitabile che sia così, per almeno due ragioni che i lettori conoscono bene:

1) non può essere Euronext una borsa realmente europea se oltre all’assenza di vari paesi importanti come la Spagna, manca clamorosamente della partecipazione al mercato del primo paese europeo per economia, cioè la Germania.

2) Fatto ancora più grave, le Borse Euronext non hanno assolutamente regole uguali, di governance e societarie, ma invece, specialmente quelle dei Paesi Bassi o più propriamente di Amsterdam, offrono trattamenti nettamente più vantaggiosi rispetto alle altre sia per la tassazione governativa delle aziende sia per la possibilità di particolari e discriminanti trattamenti, come quello del voto plurimo all’ennesima potenza per ciascuna azione.

Borse troppo diverse tra loro

Ma illustre Presidente Macron, come si può usare il prefisso euro per Borse così variegate dal punto di vista della normativa e dei trattamenti fiscali? È noto che uno dei limiti principali, se non il principale, della Ue è che ciascun paese ha mantenuto piena autonomia fiscale, e questa è una scelta dei governi; ma se si decide di fare una Borsa europea, non è accettabile che ci sia così tanta differenza di trattamento normativo delle azioni, sì da determinare che il listino principale di Milano si è progressivamente svuotato di molti gruppi italiani, da Exor a Campari a Caltagirone, senza che ci sia stato un significativo arrivo in Piazza Affari.

Sembra proprio che di fronte al rifiuto di entrare in Euronext da parte di Francoforte, che era la condizione fondamentale per avere una vera Borsa europea, lo sciovinismo (lo ripeto) francese abbia pensato di fare concorrenza alla Germania e a Londra con la Borsa di Parigi capofila di borsettine e in moltissimi casi attraenti solo per trattamenti che fanno esattamente il contrario di quanto servirebbe per fare dell’Europa una vera potenza finanziaria.

Anche la Cina ha puntato sulle borse

E non è necessario essersi laureati in economia politica alla Sorbona per capire che la finanza e quindi le Borse sono lo strumento essenziale per lo sviluppo economico, rispetto al quale il Presidente Macron mostra sensibilità, ma poi predica bene e razzola male. Se solo si pensa che anche il paese più comunista che esista, la Cina, seguendo la linea dettata vari decenni fa dal grande Deng Xiao Ping (paese socialista ma con strumenti capitalistici) ha puntato non poco sullo sviluppo delle borse e sul mercato dei capitali.

Può essere un’eresia che il Presidente Macron, dopo aver fustigato l’Europa intera per la sua assenza e per l’evidenza che i prodotti cinesi sono vincenti a fronte di quelle che sono state definite le «venerabili industrie Europe» si faccia promotore di una vera Borsa europea, a cui partecipino almeno una ventina dei 27 membri della Ue, a cominciare da Francoforte, realizzando così un vero mercato europeo dei capitali? E magari che ci possa essere un’alleanza tra una Borsa veramente europea con quelle cinesi? In fin dei conti è l’unico Capo di Stato e di governo che ha davanti ancora qualcosa di più di tre anni di governo, visto che ha iniziato il secondo mandato nel settembre del 2022 e che grazie alla riforma introdotta dal generale Charles de Gaulle accomuna poteri di Capo di Stato e di governo, dove ha recentemente nominato un suo giovanissimo adepto, Gabriel Attal.

Il nodo Trump nei rapporti Ue-Cina

Non è casuale che il Presidente Xi, dopo ben cinque anni di assenza dall’Europa, abbia fatto la prima tappa a Parigi, dove ha incontrato anche la presidente della Ue Ursula von der Leyen, andando poi nei paesi più vicini alla Cina come la Serbia e l’Ungheria.

Specialmente se a vincere le elezioni in Usa dovesse essere Donald Trump, la vicinanza fra Ue e Cina diventerà ancora più importante. Anche se nella visita a Parigi in verità sono emersi almeno due punti importanti di non accordo. Quando si è parlato della guerra in Ucraina e Macron ha chiesto maggiori sforzi a Xi per farla finire, la risposta del Presidente Xi è stata secca: non infangateci. Anche se almeno di facciata c’è stato l’accordo per fare ogni sforzo affinché la guerra finisca, un disaccordo non da poco si è palesato anche in materia di commercio: Macron ha chiesto che le merci europee abbiano la stessa facilità di ingresso in Cina che hanno i prodotti cinesi in Europa. Ma dopo che è stata avviata un’indagine sulle auto elettriche cinesi verso l’Europa ed è emerso che ci sono precise e consistenti sovvenzioni del governo, la risposta non ha tardato ad arrivare da Pechino: nuovi dazi sull’importazione in Cina di cognac francese.

Oltre le gentilezze, un significato politico

Quindi, le reciproche gentilezze fra i due presidenti non hanno generato altrettanto garbo sul commercio fra i due paesi, ma certo il significato che il presidente Xi abbia scelto, dopo cinque anni di assenza dall’Europa, di fare la sua prima e più importante tappa a Parigi, un significato politico lo ha, specialmente rispetto ai dissensi con la Germania sulle auto. Germania con cui invece, fin dai tempi di Mao, che inviò 300 giovani a studiare ingegneria nelle università tedesche, l’interscambio è stato il più elevato al mondo. Al punto che la VW realizza il 40% del suo fatturato in Cina, come ebbe a dire il capo della casa automobilistica al cancelliere Olaf Scholz che gli chiedeva di ridurre gli investimenti in Cina.

Un accordo ampio con la Cina è pertanto ineluttabile per la Ue e il fatto che il Presidente Xi abbia accettato l’invito di Macron è molto importante. Ma perché arrivino frutti per tutta l’Europa, è necessario che il dialogo continui e che anzi si intensifichi appena le elezioni europee avranno eletto il nuovo parlamento e assegnate le cariche fondamentali della Ue. Soprattutto, occorre verificare se la Cina è disposta a condividere in maniera trasparente la tecnologia di cui l’Europa ha bisogno, chiunque sarà il nuovo presidente americano.

Un mercato in caduta, ma non è una borsa

C’è un mercato in caduta che, se fosse borsistico, getterebbe il panico nell’economia mondiale. È il mercato del vino a Bordeaux, che è caduto mediamente del 34-35% rispetto a un anno fa; i prezzi dei vini annata 2023 che vengono negoziati su quella che si chiama La Place, il più antico mercato del vino, nella migliore delle ipotesi hanno avuto una perdita vicino al 30% per i vini più abbordabili. Ma la media appunto è peggiore per alcune gradi etichette come Chateau Mouton Rothschild che ha perso il 37,2%.

Il mercato di Bordeaux ha una struttura storica che risale ai tempi in cui gli chateaux non imbottigliavano il vino nelle loro cantine, ma attraverso i cosiddetti courtiers (di fatto mediatori professionali iscritti all’albo) lo vendevano ai negociants, che imbottigliavano e vendevano. Ancora una decina di anni fa, quando la situazione era cambiata, non era insolito leggere sull’etichetta «Mise en bouteille au Chateau»: i proprietari degli chateaux, in vari casi nobili, avevano deciso di seguire il loro vino fino alla bottiglia. Oggi è per tutti così, ma le figure chiave de La Place operanti e iscritte in un albo professionale sono rimaste le stesse: appunto i courtier e i negociants. La stagione «en primeur», quando il vino è ancora in affinamento, viene acquistata dai negociants, con la mediazione dei courtier, proprio per fine aprile-primi di maggio. I negociants comprano il vino o, meglio, dei futures (in questo caso dell’annata 2023) dopo che sono state effettuate le degustazioni e ciascun vino ha ottenuto un punteggio.

Quando si va troppo in alto

Negli ultimi anni i prezzi su La Place erano esplosi, avendo avuto talvolta una valutazione en primeur superiore rispetto a quando il vino è andato poi fisicamente sul mercato, soprattutto per i premier crus classès, cioè i vini più importanti per i quali esiste il Conseille des grands cru, di cui è presidente Philippe Casteja, che con varie società copre tutti i suoli di Bordeaux, essendo anche proprietario di chateaux e negociants. Come succede anche in borsa quando i titoli vanno troppo in alto, basta un cambiamento del vento e vanno giù. Quest’anno, come quasi per magia succede anche in borsa valori, una serie di fattori hanno innescato la caduta, rimanendo fermo il fatto che i prezzi erano andati veramente alle stelle. Forse troppo. Ed è bastato che prendesse campo il discorso sull’arrivo sul mercato di vini dealcolati, anche se mediocri, che ci fosse una tendenza verso i rosati che si producono in Provenza, che si parlasse per i fenomeni climatici di raccolti non facili e di danni ai vigneti, al punto che alcuni paesi hanno messo in conto di estirpare alcune migliaia di ettari, insomma che si creasse un clima ribassista come succede nelle borse valori, e i prezzi sono caduti. Ma come succede in borsa, prezzi più bassi creano interesse e se gli acquisti prevalgono sulle vendite ricomincia la crescita. Secondo gli esperti de La Place questa caduta, anche se non fa piacere, è vista come una evoluzione sana, visti i prezzi troppo al rialzo di vari anni precedenti che avevano portato la macchina a rallentare.

Tanto per dare un’idea, la caduta del 37,2% ha portato il prezzo di una bottiglia 2023 di Chateau Mouton Rothschild a 324 euro (dai 516 euro dell’annata 2022, prezzo di acquisto dei negociants, che poi rivendono in tutto il mondo). Fra quelli che hanno visto riduzioni inferiori alla media, Chateau Angelus ha perso il 25,7% atterrando a 260 euro la bottiglia. Alcuni chateaux hanno deciso di allocare per le vendite en primeur quantitativi inferiori al consueto, per aspettare che il mercato volga al recupero e poter poi allocare il resto a valutazioni più rispondenti al reale valore. Ma a questo mercato possono partecipare solo le figure storiche professionali, i negociants come acquirenti, che poi venderanno a distributori o importatori in tutto il mondo, e mediamente il prezzo segnato a Bordeaux salirà in base all’andamento della campagna en primeur. «Non siamo felici per quanto è successo», dice il courtier Timothée Moureau di Bgv, «siamo convinti che questo calo aumenterà il numero dei consumatori di grandi vini e che quindi il ribasso di quest’anno creerà i presupposti per una nuova fase positiva del mercato». (riproduzione riservata)



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