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Dietro la lotta per il cda di Mediobanca, un rischio mortale per il traballante mercato finanziario italiano
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Dietro la lotta per il cda di Mediobanca, un rischio mortale per il traballante mercato finanziario italiano

08 settembre 2023, 19:30

Per favorire la propria intesa con gli eredi Del Vecchio, in parlamento giace una serie di emendamenti al Ddl Capitali ispirati da Caltagirone. Che se approvati, infliggerebbero un colpo decisivo alla credibilità della governance delle società quotate italiane, allontanando ancora di più gli investitori istituzionali

Che cosa è stato, per oltre 60 anni, il capitalismo italiano se non Mediobanca?

Nel bene e nel male, Mediobanca è stato il crocevia di tutte le aziende più importanti pubbliche e private. Senza Mediobanca, che l’azienda si chiamasse Fiat o Stet, non poteva muovere foglia; idem che si chiamasse Fininvest o Barilla, Montedison o Telecom.

«Nella sala di attesa di Piazzetta Cuccia sentivo ancora le grida di dolore di Raul Gardini», mi raccontò un giorno Fedele Confalonieri riferendosi a quando si recò a Mediobanca dopo che Unicredit aveva di fatto azzerato le linee di credito a Silvio Berlusconi proprio per indicazione di Mediobanca. Se non fossero intervenuti Cesare Geronzi e Pellegrino Capaldo di Banca di Roma, Berlusconi non avrebbe salvato e poi sviluppato quello che era già la prima televisione nazionale privata italiana, base del suo impero.

Come, anni prima, senza Mediobanca, la Fiat non sarebbe stata salvata dall’intervento di acquisto del 10% da parte della Libia di Gheddafi. E mi fermo per non annoiare i lettori.

Perché avveniva tutto ciò, e cioè che qualsiasi imprenditore italiano se voleva crescere o salvarsi, come Salvatore Ligresti, doveva andare in piazzetta Cuccia 1, come è stato chiamato quello slargo di via Filodrammatici, dietro La Scala, prima che venisse consacrato al nome del fondatore della banca? Per una ragione molto semplice: azionisti di Mediobanca erano le tre Bin (banche di interesse nazionale) e cioè Comit, Credito Italiano e Banco di Roma (diventata poi Banca di Roma e non più controllata dallo stato), ma a comandare le tre Bin era di fatto il fondatore di Mediobanca, Enrico Cuccia, per capacità e convenzione.

Lo strapotere delle origini

Mediobanca creava alleanze, le scioglieva, portava in borsa o toglieva dalla borsa qualsiasi società di rilievo. Praticamente in regime di monopolio o quasi, perché la legge del 1936 proibiva alle banche di operare da banca d’affari, comprare e vendere partecipazioni.

La situazione è cominciata a cambiare solo quando Comit e Credito Italiano, nell’ambito dello sfortunato progetto delle privatizzazioni per poter entrare nell’euro, non sono più state eterodirette da Cuccia e dal suo successore, Vincenzo Maranghi.

Allora Mediobanca e chi l’ha diretta e gestita ha dovuto, per esempio, preoccuparsi di raccogliere direttamente il risparmio ed è stata creata CheBanca, che alle filiali ha unito l’online. E soprattutto, nel frattempo, Guido Carli ministro del Tesoro aveva cambiato la normativa domandandosi quale fosse il modello di banca vincente in Europa: era la banca mista tedesca. E quindi anche le banche commerciali oggi possono operare da banca d’affari.

Ma nonostante ciò Mediobanca, con la gestione di Alberto Nagel, ha continuato a essere la prima banca d’affari del paese, modernizzandosi progressivamente e accogliendo nel suo azionariato un numero crescente di azionisti italiani. Fra i quali il primo palazzinaro romano, Francesco Gaetano Caltagirone, che un anno fa ha guidato l’assalto a Generali, la più importante partecipazione di Mediobanca.

E poi, Caltagirone...

Forse quell’atto è una sorte di contrappasso della transizione dei tempi in cui regnava Cuccia e cioè l’aver fatto diventare Caltagirone non solo costruttore di palazzi, produttore di cemento con Cementir e manufatti in cemento armato per strade, ferrovie e acquedotti con Vianini, ma anche editore. Banca di Roma guidata da Geronzi e Cataldo aveva programmi diversi per il Messaggero, primo quotidiano della capitale, quando avvenne la disgregazione di Montedison, ma Cuccia fu categorico: il Messaggero deve andare a Caltagirone, che è il più ricco di Roma. In sostanza è stata proprio Mediobanca a dare in mano a Caltagirone, che ora è il nemico di Nagel e dei suoi colleghi, l’arma micidiale di un quotidiano importante politicamente, intorno al quale è stata aggiunta da Caltagirone una rete di altri quotidiani locali significativi per i rapporti politici: dalla Puglia, alla Campania (Il Mattino), alle Marche, al Veneto con il Gazzettino di Venezia.

Dopo l’attacco, fallito, alle Generali, ora Caltagirone è dietro a tutta la manovra in parlamento e fuori per fare in modo che Mediobanca non sia più gestita da un consiglio d’amministrazione indicato dai consiglieri uscenti, come avviene per quasi tutte le banche e le società internazionali di livello elevato. Sconfitto nella battaglia per Generali, dove aveva il supporto del gruppo Del Vecchio, ora Caltagirone sta spalleggiando per l’assalto a Mediobanca gli eredi Del Vecchio, che hanno il 20% e lo stesso Caltagirone il 10%.

Come si svolge l’attacco

L’attacco, come ormai è noto da almeno due mesi, sta avvenendo a più livelli:

1) in parlamento, dove si sta varando il Ddl capitali, Caltagirone è l’unico imprenditore che è stato ascoltato dalla commissione che ha in esame il disegno di legge e ha inspirato una serie di modifiche-emendamento:

a) la lista del cda che finora è stata indicata dal cda uscente può essere presentata solo se almeno 4/5 del cda uscente la vota (se questa norma fosse stata già in vigore, non sarebbe stato eletto il consiglio che ha consentito a Generali di fare utili record nell’ultimo anno);

b) la lista del cda non può essere presentata se esiste un azionista con il 9% che presenta la sua lista, e in Mediobanca Caltagirone ha il 9%);

c) se la lista del cda raccoglie più voti in assemblea, a prescindere da quanti voti ottiene, e il secondo classificato supera il 20% (Caltagirone-Delfin dei Del Vecchio in Mediobanca e Generali, e Vivendi in Tim) viene automaticamente portato al 49% e gli viene assegnato metà del consiglio d’amministrazione;

d) se la lista del cda arriva seconda, indipendentemente da quanti voti prende, non ha diritto ad avere rappresentanti nel nuovo cda;

e) se la lista del cda vince, i rappresentanti eletti non vengono scelti secondo l’ordine di presentazione (presidente, ad, ecc.) ma devono esseri rimessi in votazione tutti uno alla volta e passa chi prende più voti. Questa è una mossa furba, perché assumendo che votano la lista in blocco e poi anche i candidati in essa contenuti- creando quindi una parità assoluta dei voti sui candidati, saranno i voti degli altri soci (cioè le minoranze) a decidere chi entra tra i candidati della lista del cda. In altre parole, la minoranza decide i suoi candidati e pure quelli della maggioranza!

f) tutti coloro che hanno più dello 0,5% del capitale si considerano parti correlate. Questo è un ciclone che sconvolgerebbe il modo di lavorare in tutte le istituzioni finanziarie (quindi anche Intesa Sanpaolo e altre banche e assicurazioni) perché le procedure di parti correlate applicate a fondi che di mestiere investono soldi dei loro clienti anche sulle società con cui fanno business rischia di bloccare l’attrattività delle società quotate italiane per i fondi internazionali, sia come clienti sia come scelta dove investire.

Dopo il decreto banche e anche le ipotesi che circolano sugli npl, se venissero votati questi emendamenti, in larga parte frutto dell’influenza che Caltagirone può vantare su alcuni partiti e parlamentari in virtù della sua catena di giornali della capitale (possiede anche la free press Leggo) e delle varie regioni, o anche inclusi (tutti o in parte) nell’emendamento complessivo che presenterà il governo, l’Italia farebbe un altro passo indietro nella fiducia degli operatori finanziari internazionali. Intanto, i relatori hanno già presentato proposte di modifica finalizzate a ridurre il potere del cda. Un peggioramento netto per quanto riguarda la trasparenza e la governance italiana.

I fattori contro Caltagirone e Delfin

I tempi per la presentazione delle liste del consiglio d’amministrazione di Mediobanca sono molto stretti e non è detto che il parlamento faccia in tempo a inserire gli emendamenti nel Ddl capitali, ma il rischio di far diventare il mercato finanziario italiano fuori degli standard internazionali è molto alto.

Ci sono anche alcuni aspetti che possono giocare contro il duo Delfin-Caltagirone per la prossima assemblea di Mediobanca. In particolare il 20% di Delfin è qualificato come investitore finanziario, quindi con la possibilità di avere un numero di consiglieri marginale (4) rispetto ai 15 del consiglio di Mediobanca. Se si sommasse il 20% con il 10% di Caltagirone si creerebbe una maggioranza relativa per la quale, essendo Mediobanca vigilata dalla Bce, occorrerebbe la sua autorizzazione ma anche le relative conseguenze di far finire le società che possiedono il 30% soggetti bancari, con tutti i controlli e le limitazioni a cui verrebbero sottoposti.

Lo scorso maggio il governo aveva infilato nel cosiddetto decreto-Fuortes un comma di due righe più o meno del tipo «la lista del cda è legittima», in realtà doveva essere un gancio per alcuni altri emendamenti per affossarla (tipo quello già riportato del diritto di veto sulla lista del cda, se un azionista che ha il 9% presenta la sua lista). MF-Milano Finanza scoprì l’iniziativa, unico fra i giornali italiani, analizzandola e spiegandone gli effetti, al punto che il Quirinale intervenne per sanare il colpo di mano, chiedendo al governo di eliminare il comma-gancio del decreto.

E la politica?

Nell’esame del Ddl Capitali da parte del Senato in corso da giugno, nonostante il disegno di legge non contenga riferimento alla lista del consiglio come tema da normare, Fratelli d’Italia e in parte Forza Italia a seguito dell’audizione di Caltagirone (l’unico soggetto privato ascoltato) hanno presentato la serie di emendamenti allineati alle posizioni espresse da Caltagirone e che sono stati elencati sopra.

È accettabile che il sistema normativo italiano possa essere modificato sulla base di interessi di un solo investitore, che sta cercando la rivincita dopo la sconfitta per il consiglio d’amministrazione di Generali?

L’obiettivo dichiarato del disegno di legge Capitali, da parte di chi lo ha presentato, è quello di far avvicinare il sistema finanziario italiano agli standard internazionali. L’Italia è il secondo paese al mondo per risparmio, ma il 75% di questo risparmio viene investito all’estero: non ultimo per gli standard del sistema finanziario e normativo. Sarebbe deleterio staccarsi ancora di più alle regole internazionali, che prevedono la regola per le società più importanti la possibilità, in una logica di continuità quando i risultati sono positivi per larghe comunità di investitori, che sia il consiglio uscente a presentare i candidati per il nuovo consiglio, che naturalmente entreranno in carica se otterranno i voti sufficienti.

Per lunghi anni il consiglio di Mediobanca e quindi Mediobanca è stata fuori dalle regole fattuali internazionali, essendo il controllo in mano alle tre Bin. Con grande fatica e grazie alla fine delle Bin viene da alcuni anni seguito un principio di nomina dei consigli alla scadenza che è standard internazionale. Non preservare questo standard appare molto negativo.

Il ruolo dei media indipendenti

Non vi è dubbio che Mediobanca sia stato un centro di potere enorme a favore solo di pochi eletti. Oggi, anche se non si può dire che la principale banca d’affari italiana sia per tutti, vari progressi sono stati fatti. E il sistema Mediobanca-Generali è uno dei pochi di livello internazionale. Che prima di sospingere indietro questo sistema nell’interesse di due famiglie, certo azioniste importanti ma con volontà egocentriche, che il governo e il parlamento ci pensino. Ai tempi di Cuccia in Mediobanca le azioni non si contavano ma si pesavano, oggi sono stati fatti progressi non insignificanti. E il mercato finanziario italiano ha bisogno che la prima banca d’affari italiana usi sempre di più contare che pesare. Come che il parlamento, il governo e i partiti non si facciano condizionare da chi mette sulla bilancia il peso del suo controllo di media, usati strumentalmente per interessi personali. Per comprenderlo si rilegga il penetrante recente discorso del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla funzione dell’informazione e sulla necessità che non sia strumentale. Purtroppo in Italia, escluso il gruppo Rcs e Class Editori, quotati in borsa, molti altri media sono in mano a chi li ha acquistati e li gestisce come strumento di potere e di pressione.

P.S. In questo contesto, lo studio Chiomenti per Mediobanca e lo studio Bonelli Erede per Delfin (e di fatto Caltagirone) stanno negoziando: mentre il consiglio uscente di Mediobanca nella riunione di giovedì 8 ha proposto 4 consiglieri a Delfin sui 15 totali, con la riconferma di 8 e 3 nuove entrate, Delfin attraverso il dominus traballante Francesco Milleri chiede 5 consiglieri incluso il presidente. Non è improbabile che venga raggiunto un accordo, ma il fatto fondamentale è che il parlamento non voti norme che portano indietro l’attuale situazione di governance delle aziende italiane quotate, già arcaico e alla base della quasi inesistenza del mercato borsistico italiano. Tanto più se la spinta viene da chi usa i giornali per i propri affari. (riproduzione riservata)



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