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Dietro il bisticcio Meloni-Repubblica, l’eterno vulnus dell’informazione in Italia
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Dietro il bisticcio Meloni-Repubblica, l’eterno vulnus dell’informazione in Italia

26 gennaio 2024, 20:00 Ultimo aggiornamento: 22:00

Dalla querelle sulla deindustrializzazione italiana in campo automobilistico a quella sulle privatizzazioni decise dal governo, la temperatura tra il gruppo Agnelli-Elkann e la maggioranza è al calor bianco. Sullo sfondo, la figura ancora predominante dell’editore impuro

Inaugurazione di Science Gateway, ai primi dell’ottobre scorso, nuovo, straordinario progetto di Renzo Piano per il Cern al confine fra Ginevra e la Francia. Pochi minuti prima, era stato comunicato che il bellissimo auditorium, parte del progetto, veniva intitolato a Sergio Marchionne, grazie a una donazione di 40 milioni di dollari proveniente da Exor. Naturalmente era presente John Elkann, con il quale personalmente ho avuto un rapporto cordiale sin da quando era ancora ragazzo e ci incontravamo magari a cena da Marco Tronchetti Provera, nella sua bella casa nel centro di Milano.

«Caro John», gli ho detto incontrandolo nel cortile del Cern: «Grazie per aver reso omaggio a un grande imprenditore e amico come Sergio, che ha salvato la Fiat e migliaia di posti di lavoro in Italia, rilanciando l’attività addirittura negli Usa». E John: «Sì hai ragione, Sergio è stato Grande». «Ma oggi», ho continuato io, «la ex-Fiat è in Stellantis a Parigi e l’Italia, da paese forte fabbricante di auto, è ridotta a 500-600 mila auto all’anno dai 3 milioni del passato. Eppure, la vostra holding, Exor, è il socio più grande della società francese. Come mai l’Italia è diventata un Paese con industria automobilistica ridotta a così poche auto all’anno? Tu sei anche presidente di Stellantis con poteri. Come mai è necessario che debba andare a Parigi, a incontrare il ceo Carlos Tavares, il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso per cercare di far crescere la produzione in Italia?».

La risposta di John Elkann

John Elkann è una persona a sangue freddo. Non si scompone mai e con tutta calma mi ha risposto: «Sono i Paesi che devono creare le condizioni per lo sviluppo di un’industria. L’Italia finora non li ha creati».

Non sono andato oltre perché era una festa, ma non è esattamente vero che tutto dipende dalla politica del paese se un’industria si sviluppa o meno. Dipende molto dall’imprenditore. Anche perché rispetto a quando venivano prodotti 3 milioni di auto all’anno, la politica dell’Italia non è cambiata molto. In pratica è successo che, morto Marchionne, nella famiglia Agnelli-Elkann, oltre alla razionalità comprensibile di partecipare a formare un gruppo più grande europeo, ha fatto probabilmente premio lo spirito francese di John Elkann, che a Parigi è di casa e a Parigi forse pesa più che in Italia, grazie al nonno buon imprenditore ed ex presidente del Concistoro centrale israelita di Francia.

È da tutta questa vicenda che è esplosa la polemica per le dichiarazioni del capo del governo, Giorgia Meloni: «Vogliamo tornare a produrre un milione di veicoli l’anno con chi vuole investire davvero sulla storica eccellenza italiana. Se si vuole vendere auto sul mercato internazionale pubblicizzandola come gioiello italiano, allora quell’auto deve essere prodotta in Italia, questa è la questione che dobbiamo porre», ha detto secca la Meloni nel Question time alla Camera.

Persi quasi 40 mila posti di lavoro

C’era il precedente del ministro Urso che era andato, muovendosi lui, a Parigi per far sapere che l’Italia non poteva essere ridotta a produrre 600 mila vetture come è avvenuto nel 2023. E naturalmente la replica alla presidente del consiglio Meloni è venuta non da Elkann, ma dal portavoce del ceo Tavares: «Stellantis è fortemente impegnata in Italia e lo ha fatto negli ultimi anni. L’azienda ha investito diversi miliardi di euro per le attività italiane per nuovi prodotti e siti produttivi. Oltre il 63% dei veicoli prodotti negli stabilimenti italiani di Stellantis sono stati esportati all’estero, contribuendo così alla bilancia commerciale italiana». Come dire che soltanto il 37% delle auto prodotte in Italia è stato venduto in Italia e in numeri assoluti sono state soltanto 222 mila auto.

Ma la polemica non si è fermata qui, perché è entrato in campo direttamente Tavares: «Abbiamo più di 40 mila dipendenti in Italia che lavorano molto duramente per adattare l’azienda alla nuova realtà (elettrica) decisa dai politici e che sono pieni di talento. In totale, cioè per tutte le vetture, i dipendenti sono oggi 86 mila. Non credo che questi dipendenti abbiano apprezzato i commenti del governo».

Nel 2018 erano 124.224. Quindi in cinque anni sono stati persi quasi 40 mila posti di lavoro. Ma secondo Tavares «il dialogo con il governo andrà avanti, non c’è nessuna demagogia».

Il potere dei media

In realtà c’è di peggio della demagogia. Il confronto con la presidente Meloni (non lo definisco battibecco, per rispetto dell’istituzione) è scivolato sul piano del potere mediatico.

Dopo le critiche del governo alle appena 600 mila auto annuali, Repubblica ha attaccato la presidente del consiglio perché svenderebbe l’Italia attraverso la cessione di quote delle società controllate dallo stato, con un obbiettivo di ottenere almeno 20 miliardi: quote azionarie dell’Eni, il 13% delle Poste, Mps, Ferrovie ecc.

Elkann ha conquistato Repubblica da circa quattro anni, dopo essere stato socio di minoranza, quando è esplosa la lite fra Carlo De Benedetti e i figli. E con Repubblica è diventato l’editore del secondo quotidiano italiano e con la sede principale a Roma, dove c’è il potere politico. Se non bastasse, oltre l’articolo di attacco alle scelte del governo, anche l’editoriale, con il tentativo di essere ironico, era tutto anti-Meloni, sostenendo che «alla fine anche la Resistibile Armata di Capitan Salvini ha alzato bandiera banca e ha ceduto miseramente, sotto il fuoco amico, della fanteria meloniana. Come era facilmente prevedibile, la Sorella d’Italia si è presa anche la Sardegna per il fedelissimo Truzzi…». Insomma, guerra aperta, anche a rischio di difendere indirettamente la Lega.

Meloni al contrattacco

E lunedì 22, intervenendo alla trasmissione su Rete 4, la presidente Meloni non ha perso l’occasione per il contrattacco, tanto che Repubblica di martedì 23 in prima e a pag. 6 ha riportato il «Monologo di Meloni in Tv “Basta Amichettismo” e attacca Repubblica» con il sommario dell’articolo ancora più chiaro: «La premier si scaglia contro il nostro giornale: Non accetto lezioni di italianità». E il titolo dell’editoriale del direttore Maurizio Molinari è ancor più emblematico: «Chi ha paura di un giornale libero». E poi nel testo: «…delegittima la nostra voce a causa della nostra proprietà. Non accettiamo lezioni di italianità che vengono da questi pulpiti, ha detto la premier». E Molinari: «Metodo e merito di queste affermazioni pubbliche descrivono una carenza di rispetto e comprensione per la libertà di informazione…». Nel seguito a pagina 25, Molinari riapre con il titolo «Un giornale libero» e frasi come «Indicare in un quotidiano, nei suoi redattori e lettori un nemico pubblico significa ripetere comportamenti da leader di autocrazia».

Frasi pesanti, che potrebbero essere anche nobili se tutto non fosse avvenuto nell’intreccio fra critiche del governo all’editore Elkann per il crollo di produzioni di auto in Italia e il rimando del giornale che critica la premier perché vende quote di minoranza di società dello stato.

Stampa e Agnelli

Ma poi c’è una domanda fondamentale da porre dopo aver ricordato alcuni fatti. Da sempre la famiglia Agnelli, ora Agnelli-Elkann, ha posseduto giornali. Cominciò il senatore Agnelli, nonno dell’Avvocato Gianni, prendendo il controllo de La Stampa di Torino, che era stata chiusa dal partito fascista, sintonizzando il giornale su quella linea dittatoriale. Facendo un salto ai tempi più recenti Giovanni Agnelli, quando Enrico Cuccia stava salvando la Fiat con l’ingresso nel capitale della Libia di Muhammar Gheddafi, volle giocare proprio sulla proprietà de La Stampa che era direttamente della Fiat. Mancava un giorno alla firma e il direttore Arrigo Levi, espressione del mondo ebraico, scrisse un editoriale contro Gheddafi, facendolo avere ad Agnelli prima della pubblicazione. L’Avvocato convocò Giovanni Giovannini, amministratore delegato de La Stampa, oltre a Luca Montezemolo, direttore delle relazioni esterne e il capo ufficio stampa Marco Benedetto ed esordì così: se fossimo solo editori, pubblicheremo senz’altro l’articolo, ma essendo anche imprenditori non dovremmo pubblicarlo. Invece lo pubblichiamo.

Gheddafi non era ancora azionista e ad Agnelli piaceva far capire a Gheddafi che La Stampa era un’arma, ma che lui aveva anche lo spirito dell’editore puro. Nel 1978 invece fu costretto a fare l’editore con interessi superiori di quelli editoriali: Fruttero & Lucentini avevano scritto uno dei loro articoli satirici su Gheddafi, che Levi pubblicò senza darne informazione preventiva. Gheddafi andò su tutte le furie e il 6 novembre 1978 il direttore Levi fu allontanato. Agnelli non era talmente editore puro che antepose l’interesse della Fiat a quello del giornale.

Agnelli è stato poi per due volte nell’Editoriale Corriere della Sera, la seconda con diritto di comando, fino a quando la gestione di Carlo Callieri, ex capo del personale di Fiat e organizzatore della marcia dei 40 mila torinesi contro il sindacato, ha portato il primo quotidiano italiano su un binario morto, dando la possibilità a Urbano Cairo, con l’aiuto di Intesa Sanpaolo, di diventarne editore. Editore puro, cioè senza interessi in grado di condizionare i contenuti e il lavoro dei giornalisti.

L’editore (non) puro

La domanda, quindi, è: il giovane Elkann che ha il 100% di Repubblica più La Stampa storica vestigia di famiglia e Il Secolo XIX di Genova è un editore puro? Domanda pleonastica: non lo è e quindi se da una parte l’editoriale del direttore Molinari era inevitabile che venisse scritto, dall’altra purtroppo, caro collega Molinari, hai gettato il cuore oltre l’ostacolo senza riuscire a ottenerne lo scopo. Le tue sono parole belle, ma per avere un giornale veramente indipendente non può essere posseduto da chi ha altri interessi e attività economiche, come abbiamo concluso nel dibattito di venerdì 3 alla Fondazione Paolo Murialdi di Roma, io, che ho scritto il libro per Solferino Le Mani sull’informazione - i retroscena dell’editoria italiana, e Giovanni Valentini, che ha scritto il libro Il romanzo del giornalismo italiano - Cinquant’anni di informazione e disinformazione.

Mentre io ero direttore del settimanale economico il Mondo, Giovanni è stato direttore dell’Europeo, dell’Espresso e poi vicedirettore di Repubblica, mentre io ho fondato, con l’Università Bocconi, Class editori e quindi questo giornale.

Sappiamo quindi, e ciò è valido in tutto il mondo, che la proprietà di media di informazione da parte di soggetti che hanno interessi economici in altri campi, specialmente se sono imprenditori importanti, si traduce in editori impuri o impurissimi, che si aspettano, come Elkann, che i loro media appoggino le loro posizioni. Ci possono poi essere giornalisti e direttori più o meno permeabili e il collega Maurizio Molinari è fra i più professionali, ma ha la sfortuna di avere un editore impuro vero.

Giovanni Valentini, nel dibattito che abbiamo avuto, ha offerto al pubblico che ci ha ascoltato più di un esempio di quale era l’indipendenza vera di Repubblica con Carlo Caracciolo editore ed Eugenio Scalfari direttore. Indipendente, abbiamo spiegato, non vuol dire non avere una linea politica in politica e in economia; ma ciò che è certo è che tutto deve essere scritto o mandato in onda nell’interesse esclusivo del lettore o dello spettatore, non di chi è proprietario del media.

Che dire di Caltagirone?

Il fatto è, come abbiamo ricordato nel dibattito, che la catena di quotidiani locali messi insieme da Caracciolo e Scalfari, che facevano parte del gruppo Repubblica, è stata posta in vendita da Exor attraverso Gedi, cioè da Elkann, perché poco utili alla difesa degli interessi della ex-Fiat e per di più con bilanci in difficoltà. E infatti chi li ha ricomprati? Un gruppo di imprenditori del Nordest guidati da Enrico Marchi, che oltre a essere a capo di una banca vivace è anche presidente dell’aeroporto di Venezia. C’è poi il caso clamoroso di Francesco Gaetano Caltagirone, immobiliarista, cementiere e editore non solo de Il Messaggero, primo quotidiano di Roma, ma anche del Mattino di Napoli, di un giornale in Puglia, uno nelle Marche e del Gazzettino di Venezia.

L’ultimo esempio di come gli editori impuri usano i giornali è la vicenda del ddl capitali, dove Caltagirone con la sua forza mediatica che si ribalta sui politici ha fatto entrare una regola per avere più potere nel caso di presentazione di liste di amministratori da parte dei Cda. La vicenda e i tentativi di Caltagirone hanno riguardato soprattutto il controllo di Mediobanca e tra poco quello delle Generali, con un contrappasso incredibile: a far prendere a Caltagirone il controllo del Messaggero è stato il padre di Mediobanca, Enrico Cuccia, che aveva iniziato a lavorare proprio al giornale romano prima di diventare banchiere. E dopo la crisi di Montedison e di Raul Gardini, Cuccia decise che il Messaggero, allora controllato dalla società chimica, finisse al più ricco e duro imprenditore romano, appunto Caltagirone. Ora gli eredi di Cuccia in Mediobanca subiscono i morsi di Caltagirone, perché nel perfido gioco politico romano il Messaggero pesa molto e molti politici finiscono per seguire la linea richiesta dall’editore impuro. Elkann ha un approccio più morbido di Caltagirone, più internazionale, ma con le stesse finalità. E abbiamo detto con Valentini che dal punto di vista dell’indipendenza dei media, l’Italia è fra i Paesi messi peggio. Lo scontro Meloni-Repubblica ne è l’esempio più lampante, segnando con ciò la debolezza della democrazia italiana. (riproduzione riservata)



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