I Paesi di frontiera comprendono quelle economie come Argentina, Vietnam, Marocco, Kazakistan, ben allineati per ottenere uno status di emergenti ma a cui manca ancora l’ultimo miglio per raggiungerlo. Sono ancora poco esplorati dai grandi indici di mercato, e questo conferisce loro una caratteristica interessante: la decorrelazione rispetto ai mercati più grandi. Oltre a ciò, come riassume il senior macro and allocation strategist di Global Evolution (parte di Generali Investments), Witold Bahrke, «i mercati di frontiera sono generalmente ben protetti dai rischi geopolitici: ci risulta difficile immaginare che l'intero universo di frontiera venga colpito dai conflitti in Europa e in Medio Oriente». Anche se hanno altri problemi.
Per investire in queste economie quasi-emergenti ci sono vari fondi ed Etf, censiti da Fida. La loro performance media da inizio anno è pari al 2,5%, che decolla al 21% a un anno e arriva a un passo dal 28%, seppur con una grande differenza tra comparto e comparto (si va da +56% a -6,7%) su una prospettiva triennale. Il tutto, va precisato, con costi piuttosto elevati: la commissione media di questi fondi è dell’1,5%, ma ci sono anche strumenti che arrivano all’1,9%. C’è anche un altro aspetto a cui fare attenzione quando ci si avventura in questi fondi, spiega l'analista finanziaria di Fida Monica Zerbinati: «I comparti presentano una sovrapposizione di titoli che si attesta sul 70%» dovuta a esposizioni molto simili dal punto di vista valutario, geografico e settoriale». Fattore che «da un lato può tradursi in performance coordinate in contesti favorevoli, ma dall’altro espone gli investitori a un rischio elevato, in quanto eventuali shock macroeconomici o regionali potrebbero impattare simultaneamente tutti i portafogli».
Con il fondo Frontier Markets Equity T. Rowe Price mette a segno nel 2025 una performance del 2,5%, che sale sopra il 20% a un anno con commissioni dell’1,2%. I mercati azionari di frontiera, spiega il portfolio manager Johannes Loefstrand, «sono tra i più inefficienti e sono pieni di aziende dinamiche che generalmente vengono scambiate a multipli di valutazione bassi», il che li rende «un terreno fertile per gli investitori attivi». A livello geografico, il money manager è interessato soprattutto a Vietnam e Kazakistan. Il primo ha un «robusto settore manifatturiero e tendenze demografiche favorevoli, che lo posizionano come uno dei principali beneficiari dei cambiamenti nelle catene di forniture globali». Mentre il gigante dell’Asia centrale, secondo il gestore, «sta beneficiando di un forte slancio in termini di riforme strutturali, che stanno guidando la formazione di una classe media fiorente», oltre a ospitare «aziende come Kaspi, un ecosistema fintech ed e-commerce quotato in borsa da 20 miliardi di dollari».
Dal canto suo Schroders, con il fondo Sisf Frontier Mkts Equity, da inizio anno realizza un rendimento dell’1,7%, che a tre anni sale sopra il 43%, seppur con commissioni dell’1,88%. La demografia è il punto di forza di questi mercati secondo l’head of Mena and frontier investments, Rami Sidani: «Molti mercati di frontiera hanno popolazioni giovani e in crescita che possono guidare l'espansione economica, e questo dividendo demografico fornisce una solida base per una crescita sostenibile a lungo termine soprattutto in settori come beni di consumo, immobiliare e servizi finanziari».
Posto che anche per il money manager di Schroders Paesi come Vietnam e Kazakistan sono i due osservati speciali, a livello settoriale Sidani guarda con attenzione «alle banche: l’aumento del reddito e una maggiore inclusione finanziaria favoriscono la crescita dei prestiti, incrementando la redditività del settore». Un'altra area «è quella delle vendite al dettaglio: i grandi investimenti diretti esteri portano a una forte creazione di posti di lavoro, che a sua volta sostiene i consumi interni».
E i bond? Secondo Kevin Daly, investment director emerging market debt di Abrdn, i rischi di insolvenza delle obbligazioni di frontiera stanno scendendo e i fondamentali migliorano, mentre lato rendimenti «quelli delle obbligazioni di frontiera sono scesi, con 11 Paesi che ora offrono rendimenti a due cifre rispetto ai 25 di un anno fa». Tuttavia, precisa il money manager, «riteniamo che il rendimento dell'8,56% dell'indice JP Morgan Nexgem (principale indice di riferimento, ndr) rimanga interessante rispetto ai rischi, alla storia di lungo periodo e ad altri asset obbligazionari emergenti e globali». (riproduzione riservata)