È il decennio dei grandi divari. Secondo l’ultimo rapporto stilato da Oxfam (Disuguaglianza: il potere al servizio di pochi) e pubblicato in occasione del meeting annuale del World Economic Forum che si svolge a Davos dal 15 al 19 gennaio 2024, oggi i miliardari globali sono più ricchi di 3.300 miliardi di dollari rispetto al 2020 e il valore dei loro patrimoni è cresciuto tre volte più velocemente del tasso di inflazione.
Dal 2020 i cinque uomini più ricchi al mondo (Elon Musk, Bernard Arnault, Jeff Bezos, Larry Ellison e Warren Buffett) hanno più che raddoppiato, in termini reali, i propri patrimoni - da 405 a 869 miliardi di dollari - a un ritmo che secondo le stime ammonterebbe a 14 milioni di dollari all’ora.
Dal fronte opposto la ricchezza complessiva di quasi 5 miliardi di persone più povere non ha mostrato alcuna crescita. «Ai ritmi attuali», si rileva nel rapporto, «nel giro di un decennio potremmo avere il primo trilionario della storia dell’umanità, ma ci vorranno oltre due secoli (230 anni) per porre fine alla povertà».
«Lo studio», spiega, inoltre, Amitabh Behar, direttore esecutivo ad interim di Oxfam International, «mostra come sette delle dieci società più grandi al mondo abbiano un miliardario come amministratore delegato o azionista di riferimento. Queste hanno un valore di 10.200 miliardi di dollari, superiore al pil combinato di tutti i Paesi dell’Africa e dell’America Latina.
Stando agli esperti, il 2023 è così destinato a essere ricordato come l’anno più redditizio di sempre per le grandi società. Complessivamente, 148 tra le più grandi aziende al mondo hanno realizzato profitti per circa 1.800 miliardi di dollari tra giugno 2022 e giugno 2023 con un aumento del 52,5% degli utili rispetto alla media del quadriennio 2018-21. Per ogni 100 dollari di profitti generati da 96 tra i maggiori colossi globali, 82 dollari sono fluiti ai ricchi azionisti sotto forma di dividendi o riacquisti delle azioni proprie.
Queste stesse multinazionali si distinguono però per salari bassi e scarsi oneri fiscali. L’analisi di Oxfam sui dati della World Benchmarking Alliance relativi a 1.600 tra le più grandi aziende del mondo rivela anche come solo lo 0,4% di esse si sia pubblicamente impegnato a corrispondere ai propri lavoratori un salario dignitoso e a supportarne l’introduzione lungo le proprie catene di valore.
Per quasi 800 milioni di lavoratori occupati in 52 Paesi i salari non hanno tenuto il passo dell’inflazione. Il relativo monte salari ha visto un calo in termini reali di 1.500 miliardi di dollari nel biennio 2021-2022, una perdita equivalente a quasi uno stipendio mensile (25 giorni) per ciascun lavoratore.
Infine, lo studio sottolinea che la decennale riduzione delle imposte sui redditi delle società, la pianificazione fiscale aggressiva delle grandi corporation e il ricorso ai paradisi fiscali si sono tradotti in questi anni in aliquote effettive del prelievo sulle multinazionali basse.
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