Con la Legge di Bilancio 2025 il legislatore ha rafforzato il dialogo tra previdenza pubblica e complementare, consentendo di calcolare la rendita proveniente dai fondi pensione ai fini del raggiungimento della soglia per l’accesso alla pensione anticipata contributiva. Un vero e proprio ponte tra la previdenza pubblica e quella complementare, che non avrà più soltanto una funzione integrativa sul piano economico, ma potrà anche incidere sul momento del pensionamento.
Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 può conteggiare, oltre ai contributi versati all'Inps, anche quelli accumulati presso il fondo pensione ai fini del raggiungimento della soglia per l'accesso alla pensione anticipata contributiva (pari a 64 anni di età al posto dei 67 previsti dal requisito di vecchiaia). A partire dal 2030, poi, per accedere alla pensione anticipata contributiva, sarà necessario un assegno pensionistico pari a 3,2 volte l'assegno sociale - un requisito più stringente, quindi, che richiede il versamento di contributi ancora più elevati durante la propria vita lavorativa.
Moneyfarm, società di consulenza finanziaria con approccio digitale, ha provato a stimare quanto servirebbe accantonare in un fondo pensione per poter raggiungere il traguardo della pensione anticipata.
Chi ha un reddito netto di 1.650 euro al mese, può andare in pensione tra i 65 anni e 3 mesi dei cinquantenni e i 67 anni e 2 mesi dei trentenni, grazie al requisito di pensione anticipata contributiva. Per chi, invece, ha un reddito netto di 1.400 euro al mese, i contributi versati potrebbero non essere sufficienti per accedere alla pensione anticipata contributiva e il ritiro dal lavoro si sposterebbe in avanti, tra i 68 anni e 7 mesi dei cinquantenni e i 70 anni e 6 mesi dei trentenni, con il normale requisito di vecchiaia, considerando anche gli adeguamenti per la crescita dell'attesa di vita ogni due anni.
La situazione non è migliore per i lavoratori autonomi che, a parità di imponibile, versano meno contributi: qui il requisito di pensione anticipata contributiva potrebbe essere riservato solo a chi ha un reddito netto dai 1.950 euro in su, mentre sotto i 1.550 euro si correrebbe il rischio di posticipare l'età pensionabile di ben tre anni.
Tuttavia, bisogna considerare che i lavoratori dipendenti, in particolare, hanno a disposizione uno strumento in più per alimentare il proprio fondo pensione: il Tfr. Conferire il Tfr a un fondo pensione con una linea di investimento azionaria potrebbe già da solo consentire il superamento delle soglie previste per l'anticipo della pensione. Per i profili per i quali il Tfr non basta, sarebbe necessario aggiungere contributi volontari di tasca propria, che andrebbero dai 58 euro mensili di un quarantenne che investisse ad alto rischio, fino ai 568 euro mensili di un cinquantenne che propendesse per una linea a basso rischio.
Per i lavoratori autonomi, il versamento mensile necessario per poter ambire alla pensione anticipata è maggiore. Ciononostante, l'età a cui si inizia ad accantonare nel fondo pensione è un fattore dirimente: per un trentenne autonomo potrebbero essere sufficienti 69 euro al mese investiti in una linea azionaria, contro i 94 euro di un trentacinquenne e i 157 di un quarantenne, fino ad arrivare ai 480 di un cinquantenne.
La situazione si farebbe ancora più complicata per le lavoratrici, a causa delle interruzioni di carriera legate alla maternità e alla cura dei figli e al divario salariale. Per questo, alle lavoratrici con uno (2,8 volte) e due o più figli (2,6 volte) è richiesto un importo minimo di pensione inferiore rispetto alle 3,2 volte l'assegno sociale previste dal 2030 per gli altri beneficiari. Grazie a questa agevolazione, con il versamento del Tfr maturato e maturando tutte le lavoratrici dipendenti con almeno due figli considerate dalla simulazione di Moneyfarm riuscirebbero a raggiungere l'obiettivo di andare prima in pensione, come del resto accadrebbe anche alle dipendenti tra i 30 e i 45 anni che investissero il solo Tfr maturando in una linea ad alto rischio.