
Che democrazia può essere quella italiana, o qualsiasi altra, con il governo permanentemente in contrasto con la magistratura?
Non serve entrare nel merito su quanto scritto dal giornale che fu di Indro Montanelli, poi di Silvio Berlusconi e ora del proprietario di una serie di cliniche private, nonché deputato di destra, cioè dello schieramento che oggi governa l’Italia, e proprietario di altri due giornali su posizioni nettamente di destra.
Occorre prescindere dal contingente per andare al fondo del problema, appunto per tentare di rispondere alla domanda iniziale. Infatti, intendo percorrere l’analisi con due vicende del passato di cui ho conoscenza diretta e che mi pare facciano capire bene qual è il problema e cioè chi e come governa il paese e chi e come governa la magistratura. O meglio di quale qualità sono i governanti e i magistrati, e quanto efficienti e corretti siano.
La prima vicenda è quella di Michele Sindona, che, a beneficio dei più giovani, ricordo essere stato il più famoso bancarottiere italiano con ruolo non secondario negli stessi Stati Uniti.
Sindona, siciliano di Patti, era un avvocato diventato di grido a Milano per la capacità che aveva di risolvere le vertenze fiscali di non pochi ricchi milanesi. A un certo punto (siamo fine anni 60, inizio anni 70) Sindona decise di passare dalla difesa all’attacco, nel senso di fare il salto da avvocato a banchiere e affarista. Prima in Italia e poi anche negli Stati Uniti conquistando lì il controllo della Franklin National Bank che, pur essendo una delle prime 15 banche americane, era in profonda crisi. Per le vicende della Franklin, Sindona si era premunito di avere l’assistenza dello studio legale che portava il nome del presidente degli Usa, Richard Nixon. In Italia, Sindona aveva già preso il controllo della Banca privata Finanziaria, che controllava in Svizzera la Finabank, e appena dopo rilevò anche la Banca Unione.
Se in Usa Sindona aveva il filo diretto con il presidente Richard Nixon, in Italia aveva altrettanto, con la mente più fine e, se mi è permesso, anche più pericolosa della Dc, l’on. Giulio Andreotti.
Ben presto, per il suo modo non solo disinvolto di operare, Sindona si trovò nei guai soprattutto anche negli Stati Uniti, visto che la Franklin National bank era già in condizioni precarie e lui la usò nella maniera ancora più spregiudicata. In Italia fece la fusione delle due banche creando la Banca Privata Italiana, con la quale, avendo già l’appoggio di Andreotti, andò a cercare anche quello di Amintore Fanfani, allora segretario della Dc impegnato contro il divorzio. E per avere il suo appoggio ai fini di ottenere un prestito importante dall’allora Banco di Roma, una delle tre Bin dove comandava Ferdinando Ventriglia ma dove era con potere crescente l’andreottiano Mario Barone, Sindona inviò un suo uomo di allora, Silvano Pontello, a consegnare alla segreteria Dc 2 miliardi di lire in contanti perché Fanfani avesse carburante per la campagna anti divorzio e nello stesso tempo facesse eleggere il terzo amministratore delegato del Banco, appunto Barone, accanto a Ferdinando Ventriglia, a cui fu dato anche il titolo di vicepresidente, e a Giovanni Guidi. Risultato: il Banco di Roma erogò un finanziamento di 100 milioni di dollari al sistema Sindona.
Come si capisce già da questa sommaria descrizione e senza andare oltre il racconto su Sindona e Banco di Roma, erano stati compiuti da più persone, in prima fila il bancarottiere, reati su reati. Il governo in mano alla Dc era invischiato nello scandalo fino al collo. E la magistratura? Giudice istruttore sulla scandalosa vicenda era un uomo raro, il dottor Ovidio Urbisci, persona che si è dimostrata integerrima sino alla fine, ma che non aveva, e non gli venivano dati, gli strumenti per combattere i reati che il sistema Sindona-Andreotti e la Dc in generale avevano creato. Allora lavoravo a Panorama e il direttore Lamberto Sechi mi aveva incaricato di seguire il caso. Ebbi quindi modo di incontrare più volte il dottor Urbisci, senza mai avere un’indiscrezione, se non quella che mi apparve evidente quando il giudice istruttore tentava di mettersi in contatto telefonico con il procuratore americano John Kenney, che indagava sulle vicende Sindona in Usa. Squillò il telefono: era il centralino del Tribunale di Milano che confermava di non poter abilitare una linea internazionale a Urbisci perché potesse dialogare con il collega americano. Urbisci, avendo capito che io avevo compreso, fu esplicito: «Ecco, Panerai, ha visto in quali condizioni siamo costretti a lavorare». E così, non dando allora alla magistratura anche gli strumenti minimi per lavorare, si arrivò a una serie di sciagure, ultima, la più terribile, quella dell’uccisione dell’Avv. Giorgio Ambrosoli, quando fu nominato commissario straordinario delle banche di Sindona. All’eroico Avvocato di idee liberali, dal figlio e da altre persone della società civile consapevoli della condizione in cui è stata e in cui è per larghissima parte la magistratura in Italia, è stato intitolato il premio annuale «all’integrità, responsabilità e professionalità». La memoria di Ambrosoli avrebbe dovuta essere resa indelebile dal governo e quindi dallo stato perché, come si sa, fu brutalmente ucciso poiché aveva scoperto la lista dei 500, cioè dei 500 italiani che avevano esportato illegalmente capitali in Svizzera nella Finabank di Sindona, e perché avendo più strumenti di Urbisci, stava mettendo a nudo il peggio del paese, incastrando irrimediabilmente Sindona.
Essendo io il giornalista che più si era occupato del Crack Sindona anche con l’omonimo libro scritto con Maurizio De Luca e primo libro di Panorama, il rapporto che si era creato con Ambrosoli era di grande fiducia e stima. Fu così che mi fece vedere come nella lista dei 500 c’era anche l’ex-presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Il figlio di Leone, Mauro, era grande amico di Angelo Rizzoli, presidente della casa editrice de il Mondo di cui ero diventato direttore. Per non metterlo in imbarazzo, passammo una copertina a colori come sempre il martedì, ma all’ultimo momento prima di andare in macchina, quando nessuno poteva suonare l’allarme, passammo una copertina in bianco e nero con la foto di Leone e il titolo «Lista dei 500 - C’è anche lui». Sapevo che avrei creato grandi problemi a Rizzoli, già in forti difficoltà economiche, ma quando la mattina gli portai io la prima copia, da editore vero, anche se in disgrazia, non mi mosse rimprovero.
Ma il senso di questo racconto anche personale deve tornare al rapporto fra potere politico e la magistratura. Perché ogni cittadino tenga conto che, come in tutte le categorie, ci sono mele buone e mele marce sia nella magistratura che nella politica e nel governo. Una mela straordinariamente buona, esemplare fu il giudice Urbisci, che prima di tutto era rispettoso lui della legge e della morale. Infatti, solo dopo che era andato in pensione, incontrandoci, mi rivelò quello che non mi avrebbe mai chiesto, e non mi aveva chiesto, quando era in servizio: «A mio figlio piacerebbe fare il giornalista…». Non si può pretendere che nella magistratura ci siano solo uomini come Urbisci, veri servitori dello stato, ma si deve pretendere che in primo luogo i magistrati siano solo e soltanto al servizio dello Stato e quindi dei cittadini.
Il secondo episodio (di senso contrario) che voglio ricordare è per mostrare che la magistratura, essendo fatta da uomini e donne, è impossibile che abbia solo uomini come Urbisci o Ambrosoli, che in quanto commissario giudiziario era anche lui in quella circostanza di fatto un magistrato. Occorrono quindi strumenti correttivi come appunto dovrebbe, o è, il Consiglio superiore della magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica, che, per fortuna, è ora un uomo delle qualità di Sergio Mattarella.
Quando ancora lavoravo a Panorama, quindi prima del 1976, e anzi poco tempo dopo la mia assunzione al settimanale che ha cambiato il giornalismo italiano, fui incaricato dal direttore Sechi, per la precedente mia esperienza come cronista, di seguire il «Traliccio di Segrate», insieme a Carlo Rossella e Romano Cantore. Come i meno giovani ricorderanno sotto quel traliccio l’editore e rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli perse la vita perché fu colpito dall’esplosione che nei suoi intenti doveva far cadere il traliccio dell’alta tensione e quindi lasciare Milano al buio.
In questa vicenda (che ho raccontato già ma che ora è utile per capire i rapporti fra potere politico, servizi segreti e magistratura), come vedremo, emergono almeno tre elementi che fanno capire perché in questi giorni sia ricominciata la partita, non a scacchi, fra il potere politico e il potere giudiziario.
Non dettaglio, per brevità, il contesto della protesta di allora degli estremisti di sinistra, la cosiddetta contestazione violenta del potere politico e giudiziario da parte delle Brigate rosse e simili, nella cui area l’editore-brigatista Feltrinelli militava, sia pure con una sua totale autonomia.
Sta di fatto che, una volta scoperto il cadavere di Feltrinelli ai piedi del traliccio dell’alta tensione da un cagnolino che abbaiando richiamò l’attenzione del padrone, le indagini giudiziarie furono assunte come di prassi dal sostituto procuratore di turno. Si trattava di un giovane alle prime armi, Antonio Bevere, con inclinazioni verso la sinistra. Le indagini sul campo furono assunte, invece, dal colonnello dei carabinieri Petrini, capo del reparto di stanza nella caserma di via della Moscova. Il colonnello era stato nei servizi segreti e quando constatò che la segretaria di redazione di Panorama a Roma era Anna Maria Henke, figlia del generale capo dei servizi segreti di allora, ebbe una spontanea benevolenza nei nostri confronti e mi fece avere la fotografia di Feltrinelli cadavere sotto il traliccio, che poi pubblicammo in copertina di Panorama. Ma questa è una normale vicenda da cronista di nera. Il fatto importante è un altro. Dopo pochi giorni, il procuratore capo di Milano, Enrico De Peppo, decise di fatto anche se non formalmente, di estromettere dalle indagini il sostituto procuratore Bevere, non solo e non tanto perché fosse giovane, ma perché in Procura sapevano che era orientato a sinistra. Accorgendosi Bevere che su Panorama pubblicavamo molte più notizie di quante lui non riuscisse ad avere, mi contattò per un incontro sulla sua Mini Minor davanti al Castello Sforzesco e mi propose uno scambio di informazioni.
A prendere il suo posto era stato il sostituto procuratore Guido Viola, che da quel momento si dedicò alle indagini sulle Brigate rosse, fino a farsi fotografare pistola in mano. Ma dopo le Brigate rosse assunse il ruolo di pm nel processo Sindona di cui era giudice istruttore appunto Urbisci, persona integerrima, come abbiamo visto. Dopo queste e altre operazioni, sorprendentemente Viola decise di dimettersi dalla magistratura per fare l’avvocato.
Che cosa insegna questa vicenda a proposito del tema di partenza e cioè dell’attuale scontro fra la magistratura e il governo, questa volta di destra-centro?
1) Che i magistrati, in quanto cittadini, hanno le loro idee politiche, e ci mancherebbe;
2) Che anche Urbisci aveva una sua idea politica, ma non ebbe mai motivo di manifestarla in connessione al suo ruolo esercitando con diligenza, competenza ed equilibrio il suo dovere di magistrato;
3) Essendo inevitabile che un cittadino abbia una propria idea politica anche se è magistrato, l’importante è che non si faccia influenzare nelle sue altissime funzioni dalla propria idea politica.
Il fatto stesso che esista l’Associazione nazionali magistrati (Anm), con una tendenza a essere non solo un organo sindacale, crea inevitabilmente, a seconda di quale è il credo politico di chi la gestisce, una possibilità di conflitto con il potere politico di governo.
La responsabilità dei ripetuti conflitti che si generano fra l’Anm (o anche parte di essa) e il potere politico o di governo è insita nella capacità o meno dei magistrati e quindi dell’Associazione di saper prescindere dalla loro fede politica.
Ma dall’altra parte, cioè dalla parte del governo e del potere politico, occorrerebbe che ogni volta che un magistrato prende una iniziativa giudiziaria contro esponenti del governo o di quel determinato partito non si gridi alla strumentalizzazione del ruolo giudiziario per fini politici.
Bello, vero, se fosse così.
La sospetta azione nei confronti della sorella della presidente del consiglio, Giorgia Meloni, denunciata con grande impiego di spazio da Il Giornale ha provocato subito una presa di posizione da parte del presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia. E da chi si è fatto intervistare? Non da Il Giornale che aveva lanciato l’accusa, ma da Repubblica, cioè il giornale più importante su posizioni di sinistra.
È ovvio che la giustizia, per gli effetti che la sua azione genera, di fatto non può essere mai neutra, ma è veramente desolante osservare due istituzioni dello stato, l’esecutivo e la magistratura (o parte di essa) essere, con regolarità, in conflitto. Perché ciò non accadesse ci vorrebbero tanti magistrati come Ovidio Urbisci.
Oppure, essendoci il Csm (cioè il Consiglio superiore della magistratura), presieduto dal Presidente della Repubblica, dovrebbe essere anche l’organo che impedisce la lotta politica attraverso i giudici. Ora, con un Presidente reale garante della Costituzione, come Sergio Mattarella, potrebbe anche essere possibile, ma la storia insegna che con altri presidenti, il Csm è stato esso stesso strumento di lotta politica… (riproduzione riservata)