Quando lo zio Sam fa il suo lavoro per come ha abituato il mondo intero negli ultimi anni, gli investitori europei possono ritenersi soddisfatti e portarsi a casa le ricche plusvalenze dei loro portafogli. Ma quando nella stanza dei bottoni della prima economia al mondo siede un presidente che minaccia (o impone) dazi al mondo intero e promette maxi-tagli fiscali che rischiano di far lievitare un debito pubblico già cospicuo, ecco che il dubbio si fa breccia anche nei cuori dei più strenui sostenitori del credo americano: si può investire senza Stati Uniti in portafoglio?
La domanda è lecita e la risposta è chiaramente affermativa, ma con alcuni caveat: depennare gli Usa da un portafoglio globale (l’investimento più diversificato possibile) significa eliminare con un colpo di spugna quasi il 70% della capitalizzazione complessiva, oltre a ridurre in modo significativo l’esposizione ai settori trainanti dell’economia mondiale come tecnologia, e-commerce, intelligenza artificiale.
E allora perché si dovrebbe fare una mossa di questo tipo? Primo, come già accennato, per tutti i rischi legati alle mosse di politica interna di Trump, con possibili ripercussioni sui bilanci delle aziende domestiche.
Secondo, e forse ancora più interessante dal punto di vista di un investitore, per un tema di valutazioni: attualmente, dati Bloomberg alla mano, l’S&P 500 tratta a un rapporto tra prezzo e utili superiore a 22,5 mentre lo Stoxx 600, l’indice dei titoli europei a maggior capitalizzazione, è decisamente più economico: tratta infatti a circa 15 volte gli utili, peraltro un punto e mezzo in meno rispetto alla sua media degli ultimi 10 anni.
«Il mercato azionario europeo sta registrando performance positive da un paio di trimestri a questa parte», conferma Marco Piersimoni, co-head Euro multi asset di Pictet Asset Management. «Una situazione generata da molteplici fattori che partono da valutazioni molto convenienti e scarso posizionamento degli investitori, fino alla percezione di una riduzione del rischio geopolitico e i dubbi sul perdurare dell’eccezionalismo americano».
Se l’Europa è sicuramente l’indiziata numero uno per ereditare lo scettro dagli Stati Uniti, per un investitore che non volesse fare una scommessa estrema su un’unica area geografica c’è anche il modo di esporsi a un indice globale che escluda soltanto il mercato a stelle e strisce. Senza scordare che, come spiegato in precedenza, gli Usa coprono circa il 70% dell’Msci World.
A livello di Etf gli investitori europei hanno già a disposizione quattro soluzioni (fonte JustEtf) per investire nel mondo intero ma senza Stati Uniti: la più grande l’ha quotata sul mercato Xtrackers. Si chiama Msci World ex Usa, è un Etf ad accumulazione con total-expense-ratio (ter) dello 0,15%, gestisce masse sopra i 2,5 miliardi di euro e ha 765 titoli in portafoglio. Il Giappone è la prima geografia del comparto, a un passo dal 20% della capitalizzazione complessiva. Seguono Regno Unito (12,6%) e Canada (9,6%). Da inizio anno l’Etf rende il 7,1%, contro il -3,4% del suo omologo globale che include invece gli Stati Uniti.
Le Magnifiche 7 fanno il bello e il cattivo tempo in un qualsiasi portafoglio diversificato: se le cose vanno bene la performance ringrazia. Ma se - come all’inizio di quest’anno - le big tech tirano il freno a mano, allora il portafoglio può risentirne in maniera significativa.
Una soluzione per smorzare l’effetto Nvidia, Microsoft & co nei propri investimenti è quella di scegliere soluzioni equiponderate: fondi d’investimento o Etf che attribuiscono a tutti i titoli lo stesso peso, a prescindere dalla capitalizzazione di mercato. Il portale specializzato JustEtf censisce una ventina di fondi passivi equiponderati: una soluzione per giocare in difesa in fasi di turbolenza che, secondo quanto rilevato da Invesco nel suo European Etf Snapshot, è stata tra le più gettonate dagli investitori europei nel primo trimestre di quest’anno.
Ma alla prova dei fatti questi Etf equiponderati fanno bene il loro lavoro oppure no? Il più grande fondo quotato passivo di questa tipologia è un comparto di Xtrackers, S&P 500 Equal Weight: è un Etf ad accumulazione (cioè reinveste i dividendi che via via incassa, invece di distribuirli) con un total-expense-ratio (spese totali) dello 0,2%, e punta sui 500 titoli a maggior capitalizzazione delle borse Usa dando a tutti lo stesso peso. Lanciato nel 2022, oggi gestisce poco meno di 9 miliardi di euro di masse. Il confronto con la sua versione generalista (sempre di Xtrackers) mostra performance simili da inizio anno: -7,5% la versione equiponderata, -7,1% quella generalista che però, va ricordato, costa sensibilmente meno: il suo ter è di appena 6 punti base, cioè lo 0,06%.
Insomma, con le azioni Usa escludere le Magnifiche 7 (anzi, sarebbe più preciso dire ridimensionarle) quest’anno non ha pagato. Che succede invece con le azioni mondiali, dove le big tech pesano il 20% della capitalizzazione totale? Il confronto può essere fatto tra l’Invesco Msci World Equal Weight e il suo corrispettivo generalista. In questo caso anche i costi sono perfettamente allineati: 0,19% nella versione standard, 0,2% in quella equiponderata.
Ebbene, in questo caso togliere l’effetto Magnifiche 7 dal portafoglio avrebbe fin qui premiato, seppur su orizzonti molto brevi: da inizio anno l’Etf in cui ogni titolo ha lo stesso valore nel portafoglio guadagna l’1,75%, quello standard perde il 3,4%. (riproduzione riservata)