Asia positiva, mercoledì 15 luglio, mentre i prezzi del petrolio continuano a salire a causa del blocco dello Stretto di Hormuz. Alle ore 7:40 italiane, il Nikkei guadagna l’1,5%, l’Hang Seng l’1,1%, Shanghai è sulla parità, mentre il Kospi sale quasi del 6%. I futures sul Nasdaq sono positivi a loro volta, intanto il Wti scambia a 80 dollari il barile e il Brent a 85.
Le azioni giapponesi hanno seguito i guadagni di Wall Street dopo che i dati sull'inflazione statunitense, risultati inferiori alle attese, hanno ridotto le aspettative di un rialzo dei tassi d'interesse della Federal Reserve nel breve termine. Gli investitori hanno inoltre guardato oltre l'escalation delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, dopo che il presidente Donald Trump ha minacciato ulteriori attacchi contro l'Iran e ha ripristinato il blocco statunitense nei confronti di Teheran nello Stretto di Hormuz.
Sul fronte interno, i dati hanno mostrato che gli ordinativi di macchinari in Giappone sono diminuiti a maggio più delle attese, riflettendo una debolezza diffusa degli investimenti delle imprese.
A guidare i rialzi sono stati i titoli tecnologici e legati all'intelligenza artificiale: Kioxia Holdings ha guadagnato il 6,7%, Advantest il 4,4%, Tokyo Electron l'1,6%, Taiyo Yuden il 5,7% e Lasertec il 6,9%.
L'economia cinese è cresciuta del 4,3% su base annua nel secondo trimestre del 2026, rallentando rispetto al 5% del primo trimestre e mancando le attese del mercato, al 4,5%. Si tratta dell'espansione più debole dal quarto trimestre del 2022, poiché la debole domanda interna, i contenuti investimenti privati e il protrarsi della crisi immobiliare hanno più che compensato il sostegno delle esportazioni dei settori legati all'intelligenza artificiale. La Cina ha inoltre comunicato che il Pil è aumentato del 4,7% nella prima metà del 2026.
A differenza delle altre principali economie, la Cina non pubblica la scomposizione trimestrale del Pil secondo il cosiddetto approccio della spesa, ossia investimenti, consumi ed esportazioni nette. Questo porta gli analisti a concentrarsi soprattutto sulle serie mensili di dati e solleva interrogativi sulla loro coerenza con il dato complessivo della crescita economica.
«La spesa fiscale è diminuita nel corso dei primi cinque mesi», ha dichiarato Dan Wang, responsabile per la Cina di Eurasia Group. «Tutti i dati sull'industria e quelli fiscali sono coerenti tra loro, ma non coincidono con il dato del Pil». «L'unico fattore che può spiegare questa discrepanza tra gli indicatori mensili e il Pil è la domanda estera», ha aggiunto. «È impossibile far quadrare i conti considerando soltanto investimenti e consumi: il fattore determinante devono essere le esportazioni nette», ha concluso Wang.
Dati separati pubblicati martedì hanno mostrato che a giugno le esportazioni sono balzate del 27% rispetto a un anno prima, rafforzando i segnali di una crescente dipendenza del Paese dal commercio estero per sostenere l'attività economica. Tuttavia, Song ha osservato che «le esportazioni nette continuano a registrare una crescita negativa su base annua», a causa del forte aumento delle importazioni.
Le autorità cinesi continuano inoltre a confrontarsi con il rischio della deflazione. Tuttavia, dopo lo scoppio della guerra in Iran, i prezzi alla produzione sono aumentati sensibilmente, con possibili implicazioni sul modo in cui il Pil viene corretto per l'inflazione. Secondo Song, un'inflazione più elevata ridurrebbe «il sostegno fornito dal deflatore del Pil». Il deflatore del Pil è un indicatore che misura come cambiano i prezzi di tutti i beni e servizi prodotti in un Paese. Un deflatore negativo tende ad aumentare il tasso di crescita reale rispetto a quello nominale. (riproduzione riservata)