Quando nel 1990, 25enne appena laureato con lode alla facoltà di Economia e Commercio di Bologna, Carlo Cimbri entrò in Unipol, in Italia iniziavano a prendere piede le polizze vita di risparmio. Prodotti che sarebbero poi diventati, ricorda il manager, un pilastro nel portafoglio degli italiani grazie soprattutto alla forte spinta che sarebbe arrivata dalla bancassurance. Le alleanze tra banche e compagnie hanno infatti portato le polizze negli sportelli facendole conoscere al grande pubblico.
Oltre 30 anni dopo il panorama assicurativo è molto cambiato. Il forte processo di consolidamento partito negli anni 2000, che ha visto i due big del mercato, ovvero Unipol da una parte e Generali dall’altra, accorpare una compagnia dopo l’altra, ha ridotto sensibilmente il numero delle imprese. L’ultima operazione è stata proprio l’opa lanciata da Unipol su UnipolSai che accorperà le due società. Ma ora, da presidente della compagnia dopo esserne stato prima direttore generale e poi amministratore delegato, Cimbri continua a essere convinto che un legame «sano» tra le assicurazioni e le banche possa essere la chiave per diffondere ancora coperture assicurative in Italia e far sviluppare l’intero sistema finanziario.
Tra l’altro oggi le compagnie possono avere un ruolo diverso, giocando da protagoniste e trasformando la bancassicurazione in una sorta di «assurbanca». Al punto da essere pronto a chiedere al Parlamento Europeo, in vista della revisione di Solvency II, uno sconto sul capitale per le compagnie che controllano istituti, come è il caso appunto di Unipol, arrivata a ridosso del 20% di Bper e della Banca Popolare di Sondrio. «Perché per le banche che partecipano in assicurazioni c’è il danish compromise che consente di ridurre l’assorbimento di capitale, mentre non vale il contrario?», si chiede.
Cimbri promuove poi l’iniziativa del governo per rendere obbligatorie le coperture contro le catastrofi naturali per le imprese perché potrà essere utile «ad avviare un cambiamento culturale, portando pure una maggiore equità sociale», dice. Per quanto riguarda le trasformazione tecnologiche che stanno inevitabilmente rivoluzionando anche il mondo delle polizze, sottolinea il fatto che «le assicurazioni hanno dalla loro parte enormi banche dati che potranno mettere a frutto». La sfida è aperta, come lo era più di 30 anni fa.
Domanda. Come è cambiato il mercato assicurativo da quando lei ha iniziato la carriera?
Risposta. È cambiato seguendo l’evoluzione della società italiana, che era e continua a essere differente rispetto ad altri Paesi europei. Fino ad allora le polizze vita erano prodotti di puro rischio, poi sono diventati strumenti per allocare il risparmio, come avveniva nel Regno Unito già da tempo. Un mercato che sarebbe fortemente cresciuto grazie anche alla bancassicurazione, che all’epoca stava muovendo i primi passi. Nel 1995 c’è stata poi la riforma Dini, che ha avviato il mercato della previdenza integrativa, il quale resta però ancora poco sviluppato rispetto a quanto avviene in altri Paesi. Come pure il settore danni, che in Italia non è riuscito a esprimere tutte le sue potenzialità, tant’è che il Paese resta indietro rispetto ad altri mercati.
D. Qualcosa sembra però muoversi, come dimostra la recente crescita della raccolta danni nel settore della salute e Unipol che ha deciso di rilevare i centri medici Santagostino…
R. Lo shock della pandemia ha reso evidente la necessità di aumentare la protezione per la propria salute e di gestire la spesa sanitaria, con la curva demografica che evidenzia l’invecchiamento della popolazione. C’è un’esigenza di mutualizzazione sempre più forte, con i contratti di lavoro che prevedono una crescente offerta di sanità integrativa. Si tratta di un settore in cui siamo già leader, in cui vogliamo rafforzarci e che ha evidenti spazi di crescita, considerando che la spesa di tasca propria degli italiani, la cosiddetta spesa out of pocket, non intermediata da fondi o polizze, è pari a 40 miliardi di euro l’anno su un totale di 120 miliardi di spesa. Sta aumentando la sensibilità degli italiani, così come sta aumentando la percezione del rischio rispetto al cambiamento climatico.
D. A muovere in questo ambito è stato anche il governo, che ha introdotto l’obbligo per le imprese di assicurarsi contro i rischi catastrofali a partire dal 2025. Riusciranno le assicurazioni a far fronte a danni che sembrano lievitare? Lo scorso anno la spesa dei sinistri per le compagnie, a causa soprattutto delle grandinate nel Nord Italia, è esplosa a 5,7 miliardi…
R. La finalità del governo è certamente positiva. Il meccanismo andrà messo a punto, con lo Stato che farà da riassicuratore di ultima istanza, e ci vorrà probabilmente qualche anno di rodaggio, vista anche la difficoltà di fare previsioni sui sinistri futuri. Ma si tratta di una manovra utile a innescare un cambiamento culturale, come è stato con l’obbligo dell’RcAuto introdotto nel 1969. Inoltre l’intervento in futuro potrà magari essere esteso anche agli altri edifici privati, portando maggiore equità sociale.
D. In che senso?
R. Oggi i danni causati dal maltempo sono pagati dallo Stato con le imposte collettive, mentre con l’assicurazione obbligatoria la spesa verrebbe spostata sui proprietari degli immobili, con un meccanismo appunto più equo. Per il settore si tratterebbe di un nuovo banco di prova che potrebbe dimostrare l’utilità della mutualizzazione del rischio e delle coperture assicurative danni, che in Italia non sono ancora abbastanza diffuse e che hanno ampi margini di sviluppo, specie nel canale bancario.
D. Tornando al tema delle banche, perché Unipol ha scelto di investire in Popolare di Sondrio e in Bper?
R. Quando ho iniziato a lavorare stavano nascendo le prime joint venture bancassicurative controllate pariteticamente con il 50% a testa, le quali prevedevano il pagamento alle banche di consistenti anticipi sulle vendite future. Un rapporto che non mi ha mai convinto. Il rischio era di uno squilibrio a favore delle banche, che avrebbero per esempio potuto rallentare la raccolta in caso di eventi imprevisti, come è stato per esempio ai tempi crack di Lehman Brothers. Quando ne ho avuto la possibilità ho preferito quindi creare un rapporto più equilibrato e Unipol è diventata azionista importante dei nostri partner distributivi. Questo assetto ci consente di intervenire sulla governance delle banche, senza però esserne gli azionisti totali, come era stato con Unipol Banca, perché si tratta di due mestieri diversi. Un rapporto sano, che rafforza entrambi i settori e che potrebbe essere più diffuso se le norme di Solvency II venissero riviste.
D. A che cosa di riferisce?
R. Per le banche esiste il danish comprimise, che consente agli istituti che detengono partecipazioni in assicurazioni di ridurre l'assorbimento del capitale regolamentare. La norma era nata come transitoria ed è poi divenuta definitiva con Basilea 4. Non si capisce perché non possa essere applicata anche in senso inverso, ossia quando è una compagnia ad investire in una banca. Le assicurazioni hanno un business anticiclico e stabilità economica e possono rivelarsi un utile sostegno al sistema bancario in fasi economiche avverse. Possono essere centrali per lo sviluppo dell’economia di un Paese proprio come una banca. Bper non avrebbe visto i suoi attivi crescere da 60 a 120 miliardi in poco tempo senza il supporto finanziario di Unipol. Una crescita sana in un rapporto sano e una riduzione di assorbimento di capitale potrebbe favorire altri casi, eliminando quella che è un’asimmetria regolamentare.
D. Bper potrebbe crescere anche con Mps dopo che il governo ha ceduto nelle scorse settimane un’altra tranche?
R. Bper ha oggi un suo programma di sviluppo e non è un interlocutore per Mps. Questa è la situazione ad oggi, ma chi può dire cosa avverrà in futuro?
D. L’altra grande sfida per il settore arriva dall’innovazione. Come sta cambiando il mestiere di assicuratore? Unipol ha messo anche una fiche su X creando un rapporto privilegiato con Elon Musk, che nei giorni scorsi con la sua società di neurotecnologie Neuralink ha annunciato novità che sembrano destinate a cambiare il mondo...
R. Guardiamo queste incredibili novità da osservatori, consapevoli che il cambiamento rispetto a 30 anni fa sta diventando sempre più veloce e sta già avendo ricadute sul modo di lavorare e sulle professionalità richieste. Le assicurazioni hanno sempre più bisogno di ingegneri, fisici e matematici, mentre i lavori a basso valore aggiunto sembrano destinati a scomparire. Dalla loro le compagnie hanno la possibilità di fare leva sull’enorme quantità di dati di cui dispongono.
D. Non temete la concorrenza di colossi come Amazon o Google, che nella gestione dei dati già dettano legge in altri settori?
R. Gli italiani, tornando alle nostre caratteristiche culturali, non sembrano molto attratti dalla vendita diretta, ma continuano a cercare il rapporto con le persone. Noi ci siamo attrezzati per cogliere tutte le occasioni e abbiamo diversificato il business in settori attigui, come è stato con la società di noleggio a lungo termine che ha raggiunto un miliardo di ricavi e consente evidenti sinergie. Le trasformazioni hanno i loro tempi e non bisogna giocare troppo d’anticipo. Lo dimostra anche il settore dell’editoria, dove la carta stampata ha ancora un ruolo centrale. (riproduzione riservata)