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Chissà cosa pensavano gli italiani dopo la prima guerra mondiale

24 ottobre 2025, 19:30 Ultimo aggiornamento: 19:40

Che non ce ne sarebbe stata una seconda, viste le atrocità della prima. E invece è successo anche per l'imporsi di alcune circostanze analoghe a quelle che si vivono oggi

Chi sa che cosa pensavano i nostri nonni e i nostri padri negli anni fra la fine della prima guerra mondiale, nel 1918, e l’inizio della seconda, nel 1939. In realtà cosa pensavano lo so, perché me lo hanno raccontato. Pensavano, come la maggioranza degli europei, che gli orrori della prima guerra mondiale, con le sue trincee e le morti terribili anche se per una durata(si fa per dire) di solo quattro anni di una guerra, pur combattuta principalmente in trincea, sarebbero stati di ammonimento per il futuro.

Ma il grave di quella prima guerra mondiale, combattuta fra gli imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria, impero Ottomano e Bulgaria da una parte e la Triplice composta da Francia, Gran Bretagna e Russia a cui si unirono Italia, Usa e altri minori dall’altra) invece di insegnare la pace creò i presupposti, nei soli 20 anni seguenti, per la seconda guerra mondiale.

L’ascesa delle grandi dittature

Essenzialmente per l’ascesa al potere, dopo i re o gli imperatori, di personaggi come Adolf Hitler in Germania e Benito Mussolini in Italia. La sete di potere e l’animo feroce del Führer, il suo antisemitismo, oltre alla vanagloria di Mussolini, generarono, al di là del casus belli, un fanatismo tale da distruggere mezza Europa. E se dall’America non fosse arrivato un aiuto determinante con gli uomini guidati da colui che poi divenne ?????presidente degli Stati Uniti, Dwight D. Eisenhower, con lo sbarco in Normandia e quello in Sicilia, l’Italia, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna non avrebbero potuto godere di 80 anni di pace fino ad arrivare ai nostri giorni.

Per molti storici gli orrori dei campi di concentramento, la deportazione e il genocidio degli ebrei, ampiamente documentati da cineoperatori e fotografi come Frank Capra, avrebbero ammonito il mondo intero. E infatti sono passati 80 anni durante i quali l’Europa è stata per larga parte esente da guerra vera grazie alla prevalenza della democrazia. Ma le guerre non sono mai finite anche se non hanno colpito i Paesi della cosiddetta Europa civile, cioè quella che sullo slancio post bellico pensò di unirsi prima nell’Unione europea del carbone e dell’acciaio, poi nella Cee (Comunità economica europea) e ora nella Ue. Ue che così ha allargato l’unione anche a vari Paesi ex parte del blocco comunista formatosi intorno alla Unione sovietica ora Russia.

Un mondo senza guerre non è mai esistito

Il globo terracqueo non ha tuttavia mai respirato senza guerre e anzi ce ne sono state delle violente come quella in Vietnam, che coinvolse direttamente gli Stati Uniti, i quali da salvatori dell’Europa, nel caso specifico divennero occupanti.

Ma di guerre non ci sono solo quelle fatte con i cannoni e perfino con le bombe atomiche. Ci sono anche le guerre economiche, quelle commerciali, quelle tecnologiche, che possono fare anch’esse morti e feriti e disperati. In questi campi, ma non solo, il maggior specialista che la storia ci ricordi si chiama Donald Trump, presidente di questi Stati Uniti, un tempo i generosi liberatori dell’Europa dalle dittature di Hitler e Mussolini.

Mettere dazi del 100% su prodotti europei su farmaci di marca con tanto di brevetto non è forse una guerra, addirittura senza nessun rispetto nei confronti degli ammalati?

Donald Trump si veste da paciere

Ma mentre invoca per sé il premio Nobel per la pace, il presidente americano è il più drammatico stimolatore di guerre economico-finanziarie al mondo, i cui effetti sono solo apparentemente meno gravi delle guerre con i cannoni, i droni, gli aerei telecomandati.

Mentre si veste da paciere, per altro con scarso successo, e fallita la apparente missione a favore dell’Ucraina con l’oligarca sovietico Vladimir Putin incline a prendersi gioco di lui, ecco che riesce a ottenere apparentemente un grande successo per la pace fra Israele e Hamas. Ma la sua richiesta del Nobel per questo e altri meriti presunti è arrivata quando la pace non era stata ancora firmata e quindi la sua sfacciata richiesta è caduta nel vuoto, e il premio è stato assegnato alla ex deputata venezuelana Maria Corina Machado .

Per fortuna perché, non sono passati che pochi giorni e quella pace imposta a un criminale come il presidente israeliano Benjamin Netanyahu ha cominciato a traballare, nonostante sia indubbio che il genocidio per il momento sia stato interrotto. Ma dal lato di Trump, che non smette mai di pensare alla ricchezza, pende sempre l’obbiettivo di trasformare almeno una parte di Gaza in località di villeggiatura (gestita, forse, dai figli di Trump, i quali maneggiano già un patrimonio di criptovalute per più di 4 miliardi di dollari, grazie anche alla benevolenza dell’amministrazione americana verso quegli operatori di Bitcoin che hanno affittato vari piani della Trump Tower a New York).

Ormai è l’America a destabilizzare il mondo

Tralasciando l’uso (abuso) per interesse economico personale da parte di Trump della sua posizione di presidente del più grande Paese del mondo, per molti decenni emblema della democrazia, rimane un fatto fondamentale: quella di Trump è l’America che, non solo con i dazi, destabilizza il mondo intero sul piano economico finanziario. Infatti, atti inconsulti sul piano economico finanziario hanno un effetto dirompente per la vita civile di centinaia di milioni di abitanti del mondo.

Al punto che anche Papa Leone XIV, americano, ha esortato i vescovi americani a resistere a Trump, invitandoli a «stare vicini ai migranti».

Un’esperienza su un taxi negli Usa

Pochi giorni fa, alla guida del taxi su cui ero salito per andare negli uffici della nostra casa editrice del sistema Global Finance negli Usa, c’era un driver molto capellone. Gli ho chiesto da quale Paese veniva. Giocando mi ha risposto dalla Cina ma poiché cinese non era ho insistito: veniva dal Bangladesh. Rivelata l’origine, si è aperto e quindi gli ho chiesto per chi aveva votato. Risposta: «Per Trump», e senza che io lo sollecitassi ha aggiunto: «Ma dopo 8 mesi di presidenza se si rivotasse mai gli darei la preferenza».

Per dire che anche la conquista da parte del Presidente americano degli immigrati, ora si sta ribaltando. Per una ragione semplice: il mondo è attraversato dall’iper attivismo dichiaratorio del Presidente Trump, che con la semplicità e l’apparante bonarietà dice nel corso della giornata cose che fanno sobbalzare chiunque. E poi quel salutare con la mano mentre attraversa giardini, come fosse uno zio o un nonno del mondo intero; e poi, solo poco dopo, una ennesima sparata.

Che il mondo occidentale, dopo 79 anni di pace, fosse già attraversato da pericolosi movimenti è certo. Ma è altrettanto certo che essendo arrivato a capo degli Usa, cioè del Paese più potente del mondo, un personaggio dello stampo di Trump, con le sue alternanze estreme, il futuro di noi abitanti di questo mondo occidentale e anche di tutti i cittadini del mondo orientale, è diventato quantomai incerto e quindi precario. Così riecheggia quell’invito, di pochi giorni fa, del Papa ai vescovi americani: «Resistete e state vicini ai migranti».

Ci può essere un rimedio?

Ci potrà essere un rimedio alle turbolenze, alle azioni e reazioni (fino al rischio di altre guerre) in ogni parte del mondo , causate dal modo di concepire il dovere di governare da parte del Presidente Trump?

È una domanda che da sola crea inquietudine perché sappiamo, tutti noi che guardiamo Trump come il capo del Paese che salvò l’Europa da Hitler, che oggi e per almeno altri tre anni, dagli Usa difficilmente arriverà saggezza, misura, altruismo. Continueranno invece ad arrivare esempi come sono stati la guerra di Trump alle migliori università americane perché ospitano giovani anche di Paesi non allineati al trumpismo, quando la trasmissione del sapere compiuta da sempre dagli Usa era il maggior gesto di generosità (e quindi di esempio) che l’America compiva verso il resto del mondo, anche quello non allineato.

Un’ossessione pericolosa

E poi quell’ossessione di occupare ogni giorno gli schermi televisivi, quelli dell’online e le pagine dei giornali di tutto il mondo è parte della filosofia trumpiana. Il mondo sta ubriacandosi di immagini e parole di Trump, un fiume senza fine e senza argini. Ma in questo, come autorevolmente ha scritto il nostro partner The Wall street Journal pochi giorni fa per la penna di Gerard Baker: «Sono i dem che hanno aiutato Trump per il suo ritorno al potere attraverso la loro battaglia legale contro di lui. Mentre i democratici negavano che le frontiere aperte non fossero assolutamente un problema e ignoravano l’inflazione crescente, Trump appariva impegnato ad affrontare i bisogni della nazione. Adesso, il rischio per lui è che, quando le sue ambizioni personali prevarranno definitivamente sulle esigenze del Paese, perderà la fiducia di chi lo ha votato (come è avvenuto per il taxista del Bangladesh, ndr). Non tutti gli americani sembrano preoccuparsi degli abusi di potere, ma saranno meno indulgenti se perderanno sia sul piano economico che su quello della qualità della vita».

C’è da domandarsi come il mondo occidentale, cominciando dall’Europa unita, possano essere proattivi, sia sul piano economico che su quello politico, perché le guerre in giro per il mondo non arrivino nel vecchio continente o, espandendosi a macchia d’olio, diventino una nuova guerra mondiale, cioè per la prima volta di tutto il globo. Se Trump non smetterà di provocare in primo luogo sul piano economico, con dazi e minacce, e poi con alleanze pericolose, la situazione non potrà che aggravarsi. Trump, ma anche gli altri capi del mondo comunista, dovrebbero capire, a parte interrompere il gioco dei droni, che la guerra economica e finanziaria è drammaticamente la premessa di quella con le armi vere. Armi vere che oggi si chiamano non solo droni ma bombe nucleari. Provino a pensare, proprio gli americani, a Hiroshima rinfrescandosi il ricordo di quanto è accaduto. Giocando sulla scacchiera economico e finanziaria è inevitabile, se non arriva il buon senso, scivolare su quella militare.

L’intervista a de Meo desta fiducia

Per non farsi prendere dal panico, occorre anche pensare al giorno per giorno. Anche perché il mondo intero, per fortuna, non offre solo minacce di dazi, minacce di reazioni ai dazi, minacce di far cadere le borse e le monete. Ci sono, per fortuna, anche in questo periodo, forse il più difficile per l’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, quando dagli Usa arrivò solo aiuto, più di un motivo di conforto.

A mio avviso, per esempio, ha generato conforto ascoltare e vedere la bellissima intervista a Luca de Meo, nuovo capo del grande gruppo Kering, che Andrea Cabrini, direttore di ClassCnbc (che presto cambierà logo per decisione dei nostri partner americani) ha fatto in diretta dalla sala dove si è tenuta la 24esima edizione del Milano Fashion Global Summit. Conosco de Meo dai tempi in cui lavorava con il grande (anche amico) Sergio Marchionne. Avevo incontrato Sergio alla presenza proprio di Luca, il quale mi accompagnò fino all’uscita dalla sede della Fiat. Davanti alla mia Alfetta mi fece una confessione: Sergio è grandissimo, ma concepisce solo il lavoro. So di godere della sua massima considerazione, ma nella vita non ci può essere solo il lavoro.

Un uomo da portare a esempio

E si fermò qui. Non passò molto tempo e Luca lasciò la Fiat per andare a dirigere in Spagna la scassatissima spagnola Seat (gruppo Volkswagen). In un anno la rimise in sesto e il nostro successivo incontro fu quando Luca fu promosso a capo di Audi, dove fece un lavoro straordinario tanto da arrivare rapidamente a fare l’amministratore delegato di tutta Renault a Parigi.

Credo che Luca de Meo sia un uomo da portare a esempio, da studiare, nelle università economiche e non solo alla Bocconi di Milano, dove, non a caso, si è laureato. Come anche ha confermato nell’intervista per l’apertura del nostro Milano Fashion Global Summit, che è pubblicata integralmente alle pagine 28 e 29 di questo numero di MF-Milano Finanza.

Luca è stato ed è un grandissimo lavoratore ma con la consapevolezza che nella vita non ci può essere solo il lavoro, come invece era per il grande Sergio, che certo ha insegnato molto a Luca, ma che ha lavorato troppo. Del troppo lavoro fino a sfiancarsi di Sergio Marchionne parlai con Gianluigi Gabetti che, morto Giovanni Agnelli, era rimasto l’ultimo in grado di tenere insieme la famiglia e il gruppo. Gianluigi aveva la più alta considerazione sia di Marchionne che di de Meo e mi confessò che dopo Marchionne il capo ideale sarebbe stato proprio de Meo. Ma proprio per la consapevolezza che è importante lavorare tanto, ma non fino a sfiancarsi e indebolirsi come è successo al grande Sergio. Dai due una straordinaria lezione di capacità e impegno, ma di capacità e misura da Luca. Luca che è il primo esempio o comunque il più importante, di come sia possibile passare attraversato le migliori marche automobilistiche europee, sempre con successo, e poi lasciare la metalmeccanica per approdare alla moda. Già con successo perché dopo non molto tempo i conti di Kering sono già significativamente migliorati alla chiusura di settembre. Quindi un esempio straordinario per tutti i giovani manager, appunto da studiare in quella che è stata la sua università, la Bocconi. (riproduzione riservata)



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