Due anni fa i tassi Bce erano ai massimi del 4,5%, oggi sono al 2%. E, nonostante fosse già a livelli rasoterra, la remunerazione dei conti correnti delle famiglie italiane si è dimezzata in questi 24 mesi. A settembre 2023, nel momento in cui il costo del denaro toccava il 4,5%, il tasso medio riconosciuto sui depositi a vista era dello 0,47%. «Una forbice ampia, che nei mesi successivi non si è chiusa, ma anzi si è consolidata, confermando la scarsa trasmissione della politica monetaria al risparmio più liquido», rileva la Fabi (Federazione autonoma dei bancari italiani). «Segno che, anche nella fase di discesa del costo del denaro, il settore bancario ha continuato a preservare i margini d’interesse, trasferendo solo in minima parte gli effetti della politica monetaria ai clienti», prosegue la Fabi. Nel 2025 la tendenza è proseguita: a fronte di un ulteriore taglio dei tassi della Bce al 2%, il rendimento medio dei conti correnti è sceso allo 0,27%, tornando quasi a zero.
«Il risultato è un divario strutturale tra tassi ufficiali e rendimenti sui depositi, con un effetto redistributivo evidente: il beneficio dei tassi più alti si è concentrato sul lato bancario del bilancio, non su quello delle famiglie. Il rallentamento della politica monetaria non ha invertito la tendenza, ma l’ha resa più visibile», aggiunge Fabi, «oggi in un contesto di inflazione che resta superiore al rendimento nominale dei conti correnti, la remunerazione reale della liquidità è negativa, mentre la propensione delle famiglie italiane a detenere liquidità elevata continua a rappresentare una fonte stabile e poco costosa di raccolta per gli istituti di credito. Il quadro che emerge è quello di un mercato ancora poco competitivo sul fronte del risparmio a vista». Per la componente più liquida, insomma, la discesa dei tassi Bce non ha prodotto benefici tangibili perché la concorrenza tra istituti non funziona come dovrebbe. E questo emerge in particolare tra le grandi banche tradizionali i cui conti correnti non erano remunerati quando i tassi Bce erano al 4,5% e a maggior ragione non lo sono oggi.
Mentre tra le nuove banche digitali, quelle che offrono i propri servizi sul cellulare e sono in pratica una app da installare sullo smartphone, la competizione è molto vivace. Le cosiddette challenger bank si sfidano per conquistare quote di mercato e crescono a ritmi di migliaia di clienti al giorno anche se si tratta soprattutto di giovani che aprono per la prima volta un rapporto o di chi affianca al conto tradizionale il conto app. Dunque per ora il numero di clienti delle banche classiche non viene intaccato. Ad esempio Revolut a settembre aveva detto di avere nel mercato tricolore ritmi di acquisizione da inizio 2025 di oltre 4 mila nuovi clienti al giorno. Unicredit ha dichiarato che la sua banca app, buddy, ha conquistato nei nove mesi del 2025 300 mila clienti, in media 1.100 al giorno. Anche Trade Republic, Bbva e Scalable Capital sono in forte sviluppo.
La britannica Revolut in Italia ha superato 4 milioni di clienti a otto anni dall’apertura in Italia (tabella in pagina) con una forte un’accelerazione nel 2024, quando ha ottenuto l’Iban italiano. Questo successo pone il gruppo allo stesso livello, per numero di utenti, di istituti storici come Banco Bpm, Mps e Bper Banca, che hanno impiegato decenni per costruire la loro rete. Certo, non ha raggiunto i 21,5 milioni di Intesa Sanpaolo e 15 milioni di Unicredit, ma resta il fatto che questo boom di crescita mostra che soprattutto le nuove generazioni di risparmiatori cercano soluzioni finanziarie più agili e innovative con un’offerta di conti correnti remunerativa e costi bassi per i servizi di deposito e di investimento in azioni, bond Etf o criptovalute. Nella tabella in pagina sono indicate le principali banche digitali estere che offrono in Italia un c/c remunerato (accanto al trading). Ad esempio la tedesca Trade Republic propone da inizio 2023 il conto corrente con tasso agganciato a quello della Bce, quindi attualmente il 2%. Proprio grazie a questa strategia in due anni e mezzo Trade Republic ha girato i 2,5 miliardi di euro di interessi ricevuti sui depositi presso la Bce ai propri correntisti. Ma ci sono anche tra gli operatori digitali italiani offerte remunerate che però sono nella maggior parte dei casi a tempo, quindi bisognerà verificare se a scadenza saranno rinnovate e a quali tassi (tabella in pagina). A parte Viviconto di Vivibanca che dà il 2% annuo lordo, Ibl Banca prevede il 2,5% ma fino a fine 2025 (poi lo 0,75%), idem Illimity per l’1,75% per il conto Premium e Webank che paga sempre fino al 31 dicembre prossimo il 2%. Il conto via app Selfy di Banca Mediolanum, con un’offerta valida fino al 30 novembre prossimo, prevede un tasso al 3% annuo lordo a sei mesi ma a patto di accreditare lo stipendio.
Invece nelle grandi banche tradizionali, che intanto continuano a macinare utili record, le remunerazioni sono assenti. Hanno più difficoltà a pagare le giacenze perché la rete di sportelli e di personale espone questi operatori a costi operativi molto più elevati rispetto alle banche app che puntano tutto sull’efficienza. Queste ultime, non avendo filiali, hanno un numero di dipendenti molto più basso in rapporto al numero di clienti (tabella in pagina). L’assenza di sedi fisiche permette a queste fintech di mantenere bassi i costi operativi e quindi dà loro molta più agilità nel remunerare i conti e di offrire servizi di trading low cost per conquistare nuovi risparmiatori. Se ad esempio Intesa Sanpaolo ha oltre 91 mila dipendenti a fronte di 21,5 milioni di clienti e Unicredit 73,1 mila e 15 milioni, dal canto loro le banche digitali hanno un rapporto dipendenti/clienti ben più basso (tabella in pagina). A livello globale Revolut ha circa 10 mila dipendenti e 65 milioni di clienti, Trade Republic 1.100 dipendenti e 10 milioni di clienti, N26 1.500 e 8 milioni, De Giro circa 500 e 3 milioni e Scalable 700 e 1 milione.
Il paragone non si limita però alle remunerazioni dei conti e alle spese per la compravendita di azioni, bond o Etf. Le banche tradizionali offrono ancora servizi che le fintech non possono raggiungere come mutui o prestiti al consumo. Certo, alcune di loro una volta ottenuta la licenza bancaria, estendono la loro proposta ai finanziamenti, ma la complessità dell’erogazione di credito in particolare nei mutui richiede un supporto specializzato che solo una banca tradizionale con una rete di consulenti può fornire. E non a caso i tassi a cui gli istituti concedono credito restano molto elevati, nonostante i tagli della Bce.
Come emerge dall'analisi di MF-Milano Finanza, che ha messo a confronto i dati di questo quarto trimestre 2025 con quelli del quarto trimestre 2024 si rileva soltanto una leggera diminuzione dei Tassi effettivi globali medi (Tegm) a cui le banche concedono i vari tipi di prestiti e dei relativi limiti di usura rilevati da Banca d’Italia in vigore da qui a fine anno (si veda tabella). Ad esempio nei prestiti contro cessione del quinto (fino a 15 mila euro) il limite d'usura è al 20,7125% dal 20,7625% del periodo ottobre-dicembre 2024, con una media passata dal 13,41% al 13,37%, mentre il tasso sui depositi Bce è sceso in questo periodo dal 3,25% di ottobre 2024 al 2%. Nei prestiti personali il tasso legale può arrivare al 17,875% dal 18,325% precedente con una media dell'11,10%, era dell’11,46% 12 mesi fa. E sul fronte dei mutui Fabi rileva che a settembre 2023 il tasso Bce al 4,5% superava il 4,26% medio dei prestiti alle famiglie. Nel corso del 2024, i due valori si sono progressivamente allineati, per poi invertirsi nel 2025, quando il tasso medio sui mutui ha superato di oltre un punto percentuale il tasso di riferimento della banca centrale, ovvero rispettivamente il 3,25% e il 2%. «La forbice tra i due valori, oggi, testimonia un mutato equilibrio tra politica monetaria e credito al dettaglio. In sintesi, la discesa del costo del denaro si è tradotta in un alleggerimento per le famiglie, ma la velocità del trasferimento resta lenta: un segnale che le banche continuano a muoversi con prudenza, ma anche che preferiscono mantenere dalla loro parte i vantaggi della politica monetaria», conclude la Fabi. (riproduzione riservata)