
Melania che si occupa dei bambini sofferenti? Benissimo. Ed è sicuro che lei è il volto più umano di quel vertice americano a cui qualsiasi persona equilibrata e di buon senso non affiderebbe nemmeno la cura dell’orto. Ma appunto con il suo gesto non cambia niente, niente di sostanziale, tale e tanta è l’inaffidabilità e la preoccupazione che genera quel vertice che ormai, o con la discesa dall’elicottero o dall’aereo, o con il saluto con la mano attraversando il prato, la cravatta rossa o bluette per tutto il team, entra ogni giorno nelle case generando, al contrario dell’obiettivo, sfiducia profonda e quindi legittimo timore. Legittimo timore, quasi annullando la grandezza di quel paese, senza il quale l’Europa sarebbe finita 80 anni fa.
Ma questa è l’America che ha contribuito in maniera decisiva, generosa e umana a salvare l’Europa da Adolf Hitler e dall’attaché Benito Mussolini?
Altro che dichiarare di aver fatto terminare sette guerre (peraltro senza elencarle), qui c’è il rischio fortissimo che ci scappi davvero la terza guerra mondiale, tale e tanta è l’instabilità, gli alti e i bassi, le balle insieme a poche verità che promanano ogni giorno e complessivamente dal vertice degli Usa.
Eppure, al primo mandato, o ancor prima quando lo incontravo ai tavoli di Le Cirque del grande Sirio Maccioni, Donald Trump non era così. Quel ciuffo biondo non copriva come oggi una totale precarietà, per la quale appunto non basta il gesto di saluto urbi et orbi attraversando il prato verde. Possibile che nessuno dei suoi, con più equilibrio e lealtà verso il mondo occidentale, non gli dica che lui passerà alla storia, continuando così, non solo come il peggior presidente, formalmente democraticamente eletto, degli Stati Uniti?
Per non essere presi da sconforto totale e, occorre dirlo, anche da forte paura, occorre resettare il cervello e sostituire l’immagine, anche per chi è nato dopo la fine della Seconda guerra mondiale come me, degli Stati Uniti salvatori degli oppressi dalle dittature e portatori di democrazia. Ma può essere democratico che un capo di stato usi il suo social privato operativo sul mercato per comunicare ai suoi concittadini e al mondo? Ma può essere mai di conforto al mondo intero cambiare quasi ogni giorno opinione, abbracciare Putin come fosse un fratello e il giorno dopo (con un po’ di resipiscenza) dire sempre al mondo che il dittatore russo può essere, come infatti è, la rovina della democrazia? Già, una Russia dove senza cambiare la costituzione nata dalla perestroika (letteralmente vuol dire ristrutturazione), con il trucco di mettere al suo posto per un mandato, il servo Dmitrij Medvedev, Putin è al potere da quasi più anni di uno zar, mentre appunto la riforma democratica della perestroika prevedeva al massimo due mandati.
E chi, fra cittadini democratici, non ha negli occhi l’accoglienza fraterna del presidente dell’ex esempio assoluto di democrazia che abbraccia? Salvo poi accorgersi di essere stato di un’ingenuità assoluta quando i droni e i caccia russi hanno cominciato a penetrare l’Europa. Questo dell’incapacità di avere una vera linea democratica, non fatta di esibizionismo, ma di equilibrio, come nonostante casi come Monica Lewinsky o il Watergate, gli Stati Uniti avevano dato dimostrazione di poter dare, è una sciagura per tutto il mondo.
È vero che i dittatori possono occasionalmente anche essere utili, come spiegò Deng Xiaoping a Oriana Fallaci nell’intervista che gli organizzai nel 1979: la Fallaci aprì l’intervista chiedendo a Deng se non si vergognava perché in Piazza Tienanmen lei aveva visto le foto di Lenin e Stalin, commentando: «Passi per Lenin, ma Stalin ha mandato a morire in Siberia 20 milioni di russi». E Deng le rispose: «Può anche essere, ma Stalin ha salvato il mondo sconfiggendo Hitler…». È vero che Stalin dette un contributo decisivo alla salvezza dell’Europa dal Nazismo, ma gli Usa sono, o dovrebbero essere, da molto, molto tempo, almeno in base alla Costituzione, un paese modello della democrazia. Vi pare che ora lo siano o invece che siano diventati, proprio perché leader mondiale della democrazia, il paese dove la democrazia sta precipitando? E quindi essi stessi diventati il maggior nemico della democrazia, proprio quando i valori democratici, per salvare il mondo dovrebbero essere esaltati, sì da stimolare nel resto del mondo?
Se si passa dal problema generale di democrazia a quello di correttezza nel mondo dell’economia e della finanza, ancora peggio. Cosa viene proiettato, nella economia e nella finanza, dove i rischi non sono già pochi, se il vertice del paese più potente del mondo approfitta del proprio potere per accrescere il proprio patrimonio con le criptovalute, il cui futuro evoca crack spaventosi perché non sono regolamentate, e come cadeau accetta, da un emiro, l’omaggio alla sua persona o famiglia di un aereo da 400 milioni di dollari?
Manco avesse bisogno dell’elemosina, dopo che i figli hanno approfittato dell’affitto di parte della Trump Tower a una società di cripto per guadagnare nel settore qualche miliardo. Il suo mandato scadrà a gennaio 2029, quindi ancora tre anni e 4 mesi. Se in nove mesi dalla elezione è accaduto il non gradevole spettacolo al quale il mondo intero sta assistendo, che ne sarà del mondo nei prossimi tre anni e quattro mesi? Il pericolo di una terza guerra mondiale è reale. E certo non si può star tranquilli neppure dal lato degli andamenti economici e finanziari visto la disinvoltura, visibile, dell’uomo più potente del mondo.
In rottura (almeno dichiarata) con il dittatore russo, ora sembra che cresca la simpatia reciproca con il presidente cinese Xi Jinping. Il punto di incontro sembra essere la soluzione per il futuro, in Usa, di Tik Tok, il più formidabile social media del mercato. Non potendolo cacciare dagli Usa, il presidente Trump ha concesso che dovendo passare la proprietà della versione americana a un americano, gli azionisti cinesi fondatori del social, la famiglia Zhang, possano mantenere, parzialmente, la proprietà dell’algoritmo che è il segreto del successo.
È una buona notizia per il mondo che Usa e Cina, Trump e Xi, si parlino. Certo, ma solo se, diciamo la simpatia, non nasconda, per esempio, che nella transazione ci sia qualche società del presidente Trump. Del resto, dopo l’inevitabile (almeno in apparenza) rottura con Putin, è davvero importante che le due reali più grandi potenze del mondo si parlino. È anzi l’unico modo per evitare la guerra mondiale poiché è certo, nonostante gli ottimi rapporti fra Mosca e Pechino dopo che il presidente Barack Obama mise le sanzioni alla Crimea facendo nascere quasi un amore fra Putin e Xi con molti programmi comuni, che se si consolidasse questo rapporto, l’occidente sarebbe in serio pericolo.
Quindi, dopo le mosse finora compiute, quasi tutte azzardate e funeste, Trump capisca che rapporti leali (sempre difficili) o positivi (più probabile) con Pechino sono l’unico deterrente alla terza guerra mondiale. E anche Xi, che non ha scadenza avendo il suo pensiero nella costituzione, come viene definita in Cina una riforma costituzionale decisa dal presidente, si accontenti di essere al potere senza limiti temporali, e si preoccupi solo di far migliorare costantemente il tenore di vita dei suoi concittadini. Se Trump avrà almeno l’abilità di dialogare efficacemente con il presidente Xi, assorbendo un po’ di saggezza cinese, per il mondo intero potrebbe essere un grande conforto, e per il presidente Trump, finalmente, una mossa importante per la pace.
Anche verso presidenti statunitensi ondeggianti come Trump, visto il tempo lungo che egli ha davanti, c’è da sperare che almeno, dialogando con Xi, ne azzecchi una. Perché, per esempio, dopo aver maltrattato Volodymyr Zelensky, ora (dichiarazione del presidente ucraino) Trump gli ha suggerito di far sapere ai funzionari russi di informarsi su qual è a Mosca il rifugio a loro più vicino. Zelensky ha anche dichiarato, in un ritorno di fiamma trumpiano dopo le critiche feroci, che il presidente americano gli ha anche suggerito di colpire obiettivi russi come infrastrutture energetiche e fabbriche di armi. E così, evidentemente in accordo con Trump, Zelensky ha dichiarato che non intende guidare l’Ucraina in futuro: « Il mio obiettivo è porre fine alla guerra, non ricandidarmi». A conferma che Trump non conosce la parola pace: forse perché aveva promesso, quando è stato eletto, di essere capace di far finire la guerra in pochi giorni. Per contro ora, l’altro oligarca russo, visto il trend delle gigantesche balle, ha fatto dichiarare al portavoce del Cremlino, Dimitry Peskov: «La Russia resta pronta ad avviare il processo di negoziazione per risolvere il conflitto in Ucraina». Magari fosse vero, perché in tutti i termometri che misurano la febbre della guerra il mercurio sta saltando.
Ne ho avuto una conferma a Istanbul, il paese confinante con la Russia e governato da un uomo, Recep Tayyip Erdogan, che finora è riuscito a essere amico fidato di Putin senza essere in rotta con Trump, visto anche che il paese turco fa parte della Nato. Un miracolo di abilità nella zona di caldissimo confine. Proprio per questo European business media, che riunisce oltre 40 case editrici dei principali paesi europei, fra cui anche una della Turchia, ha tenuto nei giorni scorsi la annuale convention proprio nella capitale turca. E il significato della scelta di Istanbul era ed è stato preciso: dimostrare che parlare di sviluppo, scambiarsi informazioni e supporto, analizzare gli andamenti economico-finanziari in un momento in cui il pericolo di guerra sta crescendo a dismisura, è un modo proprio di esorcizzare la guerra.
E il sistema parte dalla Svezia con la mega casa editrice, Bonnier, che comprende tutti i paesi nordici, i maggiori dell’Europa, quelli ai confini con la Russia che tuttavia sono oggi liberi come le testate in Estonia e Lituania, per arrivare non solo all’Italia ma anche alla ex Jugoslavia. Si tratta della più forte unione di qua dall’Atlantico per garantire cooperazione e quindi libertà fra le maggiori casa editrici di informazione economico finanziaria ma non solo. Class editori ha avuto per anni la presidenza dell’Ebm con Gabriele Capolino e mai come nell’assemblea di quest’anno è stata evidente l’importanza della associazione.
Insieme a Financial Times, Dow Jones/ Wall Street Journal che ha a Londra la sede europea dell’agenzia e del giornale, il francese Les Echos, lo svedese Dagens industri, Bloomberg Adria, City AM e il giornale che state leggendo è stata l’occasione per misurare la temperatura della febbre bellica ma anche di valutare tutte le evoluzioni tecnologiche e normative che i sistemi informativi stanno avendo. E in primo luogo le uniche due realizzazioni europee in assoluto di AI generativa e cioè quella che voi lettori conoscete già, MFGpt, e quella del Financial Times. Il grande giornale inglese aveva scelto, forse pentendosene, di cedere tutti i contenuti, per fortuna fino al 2024 a OpenAI per ChatGpt. I colleghi di Londra hanno poi realizzato, come il giornale che state leggendo, un sistema autonomo, programmando di recuperare al più presto quanto è possibile dei contenuti e i dati storici ceduti.
MFGpt, presentato da Roberto Bernabò, ha avuto grande successo proprio perché ha una profondità di 40 anni e un aggiornamento minuto per minuto, è autonomo, cioè con la profondità di una informazione propria e controllata economico-finanziaria, del fashion, del Lifestyle, di tre canali televisivi, di un’agenzia di news, di varie società di dati di borsa ed economici, di tutte le principali banche e società del mondo attraverso la controllata newyorkese Global Finance eccetera.
Voi lettori ve ne siete già accorti, così come istituzioni non solo bancarie ed economiche, non poche università, molti enti deputati ad assistere chi deve governare, giovani e meno giovani. Messa in campo in un contesto professionale internazionale come quello del vertice di Istanbul, il primato italiano attraverso Class editori ha avuto un riconoscimento straordinario. Ora sta a noi di Class editori permettere a voi lettori di avere pari soddisfazioni, per voi e per noi.
Non capita che di rado, anzi più che di rado, poter fare un titolo come quello che avete letto in prima pagina per dare riconoscimento del suo valore assoluto a un manager (con diritto di esser anche azionista) come Francesco Milleri, erede legittimo, non solo nel ruolo, del grandissimo Martinitt, Leonardo Del Vecchio. La sua professionalità e prima ancora la sua formazione di studio in Italia e negli Usa, la sua discrezione (zero dichiarazioni o quasi), la sua visione globale, la sua consapevolezza dell’importanza sempre crescente della tecnologia digitale (anche negli occhiali), la sua sapienza nel gestire (grazie anche ai poteri ricevuti) un gruppo di eredi mai o quasi mai d’accordo e con motivazioni differenti, ne fanno sicuramente il Manager non dell’anno, ma di tutti gli anni da quando ha lasciato la terra Sergio Marchionne. Bravissimo, quanto è discreto, silenzioso e totalmente impegnato a far crescere il valore economico e morale di un’impresa come quella ricevuta in amministrazione da Leonardo Del Vecchio. (riproduzione riservata)