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Che succederà il giorno dopo la vittoria israeliana

di The Editorial Board Wsj
14 novembre 2023, 07:04 Ultimo aggiornamento: 14:33

Il processo di pace israelo-palestinese non può tornare alle linee guida del passato. Ma i cinque no e i tre must del segretario di Stato Usa, Blinken, sono da rivedere

Mentre Israele si concentra sulla vittoria nella guerra contro Hamas, gli Stati Uniti stanno facendo pressione per ottenere impegni su ciò che succederà dopo.

I cinque no

Parlando a Tokyo la scorsa settimana, il Segretario di Stato Antony Blinken ha enunciato cinque «no»: «Nessun trasferimento forzato di palestinesi da Gaza... Nessun uso di Gaza come piattaforma per il terrorismo o altri attacchi violenti. Nessuna rioccupazione di Gaza dopo la fine del conflitto. Nessun tentativo di bloccare o assediare Gaza. Nessuna riduzione del territorio di Gaza». Ah, se solo l’amministrazione Biden avesse elaborato così tante linee rosse per l’Iran...Il Segretario di Stato potrebbe anche ricordare che le occupazioni statunitensi del dopoguerra di Giappone e Germania continuarono fino agli anni ‘50 e inclusero anche aggiustamenti territoriali.

I tre must 

Blinken ha fatto seguire ai suoi cinque no, tre must. La strada per la pace «deve includere le voci e le aspirazioni del popolo palestinese al centro della governance post-crisi a Gaza. Deve includere una governance guidata dai palestinesi e Gaza unificata con la Cisgiordania sotto l’Autorità Palestinese. E deve includere un percorso che porti israeliani e palestinesi a vivere fianco a fianco in Stati propri, con pari misure di sicurezza, libertà, opportunità e dignità». È ragionevole pensare al futuro, ma è prematuro dare ordini di marcia per un futuro armonioso. Israele deve ancora affrontare intensi combattimenti urbani.

Le domande

Cosa succederà dopo la caduta del centro di comando di Hamas sotto l’ospedale al-Shifa? Persisterà l’insurrezione terroristica nel nord di Gaza? Come farà Israele a sradicare Hamas dal sud di Gaza, dove la maggior parte dei civili è fuggita?

Le risposte non possono non influenzare il modo in cui Gaza sarà governata. «La realtà», ha riconosciuto Blinken durante un colloquio, «è che potrebbe essere necessario un periodo di transizione alla fine del conflitto» in cui Israele mantenga un certo controllo. Questo è essenzialmente ciò che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva detto in precedenza: «Penso che Israele avrà, per un periodo indefinito, la responsabilità generale della sicurezza, perché abbiamo visto cosa succede quando non ce l'abbiamo».

Ma se non è Israele ad affrontare i terroristi, chi lo farà? La fretta di dare potere alle «voci del popolo palestinese» dopo che Israele ha lasciato Gaza nel 2005 ha visto i gazesi eleggere Hamas nel 2006. L’Autorità Palestinese non ha tenuto altre elezioni in Cisgiordania, sapendo che Hamas avrebbe potuto vincere anche lì.

L’Autorità palestinese potrebbe anche tenere Gaza? Hamas l’ha sopraffatta nel 2007, gettando i suoi membri fuori dagli edifici. Da allora l’AP è decaduta. La sua vuota dittatura riesce a malapena a contenere Hamas in Cisgiordania. Se Mahmoud Abbas, il suo 87enne leader dovesse morire, l'edificio potrebbe crollare. Abbas, di formazione sovietica, attribuisce la colpa dell’Olocausto agli ebrei e non è stato disposto a condannare chiaramente i massacri del 7 ottobre. Un’ala del suo partito Fatah sostiene addirittura di avervi preso parte.

Serve una vittoria decisiva

Sabato 11 e domenica 12 novembre Netanyahu ha gettato acqua fredda sull’idea di installare l’Autorità palestinese a Gaza, ma Abbas sta già cercando di dettare le condizioni. Afferma che prenderà il potere solo nell’ambito di una soluzione globale che includa uno Stato palestinese. Blinken ha anche la tendenza a parlare come se il processo di pace potesse presto tornare alla programmazione regolare. Dopo il 7 ottobre, non è più possibile. Non va dimenticato che i palestinesi abbiano eletto un gruppo terroristico sostenuto dall’Iran che ha usato il territorio ceduto da Israele per commettere un proto-genocidio contro gli ebrei. Finché non ci sarà un cambiamento sostanziale tra i palestinesi, è inutile chiedere che Israele li autorizzi a rifare quello che hanno combinato.

«Non vogliamo conquistare Gaza», ha detto giovedì 8 Netanyahu. «Non vogliamo occupare Gaza. E non cerchiamo di governare Gaza». Sebbene fosse meglio per i civili di entrambe le parti quando Israele era al comando, c’è poca voglia tra gli israeliani di governare un popolo ostile indottrinato per una generazione da Hamas. «Dovremo trovare un governo civile che sia presente», ha aggiunto Netanyahu, ma «dobbiamo avere una forza credibile che, se necessario, entri a Gaza e uccida gli assassini».

Non ci si deve illudere che una presenza delle Nazioni Unite, rifiutata venerdì 10 da Netanyahu, possa mantenere la pace. Dal Libano al Sinai, questa idea è fallita ogni volta. Una soluzione ipotizzabile è una forza di pace costituita da Stati arabi che hanno riconosciuto Israele. Potrebbero non essere d’accordo, ma hanno interesse a prevenire la violenza destabilizzante e a sconfiggere i prestanome degli iraniani. «Quello che dobbiamo vedere», ha detto Netanyahu, «è Gaza smilitarizzata, deradicalizzata e ricostruita. Tutto questo può essere realizzato». Mentre il pessimismo dell'Amministrazione Biden ha portato gli Usa a ritirarsi dall’Afghanistan e a consegnare il territorio ai Talebani, ma distanti 6.000 miglia, Israele non ha questa possibilità. Gaza è la porta accanto. Garantire che «Gaza non venga usata come piattaforma per il terrorismo» richiederà una vittoria israeliana decisiva e una maggiore flessibilità rispetto ai no e ai must. (riproduzione riservata)


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

MF+MIFI + The Wall Street Journal


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