
Il mondo, in questa estate torrida, fra guerre di ogni tipo, conseguenti crisi economiche e sociali, vede inevitabilmente nero. E il nero è il segno del lutto e del pessimismo. Ma in economia e finanza il nero è meglio assolutamente del rosso. Se poi si volge lo sguardo a Parigi, grazie alla genialità inesauribile di Giorgio Armani, il nero è diventato una sinfonia di eleganza come ha titolato nei giorni scorsi MF Fashion, il quotidiano della moda di Class Editori. E sotto la regia del più grande stilista italiano della moda il nero è stato elevato a somma eleganza e raffinatezza, appunto «la sinfonia noir».
Chi può essere nel mondo della politica e dell’economia il magico Giorgio della moda che ridà respiro e serenità al mondo intero?
È la domanda più difficile ai fini della risposta, non solo per i cittadini ma anche per gli uomini che hanno le responsabilità più grandi nel mondo.
MF Fashion descrive così il nero di Armani: «…I look che, uscita dopo uscita, prendono forma perché tessono un racconto che sembra esaltare proprio l’anima del processo creativo in fieri, tra bouclé che si sfilacciano ad arte sui bordi dei lunghi cappotti, piume che esplodono o si distendono in volumi selvaggi sulle spalle regalando l’effetto di una pelliccia sintetica e cristalli che conquistano la scena diventando parte irrinunciabile dei capi…».
Il risultato: una pace e una eleganza irraggiungibile, che se si dovesse tradurre in spirito del mondo annullerebbe i Maga, i Netanyahu, i Putin, Khamenei e tutti gli ayatollah, i laboratori atomici, i possibili disegni di Pechino per Taiwan. Ma questo auspicio è quanto di più irrealistico o irraggiungibile, perché giorno dopo giorno la situazione peggiora, l’inclinazione verso il precipizio aumenta.
Non c’è preghiera e invocazione di Papa Leone XIV che tenga, non c’è viaggio della speranza che Volodymyr Zelensky compia, non c’è invocazione degli organismi umanitari che denunciano il numero di morti della zona di Gaza che non riempia i programmi televisivi e le pagine cartacee o digitali che li riportano. Niente appare efficace per ridare almeno una prospettiva di pace e serenità per le zone più martoriate del mendo e dei loro abitanti.
Una situazione che non è responsabilità di tutti ma di molti sì, anche di chi non è coinvolto direttamente nelle guerre o nelle minacce. Si prenda l’Unione europea o Ue (da non confondere con il nome di una grappa Nonino): quando la sua navigazione ha cominciato a vacillare? Quando dai sei fondatori della Cee si è progressivamente passati agli attuali 27 membri.
Era bello dire che lo spirito dell’Europa unita stava avanzando e probabilmente nell’entusiasmo di questa prospettiva non si è tenuto conto che solo chi ha valori comuni, come in una coppia di marito e moglie, può convivere in armonia. E come si poteva essere sicuri che un Paese, per esempio come l’Ungheria, che aveva conosciuto i morsi del comunismo, la conquista dei carri armati sovietici a Budapest, potesse volgere verso la destra più dura e meno umana dell’attuale capo Victor Orbàn?
La storia insegna, ma non è stata ascoltata, che la democrazia è una conquista giornaliera, anzi minuto per minuto, basata su più condizioni: la storia, lo status economico e culturale, gli interessi di Paesi terzi confinanti o della stessa area, la posizione geografica, il capovolgimento ideologico come reazione al comunismo o alla democrazia.
E si potrebbe continuare. Ma certamente è un fatto reale che le persone, i popoli sono portati a dimenticare, anche se c’è la storia che li ammonisce. Sono passati 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale: alcuni, non pochi, che c’erano allora ci sono anche oggi. Eppure, sembra che anche loro si siano dimenticati di che cosa è stato il nazismo, di che cosa è stato il fascismo, di che cosa è stata al contrario l’America o più precisamente gli Stati Uniti e i suoi figli che hanno dato la vita per liberare l’Europa dal mostro del nazismo di Adolf Hitler e del fascismo.
Per questo ha un senso profondo che stiano nascendo, proprio in Italia e in particolare in Sicilia, dove avvenne lo sbarco dei soldati americani che costrinsero i tedeschi a scappare, una serie di luoghi della memoria, come per esempio per lo sbarco a Gela, dove nell’entroterra atterrarono i primi paracadutisti per proteggere appunto lo sbarco. Negli scontri inevitabili morirono sia soldati americani che tedeschi ed italiani.
Per questo i luoghi di quella memoria sono ora segnati dalla presenza delle tre bandiere, perché anche se gli assalitori erano soldati tedeschi la loro vita, segnata dalle follie hitleriane, non può essere considerata diversa da quella di soldati e cittadini italiani o soldati americani. E i comitati che sono nati in Sicilia per questo ricordo sono un segno di speranza, perché la memoria faccia rinsavire chi ogni giorno gioca il gioco pericoloso delle minacce come quelle che arrivano da Washington o da Mosca, da Tel Aviv o da Teheran. Soltanto la memoria potrà aiutare a fermare le armi e le sciagure, anche se giustamente sarebbe la storia la maestra di vita. Ma evidentemente non bastano i libri di storia, ci vorrebbero politici che per primi tengano presente la storia e popoli che li votano che essi stessi ripensino e pesino che cosa la storia insegna.
Chiedo scusa ai tre o quattro lettori di queste pagine, che leggono per avere qualche informazione di carattere finanziario ed economico e si sono trovati a leggere divagazioni sul nero che evoca pessimismo e invece al bagliore straordinario del nero di Armani, fino alla conclusione sull’importanza dei luoghi della memoria dove si sono compiute azioni decisive per la civiltà umana e per il ricordo di esse.
Ma a mio avviso c’è una stretta connessione oggi fra le vicende economiche e finanziarie e sulle loro prospettive in relazione alla decadenza dello spirito umanitario e del ricordo delle tragedie, che il mondo ha vissuto e sta di nuovo vivendo in maniera ancora più tragica del passato. Più tragica perché quello che erroneamente viene chiamato progresso tecnologico, se applicato specialmente agli armamenti, può annientare popoli interi. Sembra quasi che, per esempio, Hiroshima non debba fare parte dei luoghi della memoria e di una tragedia che non dovrebbe mai essere dimenticata.
In questo contesto, occorre tenere presente che dopo Hiroshima il pericolo nucleare è stato regolamentato ma anche che la regolamentazione appare non essere stata rispettata da più di uno stato, in difetto di una autorità superiore che possa erogare sanzioni efficaci. E la dimostrazione palese di tutto ciò è il bombardamento con ordigni superiori americani compiuti nelle scorse settimane con la missione che ha fatto salire i toni trionfalistici del presidente Donald Trump: spargimento di orgoglio per la capacità degli aerei e delle bombe che sono state lanciate sui laboratori nucleari sotterranei dell’Iran; a fronte del trionfalismo americano, quello pari degli Ayatollah che hanno dichiarato che i loro laboratori nucleari non avrebbero subito danni... Non ci vuole molto a comprendere che tutto ciò crea una china pericolosissima anche per l’economia e la finanza globale, fino al punto che il riarmo diventa il motore fondamentale di tenuta e di crescita dei mercati borsistici.
Ma il mondo, con riguardo anche all’economia e alla finanza, ha serissimi problemi di equilibrio e prospettive che possono diventare perfino angoscianti. E per una ragione molto semplice: non ci può essere democrazia reale se il sistema economico e finanziario non è sostenuto da solide basi democratiche.
Non è il caso di entrare nella problematica delle criptovalute del presidente Trump, ma come può esserci democrazia finanziaria ed economica se il principale player della democrazia, un partito e un governo, usa il ruolo potentissimo che ha per lanciare le criptovalute che appartengono quantomeno alla sua famiglia o addirittura a se stesso?
Il conflitto fra i ruoli di governo e e gli interessi privati, sbandierati come un segno di potere assoluto, sono la più grave minaccia alla democrazia americana e quindi, per contaminazione, di tutto il mondo democratico e che in misura significativa è, appunto e inevitabilmente, già contaminato.
Non è che nella storia della democrazia americana non ci siano già stati comportamenti di presidenti, dotati di un potere superiore a qualsiasi altro, che abbiano minacciato la democrazia. Basta pensare al presidente Richard Nixon e allo scandalo Watergate. Ma allora, guarda caso, il principale quotidiano della capitale americana, il Washington Post, era editato dalla grande Katharine Graham. Oggi quello stesso giornale è di proprietà dell’ultramiliardario Jeff Bezos, padrone di Amazon, che ha rallegrato il mondo con il suo miliardario matrimonio a Venezia.
Bezos è la quintessenza del logoramento dei valori democratici degli Stati Uniti, antesignano e battistrada di personaggi progressivamente sempre peggiori e potentissimi come il re di Tesla e X, Elon Musk. E il pericolo più grave per il Paese che è stato a lungo l’esempio della democrazia e di conseguenza per la contaminazione di quello che è tuttora il mondo democratico, lo si vede con chiarezza ancora maggiore pensando agli oligarchi della tecnologia.
Proprio per la rivoluzione tecnologica le regole della democrazia stanno cambiando con una velocità impressionante. Su MF-Milano Finanza del 5 luglio, il professor Mario Rasetti, il più profondo, non solo in Italia, scienziato delle nuove tecnologie, ha raccontato cosa sta accadendo con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa. C’è chi dice che essa non arriverà mai a sostituire completamente la mente umana in termine di ragionamento tratto dai fatti, mentre con gli LRM (Large reasoning Model) a differenza che con gli LLM (Large Language Model) già in uso nell’AI generativa (incluso MFGpt, della nostra casa editrice, la prima realizzazione in Italia), la macchina di intelligenza artificiale arriverà a fare ragionamenti come la mente umana. Della tecnologia è fondamentale conoscere capacità e limiti e saper proteggere comunque il ruolo dell’uomo e dei valori della democrazia che ne discendono.
Perché questo pericolo venga scongiurato è necessario che i governi democratici ancora in carica sappiano proteggere i contenuti, positivi o negativi per loro, che vengono prodotti da chi pensa e scrive. Ma perché questo avvenga, in primo luogo è necessario che i governi democratici sappiano proteggere quello che con termine arcaico si chiama diritto d’autore. Finora, sulla carta o anche sul digitale, è stato possibile conoscere da quale fonte è stata prodotta un’informazione o un dato.
Google, che è il player principe dell’utilizzo dell’informazione sulla rete, ha potuto realizzare ricavi solo in quanto ha posto la pubblicità da esso raccolta prima di dare l’informazione ricercata. Con l’uso dell’AI generativa da parte dei colossi della rete i meccanismi possono cambiare perché la forma di risposta alle richieste di informazioni non è più la conduzione dell’utilizzatore fin sul sito del produttore dell’informazione, ma una risposta diretta.
Mentre è inevitabile la crescita dell’informazione digitale, se non viene introdotta una legge che vieta di attingere dalle fonti primarie, i produttori primari di contenuti possono essere completamente tagliati fuori. In tal modo si genera non solo un oligopolio dell’informazione mondiale, vista la dimensione già raggiunta da Google & c., ma si tagliano fuori dal processo economico i produttori primari dell’informazione.
Non solo con la progressiva, inevitabile eliminazione dei ricavi per gli editori, ma anche con il rischio di concentrazione in pochissime voci dominanti, riducendo i margini della democrazia. Immaginate che cosa potrà fare un soggetto come Musk oppure lo stesso sistema social della famiglia del presidente Trump. Quindi viva la tecnologia, ma se i governi e i parlamenti non comprendono che vanno poste nuove regole fondamentali per bloccare lo strapotere dei cinque o sei iper-potenti dei sistemi digitali, ci saranno rischi seri per la democrazia.
Tre giorni fa, il 9 luglio, Nvidia, re dei processori grafici per il mercato videoludico e professionale e di chip per l’intelligenza artificiale, ha raggiunto la capitalizzazione in borsa di 4 trilioni di dollari: il record mondiale. Due anni fa, quando era entrata nel club delle aziende da mille miliardi di dollari, non pochi investitori temettero che le sue azioni potessero essere considerate troppo care. In due anni ha quadruplicato il suo valore e il suo ceo, Jen-Hsun Huang, che nel 1993, a 30 anni fondò la società con Chis Malchowsky e Curtis Priem, ha stabilito un record che potrebbe sembrare irraggiungibile.
Ma il potere della tecnologia digitale è talmente straordinario (e pericoloso, se non regolato) che potrebbe non sorprendere un ulteriore record di Nvidia o di altro gruppo che magari ora è sotto i mille miliardi. Questa è la tecnologia, bellezza! Con fenomeni straordinari ma anche pericolosissimi, mentre per la democrazia, a differenza del nero di Armani, è nero cupo e non lucente. (riproduzione riservata)