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Che differenza c'è tra Joe Biden e Giorgio Armani?
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Che differenza c'è tra Joe Biden e Giorgio Armani?

12 luglio 2024, 19:07 Ultimo aggiornamento: 19:09

Il presidente degli Stati Uniti, pur essendo otto anni più giovane del grande stilista italiano, non ha voluto preparare la sua successione all'interno, a cominciare dalla vicepresidente Harris

Che differenza c’è fra Joe Biden e Giorgio Armani? In primo luogo, 9 anni di differenza. Biden è più giovane appunto di 9 anni del novantenne (compiuti l’11 luglio scorso) più grande stilista italiano di tutti i tempi.

Ma la differenza maggiore è che Armani, pur non dovendo gestire il più importante paese del mondo, ha preparato da anni la sua successione. L’ha preparata in tutti i dettagli, anche i più minimi, rispondendo a tre valori: vita sana, disciplina, eleganza. E soprattutto con la consapevolezza che pur avendo fatto nascere un marchio della moda eccezionale, anzi proprio per questo, era necessario avere accanto collaboratori di primissimo livello.

Esattamente il contrario di Biden, che alla sua vicepresidente in questi quattro anni molto agitati, non ha fatto quasi toccare palla. Si ricorda solo un non recentissimo viaggio in Cina, per il resto sempre nelle retrovie. Senza ricevere, Kamala Harris, la possibilità di dimostrare le sue sicure qualità. Per dirla in maniera semplificata, qualcuno si ricorda un qualsiasi significativo intervento della vicepresidente? Zero virgola zero.

Cosa vuol dire tutto ciò? Ahimè, che l’attuale presidente degli Stati Uniti aveva la sicurezza di poter fare tutto lui, nel primo mandato e anche di poter fare il secondo. Possibile che nessuno lo abbia messo sull’avviso, per esempio quando, più di un anno fa, da solo sul palco di un discorso ufficiale, alla fine prese a girarsi intorno tendendo la mano a qualcuno che non c’era assolutamente a portata di mano? Una scena tristissima già allora, più che premonitrice della debacle del confronto televisivo con il bisonte infuriato e rivale designato, Donald Trump?

Le preoccupazioni del mondo occidentale

Qualcuno potrebbe dire: ma come si permette un giornale economico e finanziario italiano di dare lezione al presidente in carica degli Stati Uniti?

Nessuno vuole dare lezioni, ma esprimere preoccupazioni visto che il mondo occidentale dipende tuttora per larga parte dagli Stati Uniti. Nel bene e nel male. Nel bene, ricordando che centinaia di migliaia di giovani militari americani diedero la vita per aiutare l’Europa a liberarsi del nazismo di Adolf Hitler, a cominciare dai gloriosi paracadutisti e marines che cominciarono a liberare l’Italia partendo dalla Sicilia con lo sbarco di Gela immortalato dalle fotografie straordinarie di Robert Capa ora nel Museo di Troina in provincia di Enna. Ma anche nel male, ricordando, fra l’altro la guerra in Vietnam…

Un freno alla crescita della vicepresidente potenzialmente destinata a succedergli

Armani è un neonovantenne che sta preparando la successione da almeno 20 anni. Il presidente Biden non vuole saperne di lasciare pur essendo palese, si spera anche a lui, delle sue precarie condizioni che non sono diventate palesi solo dopo il confronto con Trump, ma appunto da ben prima. Attanagliato da una malcelata presunzione, ha appunto anche evitato che la vicepresidente potesse maturare le esperienze e la visibilità necessaria eventualmente a potergli subentrare addirittura anche prima della fine del mandato.

Una situazione come questa ha indubbi riflessi su tutto il mondo occidentale, per il quale gli Usa sono stati per molti decenni l’esempio dell’efficienza e della democrazia. Proiettare una situazione come quella del presidente Biden in un contesto con due guerre nel cuore del mondo occidentale, con una situazione francese di assoluta instabilità e una Germania con un governo non omogeneo e anzi conflittuale al suo interno, getta non solo preoccupazione ma terrore in tutto il mondo occidentale.

L’unica fermezza dimostrata da Biden almeno per un certo periodo è stata la sciagurata guerra di Israele contro Hamas. In questo caso ha saputo comprendere le esigenze di neutralizzare Hamas ma, da democratico, ha stigmatizzato la ferocia del presidente israeliano Benjamin Netanyahu.

Che cosa può sperare il mondo occidentale e democratico? Non certo che sia la moglie, come auspicato da qualcuno, a convincere il marito a ritirarsi, ma che i maggiori esponenti del partito Democratico lo fermino. E la possibilità esiste normativamente durante la convention democratica, che tuttavia è troppo sotto elezioni e darebbe un enorme vantaggio a Trump. L’unica speranza è che il sistema giudiziario riesca a bloccare Trump, ma è ormai assai difficile che ciò avvenga.

L’ipotesi di Michelle Obama

Ci vorrà quindi un colpo di teatro forte, con la candidatura di una donna che possa dare tutte le garanzie di chi conosce il mondo come Michelle Obama.

Quando si formula questa ipotesi, immediatamente c’è chi dice che la moglie del primo presidente afroamericana ha escluso ripetutamente, essa stessa di essere disponibili a candidarsi.

Personalmente credo che questa sia una forma di correttezza: conoscendo le regole della democrazia, non vuole essere lei a dare la spinta a Biden, ma se il presidente in carica farà da solo il grande e onesto gesto di lasciare, Michelle Obama sarà l’unica carta da giocare con possibilità di battere Trump.

Intanto, i più sentiti auguri a Giorgio Armani, che l’Italia deve ringraziare non solo per la sua genialità ma anche per aver saputo essere sempre equilibrato in un mondo non di rado dominato dagli eccessi come quello della moda. Auguri Maestro, e usando un artificio impossibile, glieli mando anche a nome di Vittorio Terrenghi, ora in cielo, che è stato per lunghi anni il suo fondamentale professionista, allo stesso modo in cui è stato decisivo insieme al professor Luigi Guatri, al professor Gaetano Marchetti e al mio maestro, il professor Victor Uckmar, nella fondazione e nello sviluppo di Class Editori.

Quasi una vita parallela, anche se lei, Maestro, è nell’Olimpo e noi combattiamo ogni giorno per far vivere bene l’unica casa editrice indipendente insieme a Rcs, dove Urbano Cairo è arrivato partendo dalla lettura della famosa intervista del nostro Capital a Silvio Berlusconi, che invitava chi avesse un’idea ad andare a trovarlo: lo fece per primo Ennio Doris e poi l’amico Urbano, sia pure con alcune difficoltà iniziali perché assaltava la scorta del Cavaliere all’ingresso della sede di via Rovani…

* * *

Meloni viaggia verso la Cina. Che riscopre la filosofia economica di Deng Xiaoping

Lo sa la presidente del consiglio, Giorgia Meloni, mentre si appresta ad andare in Cina, che nonostante tutto il presidente Xi Jinping ha rivalutato la filosofia economica del grande vicepresidente (non ha mai voluto essere presidente) Deng Xiaoping?

Deng, salito al potere dopo la fine della Banda dei quattro e quindi dopo la fine del potere della moglie dell’ex presidente Mao Zedong, la signora Jiang Qing, creò le basi del grande sviluppo con questa semplice ed efficacissima teoria: regime socialista con strumenti capitalistici.

Dopo il grande Deng ci sono stati presidenti non proprio dello stesso livello e delle stesse ambizioni. Però tutti hanno presieduto la Cina per due mandati, come nelle democrazie internazionali. Xi Jinping è salito al potere con l’ambizione di fare sempre più grande la Cina e proprio per questo ha abbandonato la regola costituzionale dei due mandati; ora è al terzo e lo ha ottenuto come usano fare i presidenti cinesi, dicendo che introducono il loro pensiero nella Costituzione: talvolta l’hanno arricchita, altre volte l’hanno profondamente cambiata.

È il caso del presidente Xi Jinping che appunto ha abolito il limite di due mandati. Ma non ha dimenticato gli insegnamenti di Deng in materia economica e infatti ha sposato in fin dei conti il principio denghiano degli strumenti capitalistici nel sistema socialista. Infatti, ha un impegno assoluto, quasi irremovibile verso il settore privato, ma lo bilancia con il suo impegno incrollabile anche verso le aziende pubbliche, di proprietà dello stato.

La sua scelta decisionale comprende la progettazione dall’alto verso il basso ma anche la sperimentazione del basso verso l’alto. È stato evidente durante il Covid, quando ha spinto i funzionari locali di partito a eliminare le infezioni anche con l’uso massiccio di blocchi; ma nello stesso tempo spingeva per la crescita, che naturalmente richiedeva libertà di movimento.

La spinta di Xi sulle tecnologie d’avanguardia e sulle produzioni tradizionali

Negli ultimi tempi ha comandato di sviluppare nuove forze produttive, giungendo a difendere le tecnologie d’avanguardia, ma senza mai perdere di attenzione verso le produzioni tradizionali. È la teoria di credere nella forza e nel potere delle forze contrapposte, o addirittura contraddittorie. Suggerisce, o si può anche dire comanda, di non trascurare mai uno dei due pilastri incrollabili. Tradotto, vuol dire che il partito comunista deve avere un impegno sia per l’economia pubblica, cioè dello stato, ma anche per l’economia privata.

Le riforme a lungo termine nel terzo plenum del 15-18 luglio

La decisione di seguire in un certo senso la teoria economica di Deng, Xi l’ha presa appena eletto presidente della Repubblica popolare cinese, nel 2013. E cioè letteralmente ha assunto la teoria di «incoraggiare, sostenere ma anche guidare senza esitazione lo sviluppo del settore non pubblico». E proprio fra pochi giorni, dal 15 al 18 luglio, si terrà il terzo plenum, che avviene ogni cinque anni e che sarà concentrato sulle riforme a lungo termine. Tuttavia, nel 2014, cioè un anno dopo l’ascesa di Xi, gli investimenti privati erano arrivati al 59%. È stato però il top, perché poi è iniziato un leggero calo progressivo che ha fatto toccare il 50% alla fine del 2023.

Insomma, in termini di principio il presidente Xi Jinping ha seguito le scelte che aveva fatto Deng Xiaoping, ma in termini operativi ha spinto perché i valori fra privato e pubblico si equilibrassero. E con la severità anche esteriore di Xi sono volate le multe ad aziende private. È emblematico il caso di Jack Ma che si è visto costretto ad abbandonare la guida di Alibaba.

Equilibrio e misura: se si esagera non c’è il carcere, ma un periodo di riflessioni in speciali alberghi che l’ex ambasciatore a Pechino, Alberto Bradanini nel 2015 mi fece vedere da lontano. Di conseguenza, è anche sceso il peso delle aziende cinesi controllate da privati. Fra le prime 100 aziende in borsa, il valore di quelle private in passato è stato del 55%; pochi mesi fa il valore era sceso al 37%.

In Cina si è verificata quindi una fase di riequilibri fra pubblico e privato, dopo il boom privato che si era verificato intorno al 2014-15, ma la valutazione di critici internazionali inglesi è che il sistema pubblico-privato funzioni e che Xi Jinping intenda mantenere lo schema, nonostante appaia naturalmente più rigido di Deng, che del resto si trovava con una economia tutta pubblica e con ampie difficoltà reali. Il suo statement fu quindi fondamentale per liberare risorse e suscitare la crescita privata che ha toccato appunto il livello più alto subito dopo la elezione di Xi Jinping.

Il rapporto tra economia privata e pubblica in Cina

Il convincimento è che l’economia privata non abbia danneggiato quella pubblica ma anzi ne ha suscitata l’efficienza e stimolato la vitalità. Ma sarebbe un errore pensare che la Cina di Xi Jinping voglia ridurre il peso pubblico nell’economia. Concettualmente l’economia privata deve funzionare da stimolo per quella pubblica.

Come migliorare le relazioni economiche Italia-Cina

Questo scenario offre alla presidente Meloni la possibilità di negoziare partnership economiche fra aziende pubbliche e private con aziende pubbliche e private cinesi. Se ci fossero dubbi, basta ricordare che la Cina è il secondo paese al mondo per pil: Usa oltre 22 trilioni di dollari, Cina oltre16 trilioni di dollari. Il terzo paese per pil è il Giappone con 5,38 trilioni di dollari. L’Italia è soltanto all’ottavo posto.

Ci sono i termini perché l’interscambio Italia-Cina debba salire significativamente: nel 2022 è stato di 73,9 miliardi, ma l’export italiano ha rappresentato solo 16,4 miliardi di euro. E questo è stato un record. Si capisce ancora meglio che occorre un riequilibrio per avvicinare almeno le esportazioni cinesi in Italia che sono state pari, sempre nel ‘22 a 57,5 miliardi di euro.

Archiviata la partecipazione dell’Italia alla Via della Seta, è il caso di rilanciare le relazioni dirette fra le imprese e infatti Cdp e Bank of China hanno fatto riemergere da un lungo letargo il Business Forum Italia Cina che si terrà in contemporanea alla visita a Pechino della presidente Meloni.

P.S. Come cambieranno, e stanno già cambiando, le aziende per l’avanzare della AI? Se lo chiedono quasi tutti gli imprenditori, indipendentemente dai settori. Onore all’impresa edile Pizzarotti, che ha addirittura creato un’Academy interna per informare e formare il proprio personale e decidere i nuovi processi di produzione e gestione. (riproduzione riservata)



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