
Con l’assemblea di Mediobanca di giovedì 21 l’amministratore delegato Alberto Nagel aveva chiaramente quattro obiettivi:
1) (dichiarato) trasformare Mediobanca da merchant bank sempre più in banca di wealth management grazie alla conquista di Banca Generali;
2) segnare una prima sconfitta degli azionisti Delfin e VM2006 (Caltagirone), che insieme hanno circa il 30% di Mediobanca, ma anche quote importanti di Mps e di Generali Assicurazioni (in realtà, questo è l’obbiettivo più alto della loro partita);
3) rendere più difficile e comunque molto più costosa l’Ops lanciata da Mps sulla stessa Mediobanca;
4) mettere in sicurezza la partecipazione del 13,1% di azioni di Generali Assicurazioni consegnandone la metà alla stessa Generali in pagamento del 51% di Banca Generali e l’altra metà agli azionisti terzi di Banca Generali, che possiedono il 49% della stessa banca: quindi sottraendola a Delfin, Caltagirone e a Mps nel caso di vittoria dell’Ops già lanciata da Mps sulla stessa Mediobanca.
Secondo molti analisti il primo obiettivo, sicuramente valido concettualmente, perché Banca Generali gestisce oltre 200 miliardi di euro per conto di clienti, era tuttavia secondario nell’ambito del confronto in atto in cui il principale obiettivo, almeno per Delfin e soprattutto per Caltagirone è quello di conquistare, finalmente, un ruolo molto importante in Generali Assicurazioni, che è oggi sicuramente il gruppo che non ha pari se non in Intesa Sanpaolo, banca e assicurazioni, essendo UniCredit una struttura a oggi eminentemente bancaria e senza una posizione adeguata nel campo della gestione dei patrimoni.
Il primo tempo della partita finanziaria in atto vede sicuramente la soccombenza di Mediobanca e del suo ceo Nagel, determinando un possibile, profondo cambiamento di Mediobanca, che per decenni è stato il pivot centrale delle operazioni finanziarie nel paese, secondo il progetto del suo fondatore Enrico Cuccia.
Ma è anche, probabilmente, il grande e definitivo recupero e sviluppo di quella che è tuttora la più antica banca del mondo in attività e cioè Mps o per esteso Monte dei Paschi di Siena, nata nel 1472 e che era in profonda crisi prima dell’arrivo dell’ad e direttore generale, Luigi Lovaglio, il quale ha scoperto di avere in casa un più che ottimo vice in Maurizio Bai da Grosseto.
Ma attraverso Mps sarà anche, probabilmente, il ritorno in primo piano del governo per il destino del mondo bancario e finanziario nazionale, con più ruoli che grazie alla professionalità del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, potranno essere giocati nel caso il bravo Nagel non sia in grado di garantire l’indipendenza di Mediobanca, dalla integrazione fra Mps e Mediobanca stessa (tutte e due con la lettera iniziale M ma con una storia politica e tecnica profondamente lontana l’uno e dall’altra).
Fin quando a gestire Mps (ed eventualmente Mediobanca) ci saranno manager come Lovaglio e Bai, e un ministro come Giorgetti, è molto probabile che il sistema bancario ed economico italiano sarà solido.
Giorgetti è riuscito senza clamore e senza abusi a indirizzare verso una gestione utile per il Paese anche la vicenda Bpm, cioè il tentativo, fallito, di prendere il controllo della ex-Banca popolare di Milano da parte di UniCredit. Giorgetti, appoggiandosi alle opzioni che consente il golden power, ha di fatto bloccato l’operazione e ora Bpm può essere pronta, nel caso abbia successo l’ops di Mps su Mediobanca, a condividere il controllo della stessa Mediobanca, nella logica di due banche commerciali che potrebbero avere lo strumento per operare come banca d’affari utile, in primo luogo, a far crescere le pmi italiane. Almeno questo è uno scenario che risulta da più fonti interpellate da questo giornale e che trova un punto d’appoggio importante nel fatto che proprio il ministro Giorgetti aveva chiamato Bpm a sottoscrivere un quasi 10% di Mps che lo stato doveva vendere. Quel 10% è diventato molto importante anche dal punto di vista geografico per una influenza di Milano su una maggiore centralità di Mps in tutta Italia e soprattutto per il futuro di Mediobanca, nel caso, come era già stata in passato, regnante Enrico Cuccia, quando la banca d’affari era delle tre Bin e cioè Comit, Banco di Roma e Credito Italiano.
Naturalmente queste sono idee che devono confrontarsi sugli orientamenti del mercato rispetto all’Ops ancora in corso di Mps nei confronti della stessa Mediobanca. Non può essere infatti escluso un revamp del bravo e serio Nagel a proposito dell’Ops lanciata da Lovaglio e Bai. Nel senso che il punteggio è ora 1 a 0 non tanto a favore di Mps quanto dei due azionisti di Mps, Delfin e VM2006, i quali essendo forti azionisti sia di Mediobanca che di Mps potrebbero essere decisivi anche per l’Ops che si concluderà a settembre, salvo altri possibili interventi di terzi.
Che tuttavia ci sia bisogno in Italia di una forte banca d’affari che possa aprire il mercato alle migliori pmi e non solo, è sicuramente incontestabile ed è altrettanto certo che avendo alle spalle Mps e Bpm, la stessa Mediobanca, oltre che svolgere altre attività, possa qualificarsi come punto di riferimento per le operazioni straordinarie e non solo quelle appunto delle pmi ma anche di aziende di più grandi dimensioni collocate non solo nel centro-nord d’Italia ma in tutto il paese dove Mps è presente. Questo disegno potrebbe assumere anche connotati laici, visto che a capo di Bpm c’è un uomo come Giuseppe Castagna, che è nato è cresciuto nella laica Comit e oggi ha dimostrato di saper gestire efficacemente non solo le attività ordinarie ma anche quelle straordinarie, come è stato il tentativo, respinto, di scalata su Piazza Meda, dove ha sede Bpm, da parte dello scatenato e bravo Andrea Orcel.
Se andasse in porto il tentativo di Mps di prendere il controllo di Mediobanca, ci sarebbe da meravigliarsi se, qualora Nagel decidesse di lasciare come è nella sua tradizionale correttezza, a capo della banca nata dalla Comit di Raffaele Mattioli e portata da Cuccia a comandare su tutti i grandi gruppi italiani, venisse scelto un manager gradito ovviamente a Mps ma anche al suo azionista Bpm? E di conseguenza al Nord Italia?
Alcuni nomi già girano ma non conviene correre troppo anche perché per conquistare Mediobanca non basta, come è stato per l’ops Banca Generali, il combinato disposto dell’alleanza fra il bravissimo Francesco Milleri capo di Delfin ed EssilorLuxottica, e il rapace Francesco Gaetano Caltagirone. In questo caso potranno apportare le loro azioni di Mediobanca pari a circa il 30%, ma così la loro quota in Mps, a seconda del numero totale di adesioni all’offerta, potrà variare ex post da un massimo del 27% di Delfin e 16,7% di Caltagirone (se aderisse solo il 35% dei soci attuali di Mediobanca) a un minimo del 15,9% per Delfin e al 9,9% di Caltagirone (nel caso aderisse il 100% dei soci). Ma in questi numeri e percentuali estreme ci dovrebbe essere grande spazio per le autorità di vigilanza come la Bce e la Banca d’Italia per far si che un gruppo bancario come MpsMediobanca (o MM che dir si voglia) possa essere in mano a due gruppi come Delfin e Caltagirone. Del resto, proprio nei giorni scorsi la Bce ha comunicato a Milleri che Delfin non potrà superare il 20% della capogruppo bancaria Mps, controllante di Mediobanca e con Mediobanca azionista principale di Generali Assicurazioni con ancora il controllo pieno di Banca Generali.
Ma a parte le problematiche su esposte e la vigilanza oltre che di Bce anche di Bankitalia, finora non particolarmente visibile, in questo balletto bancario assicurativo c’è appunto tutto il fronte Generali da tenere in debito conto, sia per tutti i premi delle polizze sia per gli investimenti che ne conseguono. E così, per ricordarlo, c’è il tema fondamentale dell’asset management, dei fondi, delle polizze e delle attività bancarie nelle mani di Generali.
Il bravissimo Philippe Donnet, nato francese ma con l’eleganza di aver chiesto e ottenuto la nazionalità italiana quando è diventato capo del Leone di Venezia, ha davanti a sé ancora quasi tre anni di comando delle Generali e quindi anche di Banca Generali. Consapevole del crescente ruolo delle compagnie di assicurazioni forti nel ramo vita e quindi nella gestione del denaro ha correttamente ipotizzato, prima che si scatenasse la battaglia per Mediobanca e quindi per il primo azionista di Generali, di fare una alleanza italo-francese appunto per l’asset management. È la ventilata jv con i francesi di Natixis, controllata dalle holding delle Casse francesi; una jv paritetica, è stato annunciato, fra Generali e la società francese in cui, nonostante la trasparenza di Donnet, da italiano per scelta, si percepisce grande diffidenza. Ed essa si sommerà a quella per il controllo sulle stesse Generali nel momento nel quale, per come sta girando il vento, potrebbe finire per non essere più una public company, anche se ha tuttora un azionista storico di spicco come Mediobanca. Il fatto è che sono azionisti diretti di Generali sia Delfin, gestita da Milleri, con il 10 e rotti, sia Caltagirone con quasi il 7%. Se a queste azioni dei due apparenti soci coordinati, sebbene l’atteggiamento di Milleri si sia distinto da quello di Caltagirone anche nella votazione in Mediobanca, astenendosi mentre Caltagirone ha votato contro, porterebbe a una possibile partecipazione coordinata Milleri-Caltagirone- Mps di circa il 30% in Generali.
Chi pensa che tutto ciò avvenga senza che altri protagonisti italiani e stranieri si muovano è forse scarsamente sensibile alle conseguenze che tutto ciò avrebbe per quanto riguarda l’enorme area dell’asset management di Generali. E infatti c’è più di un motivo per capire che ci sono già in atto, in tal senso, grandi movimenti. Chi può non considerare che, essendoci nell’asset management che fa capo a Generali una consistentissima quantità di debito pubblico italiano, sia per il lato assicurativo che per quello bancario, lo stesso governo italiano sia indifferente agli assetti che si stanno delineando?
Con i movimenti in essere e con anche l’ipotesi dell’accordo Natixis, è pensabile che nessuna istituzione italiana si muova sia in direzione di Generali che, in particolare, del suo asset management?
C’è, per chi sa, un mese specifico perché il problema venga affrontato: il mese di ottobre. E chi ha nel mondo bancario e delle gestioni le dimensioni, in Italia, per potersi fare carico di un tale problema e quindi della sicurezza delle gestioni di una parte significativa del debito pubblico italiano? La risposta non è difficile, basta esaminare i ranking del settore.
È ragionevole pensare che anche a Siena siano consapevoli di una tale problematica e che siano più che soddisfatti di quanto stanno, se staranno, per raggiungere.
Del resto, a più di un amico lo straordinario Donnet ha osservato che dal suo punto di vista quanto ha fatto finora è stato sempre nel rispetto del Paese, l’Italia, dove ha ottenuto le maggiori soddisfazioni personali. Per quanto riguarda la gestione assicurativa sta facendo crescere Giulio Terzariol, che dal gennaio 2024 è entrato a far parte, come capo della divisione Insurance, e del Group management Committee, provenendo da Allianz ed essendo stato prima in Generali Versicherung a Monaco e Vienna. Da bravissimo ceo del Gruppo Generali, Donnet, con professionalità, si è posto il tema di garantire una successione di alta qualità nel settore puramente assicurativo. Se ha fondamento la suggestione che al posto di Natixis il partner accettato da Generali per il settore dell’asset management possa essere un gruppo italiano, Donnet inevitabilmente dimostrerebbe in maniera più che assoluta che l’aver preso la cittadinanza italiana non è stato, come finora non lo è stato, un semplice atto formale.
Del resto c’è da domandarsi che cosa farebbe, al posto di Giancarlo Giorgetti, il ministro dell’economia di uno qualsiasi dei maggiori paesi dell’Europa, se per tutte le dinamiche che si conoscono, il controllo di un gigante come il gruppo Generali passasse a chi direttamente o indirettamente potrebbe possedere fra non molto tempo il 30% di quella che è una delle più grandi compagnie del mondo e per la quale si ruppe, decenni e decenni fa, l’amicizia fra Cesare Merzagora e Enrico Cuccia, i due allievi prediletti di Raffaele Mattioli, principe della Comit. (riproduzione riservata)