
Che cos’hanno in comune i tre manager italiani che compaiono ai vertici della classifica dei migliori in Europa stilata da Excel, ex Institutional Investor research?
Carlo Messina, ceo di Banca Intesa Sanpaolo, Philippe Donnet, ceo di Generali che da francese ha preso la cittadinanza italiana, e Luca de Meo, ex allievo preferito da Sergio Marchionne, che proprio in queste ore è passato da Renault a Kering: eccoli i tre moschettieri che fanno onore al sistema economico italiano. Ognuno con un carattere particolarmente diverso e invece con un approccio simile alla loro attività manageriale, che privilegia ugualmente la trasparenza e l’impegno a creare ricchezza per gli azionisti e di conseguenza per la comunità di riferimento.
Messina è presente nella classifica per l’ottava volta. Eppure, fra i tre, probabilmente, è quello più schivo o, meglio, che gradisce meno la ribalta. Ma sotto la sua guida, dopo l’esperienza fatta al Banco Ambrosiano, trasferendosi da Roma a Milano, ha segnato con la sua attività la costruzione della prima banca italiana che comincia come Banca Intesa (un nome un programma) e diventa Banca Intesa Sanpaolo quando, dopo aver incorporato cosa rimaneva della Comit, ha attuato la fusione con l’Istituto SanPaolo di Torino.
Il quasi miracolo compiuto è stato riuscire a integrare prima una banca come l’Ambrosiano, reduce dalle vicende segnate dalla morte di Roberto Calvi sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra, con la più laica delle banche italiane, la Banca commerciale italiana e, successivamente, il Sanpaolo, che anche nel nome denotava le radici cattoliche. Certo, uno dei segreti in questa impresa vera e propria è stato anche il ruolo svolto da chi aveva compreso le qualità di Messina, il bresciano professor Giovanni Bazoli.
Ma poiché prima di Messina a capo di Intesa c’era un manager sicuramente di valore come Corrado Passera, non a caso successivamente diventato anche ministro, la crescita dell’attuale numero uno del sistema bancario italiano è dovuta a doti che si possono sintetizzare in pacatezza, ma non a riduzione della determinazione; in ambizione umana senza desiderio di apparire; in senso sociale ma non a riduzione del profitto; in capacità di sintetizzare, pur in un mestiere per certi versi e in certe circostanze anche crudele, l’obiettivo del profitto con il senso di responsabilità verso il valore sociale di una banca.
Di una banca che fa tutti gli utili possibili nel settore, ma che avendo come azionisti principali sei Fondazioni, non dimentica mai, grazie anche alla visione di Messina, di gestire il credito non solo per il profitto della banca stessa ma anche per lo sviluppo del contesto economico italiano.
Una dote straordinaria di Messina è di gestire la Banca verso risultati economici brillanti rimanendo preferibilmente a Roma ma senza essere contaminato dalla politica e anzi con un distacco da essa che, se risiedesse prevalentemente a Milano, forse non potrebbe avere. La sua grande intuizione è di aver trasferito nella gestione per fare profitto la pacatezza implicita nelle Fondazioni azioniste, che garantiscono alla banca e appunto a tutta la struttura di gestione, non la frenesia di altre situazioni bancarie, sottoposte all’incertezza del comando.
Ma soprattutto è stata vincente la scelta fatta da Messina di unire da vari anni l’attività bancaria con quella assicurativa e con la gestione del risparmio, resa efficiente dalla solidità di un approccio niente affatto speculativo. Le fabbriche dietro gli sportelli e i siti digitali di dialogo con i depositanti e con i prenditori di denaro sono l’altro segreto e su tutto, per quanto riguarda il mercato principale, cioè l’Italia, è anche il nome assegnato alla struttura italiana: Banca dei Territori, fra l’altro gestita da un altro romano come Messina, l’altrettanto professionale responsabile della divisione, Stefano Barrese.
Ci sono vari criteri di gestire l’attività bancaria, ma quella basata sulla pacatezza, mai alla ricerca della speculazione per la speculazione, è sicuramente la più produttiva, perché è anche la più solida e i clienti, dal semplice depositante al grande imprenditore con linee di credito importanti hanno, rivolgendosi a Banca Intesa Sanpaolo, la percezione che all’interno si opera sempre in maniera riflessiva, non caratterizzata dalla speculazione, pur non perdendo nessuna occasione di corretto profitto.
Per certi versi, sia pure in un settore che ha in comune con Intesa Sanpaolo principalmente l’attività assicurativa e la gestione del risparmio, anche Generali e il suo ceo Donnet trasmettono al mercato solidità e pacatezza, nonostante i continui attacchi alla sua poltrona. Certo, come Intesa Sanpaolo è numero uno fra le banche, Generali è di gran lunga il numero uno e non solo in Italia nel campo assicurativo. E anche la scelta di Donnet di prendere la cittadinanza italiana pur da francese, ha trasmesso al sistema la volontà di servire in primo luogo il paese di origine della compagnia d’assicurazione e quindi la priorità di difendere l’interesse italiano.
Certamente gioca a favore di Generali una storia secolare (anno di fondazione 1831), che per iniziativa di Giuseppe Lazzaro Morpurgo ebbe subito una dimensione internazionale, con agenzie in tutti quelli che erano allora i differenti stati italiani e nei maggiori centri dell’impero austro-ungarico, da Vienna a Trieste e nei principali porti d’Europa.
Quindi avere al vertice dal 2016 (e sicuramente ancora per tre anni) un francese che, comprendendo il valore di Generali per il paese d’origine, chiede la cittadinanza italiana, è gesto che dovrebbe ottenere l’apprezzamento di tutti gli italiani. Invece, come è noto, c’è chi vuole fare la guerra a Donnet, in nome di una battaglia per l’italianità di Generali.
Ma chi è in grado di garantire questa italianità più di chi, non essendo nato italiano, ha voluto diventarlo? Generali è una vera società multinazionale, e per evitare qualsiasi sciovinismo e per dare un inequivocabile segno di rispetto verso il paese dove la società è nata e dove ha il suo quartiere generale Donnet, appunto, ha chiesto di essere italiano. E la presidenza della Repubblica non a caso gli ha consegnato le insegne italiane di Cavaliere del lavoro.
Un Cavaliere del lavoro che mantenendo la sede della compagnia a Trieste, retaggio della sua nascita, ha saputo segnare con il Leone di Venezia anche Milano, con il fantastico grattacielo a torsione in Citylife progettato dall’architetto iracheno Zaha Hadid. Una realizzazione architettonica che segnala anche la visione di Generali e del ceo Donnet a 360 gradi non solo sul mondo assicurativo ma anche su quello della gestione del risparmio.
È visibile a tutti il profondo desiderio di alcuni azionisti, tuttora di minoranza, di poter mettere le mani sulla gestione di Generali. Chi potrà scongiurare il pericolo di un asservimento di Generali a interessi personali da parte di alcuni noti caimani se non, nel momento critico, proprio Banca Intesa Sanpaolo gestita da Messina?
Del resto, l’ipotesi è stata fatta: la società di gestione del risparmio delle polizze vita potrebbe essere una partnership Generali-Intesa Sanpaolo, che avendo le più grandi masse gestite del paese ha posto il dettaglio di essere in maggioranza. Ipotesi che non ha marciato, ma Intesa Sanpaolo è sempre aperta per far sì che masse importanti come quelle di Generali non corrano rischi.
Altra storia e altro tipo di vivacità nella persona di de Meo. Lo conobbi durante un’intervista programmata con il mio grande amico Sergio (Marchionne). Il manager dalla flessibilità di poter passare fra poche settimane dalla gestione delle auto Renault a quella di Kering, il secondo grande gruppo francese del lusso, era allora responsabile marketing e assistette al mio colloquio con il salvatore della Fiat.
Alla fine dell’incontro mi accompagnò all’uscita e ci fermammo a parlare di Marchionne: insieme all’incondizionata ammirazione delle capacità manageriale, de Meo aveva però una certa saturazione per l’impegno totale, 15-16 ore al giorno che Sergio si imponeva ed imponeva. Ammirato, ma critico su quella quantità totalizzante di ore di lavoro al giorno.
Marchionne lo sapeva, ma aveva grande stima per de Meo, che del resto, con un brillante corso di laurea alla Bocconi e una laurea sull’etica degli affari e la conoscenza di cinque lingue, che nel 2017 concorse a farlo essere Alunno dell’anno della grande università milanese, come primo lavoro (ma guarda il destino successivo) fu assunto alla filiale Italia della Renault, dove rimase per sei anni, fino al 1998 quando fu chiamato alla sede in Francia. Con l’auto nel sangue (si era innamorato da studente della Flavia coupé HF del pilota Arnaldo Cavallari) fece un passaggio alla Toyota per arrivare infine alla Fiat nel 2002. E Marchionne non ci mise molto a capire le sue qualità, tanto da nominarlo ceo di Fiat e poi di Alfa Romeo e Abarth.
Si sentiva legittimamente l’erede di Marchionne ma Sergio non gli cedeva spazio e quindi, quando a de Meo arrivò nel 2009 la proposta di entrare nel gruppo Volkswagen, non esitò ad andare. Lo incontrai in aereo che era diventato responsabile di Audi e mi ricordò quanto fosse affezionato a Marchionne, ma non ne avesse più condiviso l’impegno totalizzante. Il passo successivo è stato quello di diventare ceo della società spagnola del gruppo, la Seat. In cinque anni, fino al 2020, ha risanato la casa spagnola con un grande successo del marchio in Sud America. Quindi il grande ritorno alla Renault a Parigi, ma questa volta da numero uno come ceo. Non vi è dubbio che sia stato il miglior allievo di Marchionne, confermandolo in pieno anche alla Renault, con la quale ha fatto vedere i sorci verdi a John Elkann.
Temperamento eclettico e determinato, ora non esita a passare dalle automobili, settore dove è rimasto per tre decenni, a un settore completamente diverso come quello di Kering, che controllato da François Pinault, controlla marchi come Gucci, Saint Laurent, Bottega veneta, Balenciaga, Brioni, Pomellato e altri ancora. Sono sicuro, avendone visto da vicino la dinamicità e la determinazione, che farà benissimo anche nel lusso.
C’è da domandarsi, quando morì il suo maestro Marchionne, perché non risulta ci sia stato un tentativo di Elkann per riportarlo a Torino. Ma sono anche sicuro che non avrebbe accettato, tale deve essere stata la delusione di non essere stato visto come il miglior erede di Marchionne. E sono altrettanto sicuro che, anche se Elkann gli avesse offerto uno stipendio doppio di quello che aveva in Renault, non avrebbe mai accettato, così lucida è sempre stata la sua analisi nei confronti di chi non era stato certamente generoso verso Marchionne, dal quale si staccò ma di cui ha sempre riconosciuto di aver imparato molto, se non moltissimo. E allora, caro Luca, benvenuto nel settore del lusso e del fashion, per il quale molto presto ti chiederò un’intervista per i nostri media dedicati al tuo nuovo business.
Ma c’è un altro grande uomo che a 88 anni ha la vivacità di un ventenne e con la sua grande cultura e conoscenza del mondo monetario, finanziario ed economico ha conquistato per la sesta volta la comunità finanziaria ed economica convocata, nel Salone della Borsa dove una volta c’erano le grida, per l’annuale sua relazione come presidente della Consob. Ecco a voi le conclusioni del Professor Paolo Savona.
«La nuova fase geopolitica di riduzione della cooperazione internazionale, la cui intensificazione aveva dato significativi esiti positivi per tutti i paesi del mondo, accresce la probabilità che peggiori il benessere economico e civile della popolazione del Pianeta. Gli effetti negativi di questa fase andrebbero anticipati e non subiti, indicando gli strumenti per superare le difficoltà, come quelli qui descritti.
L’epoca che viviamo è caratterizzata da una incessante innovazione tecnologica, che il Nobel dell’economia Robert Solow ha avvertito da tempo non sia una manna che cade dal cielo, ma un risultato che dipende dal comportamento delle istituzioni e dalle scelte politiche. Oggi disponiamo di una vasta conoscenza dei modi in cui la crescita reale ha permesso, secondo alcune stime, a circa cinque su otto miliardi di abitanti del Pianeta di trovare spazi di sopravvivenza e a circa due miliardi di uscire dalla povertà. Il perfezionamento delle istituzioni civili ha contribuito a raggiungere questo obiettivo e le diverse articolazioni della finanza hanno agevolato uno sviluppo endogeno delle innovazioni; perciò, la cura dello sviluppo reale impone di ancorare i risparmi alla crescita reale. I paesi economicamente più avanzati hanno ritenuto di poter abbandonare la manifattura industriale vivendo di finanza e di informatica, ma oggi vorrebbero reintrodurla ricorrendo al protezionismo, ossia tentando di portare indietro l’orologio della Storia.
Sembra che l’insegnamento di una generazione di grandi pensatori e politici non conti più e si possa confezionare una crescita reale riducendo le quattro libertà fondamentali enunciate da Roosevelt nel suo messaggio alla Nazione del 1941, che hanno ispirato nel dopoguerra le scelte di successo dell’area occidentale: la libertà di pensiero e di parola, la libertà di religione, la libertà dal bisogno e la libertà dalla paura.
Ancora una volta la storia si ripete e la moneta ritorna al centro delle attenzioni della politica. La lunga storia della sua evoluzione dalle forme rozze e poi metalliche, caratterizzate dalla scarsità, a quelle fiduciarie, creabili in misura illimitata, ha plasmato le istituzioni per governare la moneta, ma siamo in una nuova fase in cui le cryptocurrency, come ogni mezzo di scambio privato o virtuale, mettono in dubbio la validità dell’attuale architettura istituzionale del mercato mobiliare e creano l’illusione che una loro proliferazione possa recare vantaggi alla crescita civile; esse, invece, scardinano l’assetto esistente centrato sull’uso internazionale del dollaro degli Stati Uniti, senza delinearne un altro parimenti vantaggioso, controllabile e perciò stabilizzabile. In passato l’uso della sterlina e del dollaro come standard internazionali è stato deciso dai paesi leader del commercio internazionale e degli equilibri geopolitici. L’Accordo di Bretton Woods del 1944, che ha consentito progressi economici ai paesi che lo hanno accettato, conteneva clausole imperfette, che nel 1971 ne determinarono la fine. Oggi la proliferazione delle monete trova consenso per carenza di analisi e volontà del mercato, asseverata da scelte pubbliche.
Poiché i paesi leader del mondo non paiono disponibili ad affrontare congiuntamente il problema, l’Unione Europea dovrebbe provvedere a farlo, anche perché dispone delle condizioni per raccogliere l’eredità della proposta di Keynes a Bretton Woods e trasformare l’euro in una moneta as good as gold per contrastare l’identificazione tra l’oro e le crypto; oggi, come in precedenza argomentato, le tecnologie consentono alla politica monetaria di svolgere il suo compito stabilizzatore del potere di acquisto della moneta e alla finanza di porsi maggiormente al servizio dello sviluppo reale e del benessere sociale.
La solidità dell’industria europea e l’abbondanza del risparmio disponibile – testimoniate da un attivo complessivo delle bilance estere di parte corrente e dalla posizione finanziaria con il resto del mondo positiva – consentono all’Unione Europea di darsi una struttura competitiva, non solo sul piano del commercio mondiale, ma anche su quello di un euro accettato per usi internazionali. Basterebbe che gli operatori europei usassero solo l’euro digitale per il loro interscambio, che lo standard internazionale della moneta europea si accrescerebbe, non tanto per perseguire una posizione di vantaggio rispetto al dollaro, non esistendo le basi costituzionali affinché ciò si realizzi, in primis l’assenza di un’unione politica appropriata, ma per indurre gli Stati Uniti a sedersi a un tavolo al fine di ripristinare la cooperazione internazionale indispensabile per la ripresa della crescita globale, prendendo coscienza che non si può sottrarre alla lunga a un ortodosso governo del dollaro.
I cittadini dell’Unione Europea godono di un benessere sociale e individuale comparativamente più elevato rispetto a quello del resto del mondo sviluppato, ma devono sollecitare la definizione di un coerente programma di azione in prospettiva. La storia delle grandi civiltà insegna che le posizioni di vantaggio sono sempre precarie, facendo emergere prepotente il principio, fatto proprio da Gandhi, che non conta ciò che si ha, ma ciò che si fa”.
Caro Presidente, grazie per questa ennesima lezione.