
Complici anche le elezioni europee di questo fine settimana, i giornali di lotta politica si sono scatenati in questi giorni nel cercare di violare l’integrità del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Anche con titoli fortissimi, cercando di giustificare gli attacchi al presidente Mattarella con i precedenti attacchi della sinistra perfino a Giovanni Leone, tornando indietro nella storia repubblicana fino agli anni 70, come dire quasi mezzo secolo fa.
Come è noto a chi c’era o a chi ha letto la storia repubblicana, di dimissioni anticipate dal Quirinale ce ne sono state quattro, senza considerare quelle definite di cortesia, cioè di pochi giorni o settimane per favorire la procedura parlamentare come fecero Sandro Pertini e Carlo Azeglio Ciampi. I dimissionari per non sostenibilità della posizione sono stati appunto Giovanni Leone e Francesco Cossiga, mentre Antonio Segni si dimise per impedimento fisico permanente e ugualmente per ragioni di salute Giorgio Napolitano, al suo secondo mandato.
Vi risulta, tanto per rimanere alle dimissioni più clamorose, cioè quelle di Leone, che il presidente Mattarella sia stato accostato o sia accostabile a scandali come quelli che videro protagonista proprio Leone? Il presidente Mattarella è l’emblema della correttezza e della lealtà alla Costituzione. Quindi chi ha azzardato o azzarda il paragone commette una grave azione di disinformazione scrivendo che le critiche a Mattarella, specialmente da parte di esponenti della Lega, sono la stessa cosa delle critiche che la sinistra fece in particolare a Leone.
Per questo conviene ricordare i due principali episodi che macchiarono per così dire il settennato (ridotto) di Leone. Basta consultare Wikipedia, per avere contezza che è sempre rimasto il fondato sospetto che il nome Antilope Cobbler rivelato da Camilla Cederna sull’Espresso fosse proprio Leone, come parte dello scandalo Lockheed per l’acquisto dalla stessa Lockheed di aerei C-130 da trasporto per l’Aereonautica militare. Le accuse della Cederna non sono state provate, ma alla fine Leone si dimise prima della scadenza.
Anche perché di una grave mancanza, allora un reato, si era comunque macchiato: l’esportazione, vietata, di capitali in Svizzera, come fosse un qualsiasi industrialotto o grande finanziere che voleva avere soldi a disposizione esente tasse.
E di questo fatto sono certo, perché lo rivelai io con l’aiuto del compianto avvocato Giorgio Ambrosoli, allora commissario giudiziario delle banche italiane di Michele Sindona. Andò così, e lo scrivo su queste pagine per la prima volta. Io avevo scritto insieme a Maurizio De Luca, quando lavoravamo a Panorama, il primo libro della collana del settimanale dal titolo Il Crack- Sindona, la Dc, il Vaticano e gli altri amici. Proprio perché ero per così dire un Sindonologo, quando uscì il libro per proteggermi dalle minacce del genero di Sindona, Sandro Magnoni, il direttore del più bello e onesto settimanale italiano, il grande direttore Lamberto Sechi, mi fece andar via da Milano per tre mesi. Poco tempo dopo essere stato nominato commissario giudiziario della Banca Privata Italiana, l’avv. Ambrosoli mi chiamo e mi disse: «Il libro mi ha aiutato a imparare tante cose su Sindona. In cambio di questo aiuto indiretto voglio farle vedere la lista dei 500 italiani che hanno esportato illegalmente lire nella banca svizzera di Sindona, la Finabank di Ginevra».
In questa lista c’era anche il presidente Leone. Ciò accadeva quando avendo lasciato a malincuore Panorama, avevo accettato la proposta di Angelo Rizzoli, diventato anche l’editore del Corriere della Sera, di tentare di rilanciare, trasformandolo in settimanale economico, il Mondo, fondato da Mario Pannunzio e che era stato il riferimento del miglior gruppo laico progressista del paese, da Eugenio Scalfari al futuro governatore Paolo Baffi. Angelo Rizzoli, fervente repubblicano, lo aveva rimesso in vita, cercando di trasformarlo in newsmagazine per tentare la concorrenza a Panorama e L’Espresso. La trasformazione non funzionò e per questo Rizzoli aveva pensato di affidarmelo per farne il primo settimanale economico finanziario italiano.
Angelo Rizzoli era notoriamente amico del figlio del presidente Leone, Mauro. Sapevo quindi i problemi che avrei creato e mi sarei creato pubblicando su il Mondo la lista dei 500 esportatori illegali di capitali. Ma sapevo che facendolo avrei affermato una verità importante, che a mio avviso è il tentativo permanente che un giornalista deve fare. Quindi decisi di procedere passando in tipografia, come sempre due giorni prima dell’uscita del settimanale, una copertina a colori che non conteneva nessun riferimento alla lista dei 500. Ma prima che il settimanale andasse in macchina, sostituii la copertina in nero con il titolo
«La lista dei 500, c’è anche lui» e la fotografia era quella di Leone. Nel mio mestiere ho ricevuto alcune querele (sempre assolto), ma per questa copertina e inchiesta assolutamente no, perché la famiglia Leone (non va dimenticato il ruolo della moglie, Donna Vittoria) sapeva benissimo che i capitali li avevano esportati e Ambrosoli ne aveva i documenti.
La mattina dell’uscita dell’inchiesta mi chiamò Alberto Rizzoli, fratello di Angelo: «Il presidente è disperato, vai a trovarlo». Andai subito nella sua casa, nella traversa fra corso Matteotti e corso Vittorio Emanuele. Angelo era davvero affranto, ma da editore puro qual era, alla fine di uno sfogo mi disse: Direttore, lei ha fatto il suo dovere di informazione, ma stia attento, sia prudente, perché quel mondo è pericoloso.
La profezia di Angelo Rizzoli, che ha fatto una fine tragica per aver accettato l’aiuto della P2 nel tentativo vano di salvare la casa editrice, era fondata: non per me, ma per l’avv. Ambrosoli, fatto uccidere da un sicario assoldato da Sindona. Fu un mio grande dolore, come di tutti quelli che credono nell’onestà e nell’impegno civile, nel senso del dovere, e non cesserò mai di ricordare il coraggio e l’impegno civile di Ambrosoli, che rimane uno degli esempi più illuminanti di come si debba perseguire la delinquenza che si annida nella politica e nella finanza.
Per questo è davvero ridicolo e provocatorio tentare, da parte di chi lo ha fatto, di mettere sullo stesso piano le critiche a Leone e quelle, ingiuste al Presidente Mattarella, la cui famiglia ha conosciuto lo stesso dolore della famiglia Ambrosoli con l’omicidio del fratello Piersanti, impegnato contro la mafia come era di fatto impegnato Ambrosoli perseguendo Sindona. E non a caso, è stata in tutte e due i casi la mano della mafia a sparare.
Complimenti Madame Christine Lagarde, dopo un’attesa che durava dal 2019, ha partorito un taglio-topolino di ben 25 punti base, cioè di 1/4 di punto percentuale, facendo atterrare il tasso da questa coraggiosissima manovra dal 4 al 3,75%. Pazzesco. Ancora una volta ha vinto il terrore dei rappresentanti tedeschi e in particolare di Isabel Schnabel che, come nella tradizione dei suoi predecessori, fa muro evocando sempre il pericolo inflazione.
«Era ora», ha commentato invece secco e chiaro il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, evidentemente deluso. Come anche non soddisfatto si è mostrato il primo banchiere italiano, cioè il ceo di Intesa Sanpaolo che dallo schermo di Class Cnbc ha commentato: «Mi aspetto altri tagli di tassi da parte della Bce nel 2024. È infatti necessario accelerare la crescita del pil in Italia e in Eurozona e questo può accadere solamente tramite la riduzione ulteriore dei tassi. La Bce deve agire autonomamente dalla Fed».
Ma, o Lagarde bluffa oppure l’auspicio del più autorevole banchiere del paese rischia di rimanere inascoltato, perché Lagarde ha detto chiaramente che altri tagli ci potranno essere solo nel 2025, evocando il pericolo di inflazione. E più specificamente, per giustificare la prudenza, ha citato «le pressioni (evidentemente inflazionistiche, ndr), dal momento che la crescita dei salari resta elevata e l’inflazione resterà verosimilmente a livelli più alti del target per gran parte del 2025». In termini espliciti, o il tasso d’inflazione scende al 2% (e la previsione della Bce è che ciò possa avvenire solo nel 2025) o nel corso di quest’anno non ci saranno altri tagli.
Eppure, secondo Messina, come ha detto, senza altri tagli non ci sarà crescita significativa del pil in Italia e in Eurozona. Insomma, non è accettabile che la linea della Bce sia condizionata dall’iper-valutazione degli effetti dell’inflazione secondo la cultura della Germania.
Nonostante questa sia una realtà inequivocabile e nonostante sia più che doveroso ricordare l’enorme debito pubblico italiano, sorprende che giornali e giornalisti qualificati abbiano deciso di difendere la politica della Bce rappresentata da Lagarde. A giudizio di questi, è grazie alla Bce, alla sua rete di protezione, articolata in varie iniziative, se l’Italia non sia saltata. E che cosa dovrebbe fare una banca centrale europea se non operare per difendere le economie e la stabilità dei paesi membri, specialmente se rilevanti? Forse ci si dimentica di come il rigorismo, anche se giustificato dalla scelleratezza dei governi della Grecia, innescò, facendo fallire Atene, un periodo drammaticamente negativo per la moneta europea e come la contaminazione costrinse a impegni della Bce enormemente più importanti di quelli che avrebbe dovuto attuare se non fosse stato fatto saltare la Grecia? La Grecia, cioè un piccolo paese; figuriamoci cosa sarebbe successo se la Bce non avesse attuato provvedimenti rientranti pienamente nei propri poteri e doveri per dare supporto al debito pubblico italiano.
Tutto ciò non significa e non toglie che l’Italia debba tagliare drasticamente il debito. E come i lettori di queste pagine sanno bene, finalmente un ministro dell’economia capace e aperto ai suggerimenti e agli stimoli come Giancarlo Giorgetti ha dato una risposta di consenso all’idea di tagliare il debito valorizzando e cedendo attraverso fondi immobiliari locali gli immobili trasferiti anni fa dallo stato agli enti locali. E MF-Milano Finanza, a rischio di annoiare i lettori non interromperà il sostegno all’idea e al ministro che finalmente l’ha sposata.
Assume quindi particolare significato quell’esclamazione del ministro Giorgetti («Era ora…») quando la Lagarde ha annunciato finalmente il taglio, sia pure di un misero quarto di punto, dei tassi ufficiali della Bce. È evidente che per tagliare il debito pubblico di un paese super indebitato come l’Italia occorre che i tassi siano bassi e non solo per il minor onere sul debito stesso, ma anche, se non soprattutto, perché con i tassi bassi è possibile mobilitare l’enorme risparmio italiano verso investimenti produttivi e immobiliari che hanno come caratteristica la stabilità ma anche una crescita di valore patrimoniale nel tempo; ma certamente non hanno la capacità di dare rendimenti immediati con tassi al 7-8- perfino superiori al 10%, come chiedono oggi vari prestatori di denaro.
Ma nella legittima battuta di Giorgetti c’è anche un altro significato, cioè una critica a fare ciò che la Lagarde ha annunciato nell’occasione di questo taglio in una intervista a Sky e il cui contenuto ho già spiegato sopra: «per il 2024 non fatevi illusioni, non ci saranno altri tagli, si vedrà come la situazione si evolve nel 2025». La prudenza va bene, ma essere così tranchant è tipico della politica imposta alla Bce dalla Germania con la sua inflessibile rappresentante Isabel Schnabel. Eppure, anche la Germania avrebbe bisogno di far respirare l’economia che non va certo a gonfie vele.
È comunque importante che con quella battuta di Giorgetti il segnale almeno sia stato dato, perché il pericolo reale è che la crescita, che è fondamentale per ogni economia, non venga interrotta da iper-prudenza. Non è insignificante, anzi è illuminante, il commento e la considerazione fatta dal primo banchiere italiano, Messina, e che ho riportato sopra. E se c’è un banchiere che è l’immagine di una equilibrata prudenza è proprio Messina. Non è pertanto commendevole per ragioni magari di relazioni personali che venga enfatizzata una difesa d’ufficio, da parte di chi scrive e commenta, per le mirabolanti reti di sicurezza che la Bce avrebbe adottato a favore dell’Italia. Per capire questo eccesso di zelo basta ricordare che se alla Bce, dopo anni di crisi nera partita con il crack Lehman non fosse arrivato a Francoforte Mario Draghi, con la sua famosa frase «Tutto quello che serve», per i desiderata della Germania e di altri paesi satelliti l’Europa sarebbe ancora nella drammatica recessione del primo decennio del 2000. Non si può dimenticare che l’unico che votò contro l’iniziativa di Draghi fu il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. (riproduzione riservata)