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Caro ministro Giorgetti, sul Tagliadebito saremo con lei per attuarlo
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Caro ministro Giorgetti, sul Tagliadebito saremo con lei per attuarlo

12 aprile 2024, 20:30

La proposta del Tagliadebito lanciata da MF-Milano Finanza ha trovato accoglienza presso il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Ecco come l’operazione è congegnata. E gli effetti che può produrre | Un debito/Pil del 286% contro il 140%: ma il Giappone non rischia come l’Italia

Nel mezzo dei venti di guerra che spirano da quasi tutti gli angoli del mondo, c’è una donna che sta cercando con ogni sforzo di far sì che i rapporti economici fra le due più grande potenze del mondo, gli Usa e la Cina, siano tali da allontanare il pericolo di conflitti.

La signora è l’americana, segretario al tesoro, Janet Yellen. I lettori di queste pagine sanno già che è stata la Yellen a recarsi in Cina quando la tensione fra i due paesi era arrivata all’apice per la questione del Pallone definito spia che sorvolava una parte dell’America. Ed è stata la signora dai capelli bianchi che recandosi di nuovo a Pechino a novembre ha creato le premesse perché i due capi, Joe Biden e Xi Jinping, a San Francisco, a margine del Vertice dell’Asia-Pacific economic cooperation (Apec), si abbracciassero e tornassero a parlarsi, anche se l’imprevedibile presidente americano ha rischiato la nuova rottura, pur qualificando in maniera troppo brutale, il presidente cinese come dittatore.

Il segreto di Janet Yellen

Qual è il segreto della Yellen? Sapersi presentare, è stato scritto, come una professoressa con gli occhi che le brillano invece che come un avvoltoio delle relazioni internazionali. Ad aiutarla sono i suoi anni come presidente della Fed, la banca centrale americana. E proprio per la sua esperienza come banchiere centrale non ha esitato a far sapere alle banche cinesi che se aiutano con prestiti la Russia a comprare armamenti, è bene che sappiano qual è il loro destino: non poter operare con gli Usa.

L’abilità della Yellen è di parlare alle banche cinesi perché la Russia capisca che gli Usa sono pronti a continuare sulla strada di mettere sanzioni verso chi aiuta la guerra con l’Ucraina. In questo modo gli Usa tentano di seguire la linea delle banche centrali europee che hanno fatto uscire dal sistema dei pagamenti internazionali molte banche importanti russe sì da isolarle. Risultati importanti ma non decisivi. Perché altre banche hanno proseguito i rapporti. Ma grandi istituti di credito cinesi e indiani e del mondo arabo si sono tenuti fuori per non essere colpiti dalla arma della Yellen che minaccia sanzioni alle banche di molti altri Paesi e non solo, ovviamente, verso quelle russe.

E l’arma della Yellen verso le banche che tentano di saltare le sanzioni e lavorano con la Russia ha un nome preciso: il dollaro. Dollaro perché nonostante la Russia e la Cina dopo le sanzioni americane decise dall’allora presidente Barak Obama per l’occupazione della Crimea da parte della Russia abbiano deciso di operare le loro transazioni nelle rispettive monete, il biglietto verde è ancora dominante in tutti i mercati finanziari.

Una guerra mondiale è già in corso

È tutto ciò nonostante il presidente Obama abbia dichiarato agli studenti della Stanford University che quelle sanzioni forse furono sbagliare perché riconobbe che circa il 80% della popolazione della Crimea era russa. Le parole di Obama sono state un gesto di onestà e autocritica, ma senza usare per le transazioni il biglietto verde la Yellen sa bene che i vari paesi sono come handicappati, nonostante sia indubbio che la decisione di Cina e Russia di fare autarchia monetaria abbia creato e crei al dollaro qualche problemino.

Quindi, come si vede, una guerra mondiale è già in corso anche se non fra Paesi ma contro l’egemonia del dollaro. Per questo il ruolo della Yellen, come segretario del tesoro americano, è primario anche nel tentativo di evitare lo scontro fra Usa e Cina. Quando la Yellen parla, non solo Biden la sta ad ascoltare ma anche Xi Jinping non può farne a meno vista la necessità della Cina di rilanciare l’economia. E proprio il dollaro e i fenomeni economici sono in questo momento l’unico deterrente che può essere giocato per evitare che la guerra diventi mondiale. Per questo la Yellen si guarda bene dal fare mosse che possano far crollare anche una sola grande banca dell’Est. E per questo non solo Biden ma anche Xi Jinping non mancano di ascoltare la ex presidente della Fed. A dimostrazione che con tutti i problemi interni degli Usa, gli stessi Usa hanno nel dollaro un’arma micidiale: basterebbe una svalutazione del dollaro per cambiare tutti gli scenari.

Exor, dal maxi-utile all’Alfa Milano

Due titoli sui giornali di venerdì 12: Super utile per Exor nonostante il rosso Juve; Duello governo-Stellantis sull’Alfa (nome Milano) prodotta in Polonia.

Ovviamente non è lecito dispiacersi che Exor, guidata da John Elkann, abbia fatto 4,9 miliardi di euro di utile, grazie poi ad un pagamento di tasse molto ridotto perché da otto anni ha trasferito prima la residenza fiscale in Olanda e dopo ha anche trasferito alla borsa di Amsterdam la quotazione del titolo. Elkann non è certo l’unico che dall’Italia va nel paradiso fiscale dell’Olanda, che da sola evidenzia quanto non esista realmente una Unione Europea, visto che ogni Paese conserva la propria autonomia fiscale e i Paesi più piccoli ne approfittano per attirare società con livelli di prelievo fortemente ridotti, cioè puntano sul fisco e su una borsa che fa trattamenti speciali rispetto ai Paesi più grandi ingrassando così il proprio bilancio di stato, permettendosi poi anche di essere critici verso Paesi come l’Italia per il proprio debito pubblico.

I posti di lavoro in Italia

Tralasciando completamente le beghe di John Elkann e fratelli con la madre Margherita che non è certo uno stinco di santo, non si può invece non soffermarsi sul secondo titolo, perché nel caso della partecipata (con la quota maggiore) Stellantis non è in causa il trattamento fiscale, ma il mantenimento di posti di lavoro in Italia. Come è noto dopo il miracolo fatto da (San) Sergio Marchionne, che conquistando Chrysler e mutando il nome di Fiat in Fca, aveva non solo salvato la casa torinese ma l’aveva fatta diventare anche americana nell’efficienza e nella strategia, Elkann non ha trovato niente di meglio che andare a fondere Fca con Peugeot in Stellantis, senza evidentemente assumere nessun impegno dagli altri azionisti (Exor 14,9%, famiglia Peugeot 7,35%, lo stato francese attraverso Bpi France Participation 6,76%, e il fondo di Aviva Cpr asset management con un più del 3%) perché gli stabilimenti italiani rimanessero attivi. Si è solo preoccupato di usare la quota del quasi 15% di Exor per garantirsi la presidenza, la quale per altro gli dà anche alcuni poteri operativi. Risultato: Stellantis ha ridotto la produzione in Italia a 600 mila auto, con la promessa del Ceo Carlos Tavares, dopo continui stimoli del governo italiano, di poter arrivare, forse a 1 milione di vetture e chi sa quando. Ma proprio mentre i sindacati scioperano e il serio ministro delle imprese e Made in Italy, Adolfo Urso, chiede impegni precisi ecco la notizia che la nuova Alfa Romeo, per di più con il nome Milano, sarà prodotta in Polonia. Doppia provocazione alla storia: visto che Alfa Romeo fu ceduta alla Fiat dallo stato italiano per rafforzarla e che la Milano viene prodotta fuori dall’Italia. Caro Signor ministro, Lei ha fatto bene ad aggiungere al nome del suo ministero la dizione Made in Italy, ma condividiamo con Lei che questa scelta è una vera provocazione. E la sua affermazione che l’auto non potrà chiamarsi Milano sulla base della legge del 2003 denominata Italian sounding, che prevede che non si possono dare indicazioni che inducono in errore il consumatore. Questo non è bieco nazionalismo ma trasparenza proprio per il valore che ha assunto il termine Made in Italy, e il successo che ha nel mondo la città di Milano, non solo come capitale della moda ma di mille altri prodotti, fra i quali in passato c’erano anche le automobili.

Cosa direbbe Giovanni Agnelli?

Non so se Giovanni Agnelli si rivolti nella tomba perché anche lui ne ha fatte proprio non favorevoli all’Italia, da cui ha avuto il massimo, compreso il salvataggio di Fiat organizzato dall’unico banca d’affari italiana, Mediobanca, che riuscì a fare entrare nel capitale la Libia di Muammar Gheddafi.

E il ministro ricorda che il governo sta operando per favorire la produzione di 1 milione di auto, come indicato da Stellantis, ma che per sostenere il sistema dell’indotto ne servono almeno 1,4 milioni. «Se Stellantis ritiene di poter produrre 1,4 milioni di auto ben venga», conclude il ministro Urso, «Altrimenti è inevitabile che ci sarà spazio per altre case automobilistiche» cinesi, anche se non lo dice per non essere provocatorio quanto lo è stato Tavares che ha accusato il ministro di voler spalancare le porte a produttori cinesi, come non fosse noto che l’industria automobilistica cinese è molto avanti. Prova ne sia che quando il cancelliere Olaf Scholz ha chiesto al capo della Volkswagen di non investire più in Cina la risposta è stata inequivocabile: «Lo sa Signor Cancelliere, che VW realizza in Cina il 40% del suo fatturato di prima casa automobilistica del mondo?». E il Cancelliere non ha più fiatato. E non fiaterebbe se in carenza di produzione in Germania, case automobilistiche cinesi andassero a produrre nella Repubblica federale.

La lealtà verso la ex Fiat

La lealtà dell’Italia verso la ex Fiat, che negli anni ha incassato miliardi e miliardi di denaro pubblico, è dimostrata dal fatto che il ministro Urso si è detto disponibile a favorire la produzione in Italia, dove nella storia si realizzavano 3 milioni di auto all’anno, ma che per questo l’impegno, per sostenere l’indotto, la produzione deve essere di almeno 1,4 milioni di auto. Vedremo se Tavares ed Elkann vorranno avere un minimo di coerenza. Altrimenti per una volta mi troverò (e non solo io) con l’articolo pirotecnico e giustamente dissacrante che ha dedicato alla ex-Fiat e alla sua famiglia, su Il Giornale, Vittorio Feltri, di cui riporto due passaggi, uno esilarante, l’altro profondo:

1) «Sarebbe il caso ci si ricordasse e si trovasse il modo di invertire il flusso della trasfusione di sangue a getto continuo, che credo abbia ispirato i progettisti di oleodotti transcontinentali, i cui donatori sono sempre stati gli italiani costantemente chiamati a porgere il braccio per dare più colore alle guance candide e al pallido vello degli Agnelli, gli unici da noi mai sacrificati per la Pasqua»;

2) «Per circa un secolo popolino e popolo hanno vissuto convinti che il destino dell’Italia coincidesse con quello della Fiat. Un luogo comune espresso nella formula “Ciò che va bene per la Fiat va bene per l’Italia”, di cui l’inventore pro domo sua è stato proprio Gianni Agnelli che poi in una intervista a Giovanni Minoli ha reso più efficace il concetto: “Quello che è male per Torino è sempre male per l’Italia”». Amen.

Grazie, ministro Giorgetti

P.S. Non avevo dubbi che il bravo ministro Giancarlo Giorgetti non avrebbe lasciato cadere la sollecitazione diretta che MF-Milano Finanza gli ha rivolto la settimana scorsa su queste pagine. Nella conferenza stampa dopo l’approvazione del Def, Janina Landau, giornalista della multimedialità di Class Editori, come responsabile di Class Cnbc a Roma gli ha ripetuto dal vivo la nostra proposta Tagliadebito basata sulla vendita degli immobili passati svariati anni fa dallo stato agli enti locali quand’era ministro dell’economia Giulio Tremonti in base a una legge approvata durante il governo presieduto da Massimo D’Alema.

Ecco la domanda e la risposta del sempre cortese e concreto ministro Giorgetti.

Domanda: «Il nostro direttore ed editore, nel suo ultimo Orsi&Tori su MF-Milano Finanza, proponeva che per abbattere il debito uno dei passaggi importanti sia quello di vendere gli immobili pubblici passati dallo stato agli enti locali e per larga parte lasciati dormire, magari anche con l'aiuto delle banche. Cosa ne pensa?».

Risposta. «Per quanto riguarda la possibilità di vendere gli immobili pubblici, sono assolutamente favorevole. Bisogna trovare coloro che li comprano a un prezzo giusto, equo e remunerativo. Quindi dobbiamo fare queste vendite e lo stiamo già facendo per gli immobili diretti dello stato. È chiaro che la buona parte del patrimonio pubblico, quello che generava reddito sicuro è già stato alienato in altra epoca, in un altro frangente storico».

Mentre ringrazio il Signor Ministro della sua precisa risposta, voglio ricordare a lui e a tutti gli interessati che la nostra idea (ora ufficialmente anche quella del Ministro) è condivisa anche dal primo banchiere d’Italia, il ceo della prima banca italiana, Intesa Sanpaolo. Carlo Messina si è dichiarato più volte convinto che caserme, palazzi, terreni, che sono stati passati agli enti locali possano essere messi in fondi immobiliari in modo da collocare le loro quote soprattutto a risparmiatori locali e conservando una quota per gli stessi enti locali che ora li possiedono e che potrebbero così avere un rendimento permanente anche dopo la vendita, mentre l’incasso dovrà servire a ripagare parte del debito pubblico degli enti locali, che concorre per circa 700 miliardi al debito nazionale, ottenendo così un abbattimento del debito che pesa complessivamente sull’Italia. (riproduzione riservata)



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