
Nei giorni scorsi la Repubblica popolare di Cina, come ha scritto MF di giovedì 20, ha collocato obbligazioni per 4 miliardi di euro divise in due tranche con una domanda totale di 104,6 miliardi di euro e quindi superiore di 26 volte l’offerta. Per la tranche a quattro anni la Cina paga il 2,4% annuo, per la tranche a sette anni il 2,7%.
L’andamento delle due offerte conferma la fiducia degli investitori negli asset cinesi, mentre le tensioni commerciali si attenuano e la forte richiesta di banche centrali e fondi sovrani mostra una crescente diversificazione per le riserve. È un collocamento assai limitato per la dimensione della Cina, ma per il mercato dei bond di stato, assolutamente significativo.
La spiegazione dei banchieri che hanno gestito le operazioni indica che in tempi di volatilità del mercato, un emittente come la Cina ottiene significativi consensi. E il tasso ottenuto per le emissioni dello Stato cinese influenza inevitabilmente e in senso positivo quello che devono pagare gli operatori privati del più vasto Paese del mondo.
A giudizio del mercato dei capitali la credibilità cinese è cresciuta nonostante il periodo di rallentamento che ha subito nell’ultimo anno. Come si spiega, quindi, questo apparente paradosso in cui l’economia cinese è entrata in rallentamento e, invece, la fiducia degli investitori in titoli pubblici cinesi è crescente? Il tasso di interesse naturalmente è un indicatore fondamentale, ma non spiega da solo i livelli attuali.
Per capire viene in aiuto la ricomparsa del libro firmato dal presidente Xi Jinping dal titolo Governare la Cina. In oltre 500 pagine (edito in Italia da Giunti) il libro mostra in primo luogo due fatti: il primo, l’enorme lavoro dei salvatori della Cina e cioè di Deng Xiaoping che non ha mai voluto essere presidente ma solo vicepresidente, rendendo però presto superflua la figura di Hua Guofeng, formalmente succeduto al grande Mao; e poi lo stesso Xi.
Nel libro a sua firma, Xi ricorda una frase fondamentale di Deng (Xi naturalmente lo chiama compagno) pronunciata nel 1992 dall’eterno vicepresidente (ma con funzioni da presidente), durante il suo viaggio nel sud della Cina: «Probabilmente saranno necessari altri trent’anni per avere un sistema più maturo e meglio definito sotto i vari aspetti», sentenziò Deng. E di questa consapevolezza e convincimento di Deng ebbi personalmente conferma quando, nel dicembre del 1978, potei intervistarlo, naturalmente all’interno della Città proibita al seguito del ministro del commercio estero italiano, Rinaldo Ossola. Ancora e sempre come vicepresidente ma nel pieno del suo straordinario lavoro per la Cina, Deng aveva capito che l’Italia poteva essere un partner importante per il Paese più grande del mondo. E non solo per Marco Polo. E, infatti, con il ministro Ossola il vicepresidente si mostrò apertissimo a varie forme di collaborazione.
Dopo Deng, a capo della Cina ci sono stati Jiang Zemin e Hu Jintao, ma è appunto con Xi che il vento è cambiato in positivo e non era facile dopo quanto aveva fatto Deng. Il libro Governare la Cina ne è la conferma.
Il presidente Xi è stato eletto per la prima volta nel novembre 2012 e attualmente è al terzo mandato, uno in più di quanto avveniva nel passato. Ma Xi cominciò a manifestare la sua determinazione e abilità fin da quando negli anni 80 fu inviato da Deng a fare il progettista o l’architetto delle zone economiche speciali, per favorire il decollo industriale della Cina. Dal 1975 al 1979 aveva studiato ingegneria chimica all’università Tsinghua di Pechino e subito dopo ottenne un dottorato di ricerca in legge. Dopo vari incarichi fra cui membro permanente del comitato centrale nonchè presidente della Scuola centrale e successivamente, nel 2008 vicepresidente della Repubblica, nel novembre del 2012 è stato eletto dal XVIII congresso nazionale del partito comunista segretario generale e capo della commissione militare centrale. Che sono le due cariche più importanti nel Partito comunista cinese, di cui fino a quel momento era titolare Hu Jintao. L’assunzione contemporanea dei due incarichi era la premessa per essere eletto (il 14 marzo 2013) Presidente della Repubblica.
Xi Jinping, a differenza di Deng, ha un mood sempre severo fin dal suo sguardo e ha superato i due mandati canonici, essendo al terzo. Ma ha raggiunto molti risultati sia sul piano economico sia delle tecnologie, ma soprattutto sul piano strategico. Non è un caso, infatti, che il presidente Donald Trump, pur con la sua arroganza, abbia voluto incontrarlo sia pure nel territorio neutro della Corea del Sud nella base militare presso l’aeroporto internazionale vicino a Busan.
«Lo sviluppo della Cina va di pari passo con la visione di rendere di nuovo grande l’America», ha detto il presidente Xi e ha continuato: «La Cina e gli Stati Uniti possono assumersi congiuntamente le loro responsabilità di grandi potenze e lavorare insieme alla realizzazione di progetti più ambiziosi e concreti per il bene dei nostri due Paesi e del mondo intero». E alla grande agenzia cinese di news, Xinhua, alla fine Xi ha dichiarato: «Cina e Stati Uniti dovrebbero concentrarsi sui benefici a lungo termine che derivano dalla cooperazione piuttosto che cadere nel circolo vizioso delle ritorsioni». E il presidente Trump? «Incontro con Xi grande successo. Intesa su terre rare e riduzione dazi. Su una scala da 1 a 10, l’incontro con Xi è stato 12». Basta il linguaggio per capire le differenze.
È stato l’ambasciatore cinese a Roma, Jiang Guide, a ricordare, il 13 novembre, prima di lasciare l’Italia per rientrare a Pechino per fine mandato, ovviamente in linea con il presidente Xi, che la Cina punta a una crescita economica orientata a innovazione, sostenibilità e apertura internazionale, avendo contribuito negli ultimi 10 anni al 30% della crescita economica globale, avviando il passaggio da fabbrica del mondo a hub globale dell’innovazione.
Parole da diplomatico? Certamente un ambasciatore cinese non solo sconta la gentilezza e il garbo di moltissimi dei cinesi, ma ragiona in termini diplomatici, sperando di lasciare al governo italiano un messaggio affinché le promesse implicite nella firma di rinnovo dopo un ventennio, nel luglio di un anno fa, del partenariato Italia-Cina a Pechino da parte della presidente Giorgia Meloni, abbiano a sviluppare un’intesa economica e politica sempre più intensa. Succederà? Quella firma segnala una volontà vera?
Nel periodo dell’ultimo piano quinquennale, il quattordicesimo, 235 mila nuove imprese straniere sono arrivate in Cina. Ce ne sono di italiane, ma potrebbero essercene di più perché al di là delle posizioni politiche, per non parlare di quelle quantomeno eccentriche di Trump, la Cina tende a diventare sempre di più il più grande mercato del mondo.
Ma con la consapevolezza che quello cinese è «un mercato socialista con caratteristiche cinesi che combina dinamismo economico e pianificazione statale. Risultati ottenuti e sottolineati: l’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone con vantaggio della Cina in infrastrutture e tecnologie avanzate come intelligenza artificiale e robotica». E gli imprenditori e cittadini italiani che vogliono capire la Cina contemporanea hanno nel libro di Xi Jinping la descrizione del suo modello di sviluppo e di direzione presente e futura del Paese.
L’Italia appartiene al mondo occidentale, che a partire dalla Seconda guerra mondiale ha avuto negli Stati Uniti il Paese di riferimento per libertà e sviluppo. Siamo sicuri che ciò continua o, meglio, che continuerà a essere così? Indipendentemente dalle posizioni politiche, è quantomai prudente guardare con attenzione la Cina. E Class Editori ha stabilito a questo scopo tre jv informative e di possibile comunicazione in Cina. La prima è lo storico rapporto con Xinhua News, che un tempo si chiamava Agenzia Nuova Cina ed è tuttora il sistema che diffonde più informazioni sul Paese; la seconda con China Media Group, il colosso assoluto della televisione cinese e non solo, con cui, fra l’altro i nostri canali producono il programma Cargo, dedicato ai possibili scambi fra Italia e Cina; e, dal viaggio del luglio 2024 della presidente Giorgia Meloni a Pechino, l’accordo con Il Quotidiano del Popolo (3 mila giornalisti) con cui scambiamo varie pagine al mese per parlare vicendevolmente di aziende e prodotti cinesi e, nel più grande quotidiano al mondo, aziende e prodotti italiani.
Lo hanno fatto, di essere i padroni del settore, prima Microsoft, dai tempi dell’MS-DOS, poi Google e Amazon. Google nell’offerta di cercatore globale di informazioni, finanziate dall’enorme raccolta pubblicitaria e gratuite finora per gli utenti, ma con danno gravissimo per i produttori delle informazioni sfruttate da Google per rispondere alle domande di miliardi di utenti; Amazon, invece, ha certo sfruttato il digitale per gli acquisti di ogni genere on line, ma almeno non ha abusato più di altri, visto che le sue entrate stramiliardarie sono il frutto di vendita e consegna a domicilio di prodotti di ogni genere: quindi sostanzialmente anche un servizio, seppure in concorrenza con i negozi fisici.
Il nuovo bengodi digitale appare essere la AI, dove tutti i monopolisti dei vari settori stramiliardari attraverso il digitale si sono ripromessi e hanno promesso di entrare.
Ma nel settore dell’AI sono improvvisamente entrati due giganti iper-solidi: Microsoft e Nvidia, creato dal genio di Taiwan, Jensen Huang. Tutte e due i giganti del digitale per vari anni, almeno dal 2022, hanno sostenuto o collaborato con OpenAI e i suoi progetti di AI. Ma i due solidissimi giganti del digitale sembrano aver cambiato cavallo. Sia Microsoft che Nvidia hanno decisi di far nascere, saggiamente, un concorrente di OpenAI, prendendo a finanziare Anthropic, strappando l’oligopolio di finanziamento della stella nascente ad Amazon e Google, che del resto è già nel settore.
I finanziamenti arrivati a OpenAI, società teoricamente senza scopo di lucro, sono stati per centinaia e centinaia di miliardi. Verso Anthropic, sia Nvidia che Microsoft, due aziende quotate e con l’abitudine a conti economici in forte utile, vanno su un regime di neppure due decine di miliardi di dollari, esattamente 16 miliardi e Microsoft ne approfitta anche non solo per dare ma anche per avere non solo tecnologia (esattamente i chip di AI) da Nvidia ma anche dalla stessa Anthropic addirittura per qualcosa vicino a 30 miliardi sulla sua piattaforma cloud Azure.
Il giro di miliardi e miliardi comincia a preoccupare i mercati, quando c’è la possibilità di realizzare sistemi di AI generativa anche con la misura minore, come abbiamo dimostrato a Class Editori con MFGpt, perfettamente funzionante. La condizione, tuttavia, è di avere archivi e fonti proprietarie (che per noi sono quasi 40 anni di contenuti di tutti i nostri media e dei nostri database).
E anche Anthropic si prende la rivincita avendo prodotto, senza assorbire centinaia di miliardi come OpenAI, soluzioni molto efficienti. I nostri soci di Cnbc (in Class Cnbc) hanno documentato che Anthropic, pur senza i finanziamenti iper-miliardari di OpenAI, è stata valutata 350 miliardi di dollari rispetto ai 183 miliardi di settembre. E il nostro partner The Wall Street Journal ha svelato nei giorni scorsi che Elon Musk è riuscito a raccogliere 14 miliardi di dollari per XAI, con una valutazione di 230 miliardi di dollari.
OpenAI sostiene di avere 800 milioni di utenti settimanali nel mondo. Probabilmente è vero ma come sanno i nostri abbonati di MFGpt, che sono misurati in migliaia, si può avere un ottimo servizio anche senza che ci sia stata la necessità di investire miliardi.
Il segreto non è soltanto la tecnologia, che pure MFGpt ha realizzato, ma l’affidabilità delle fonti su cui lavora la AI Generativa e soprattutto sulla sua omogeneità, cioè sul fatto che il data base sia non il mix di decine e decine di fonti necessariamente non omogenee, ma da una fonte, come nel nostro caso, che ha una totale coerenza e una linea di totale indipendenza. Come sapete voi lettori, tutti i media di Class Editori che alimentano MFGpt rispondono alla regola della totale indipendenza e oggettività da qualsiasi interesse al di fuori da quello dei lettori e quindi degli utilizzatori.
In altre parole, il nostro fondamentale data base non è un cocktail come quelli che sono nati dalla raccolta di contenuti a destra e a manca. In questi casi per la AI generativa è impossibile mantenere obiettività e trasparenza, stante il cocktail delle fonti. Il frullato potrebbe anche essere gradevole al palato, ma non garantisce appunto la trasparenza che può garantire una fonte unitaria e che persegue l’indipendenza unicamente nell’interesse del fruente.
E specialmente quando si parla di temi che hanno a che fare con il denaro o con i comportamenti politici, è fondamentale la trasparenza nel senso di essere al servizio soltanto di chi legge. È la stessa scelta dell’indipendenza che ha fatto Financial Times, il nostro confratello e membro con noi in European business media che ha creato, in contemporanea con noi, AskFT, solo con i suoi contenuti. (riproduzione riservata)