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Byd o Stellantis, purché si producano auto in Italia
Orsi & Tori Leggi dopo

Byd o Stellantis, purché si producano auto in Italia

01 marzo 2024, 20:00

Il gruppo globale a guida francese non mostra impegno nel voler incrementare la produzione di veicoli in Italia. Il ministro dello sviluppo economico Adolfo Urso sembra essersene fatta una ragione e sta esplorando la possibilità di insediamento di gruppi esteri. Cinesi in primis, attualmente leader nell’elettrico. È un dramma?

Ma vi rendete conto, dopo aver incorporato Lancia e Alfa Romeo per non parlare dell’Innocenti, e dopo essere diventata da Fiat a Stellantis, che la società fondata dagli Agnelli costringe il governo italiano a trattare per far sbarcare nella penisola addirittura un produttore cinese, probabilmente il gigante Byd, affinché non ci sia un’unica azienda automobilistica in Italia?

Il paradosso è ancora più paradossale perché tutto ciò potrà avvenire dopo che la presidente del consiglio, Giorgia Meloni, ha chiesto al ministro degli esteri, Antonio Tajani, di andare lui, quasi sei mesi, fa a Pechino per comunicare ufficialmente al governo cinese che l’Italia aveva deciso di uscire dalla Via della Seta, essendo l’unico Paese del mondo occidentale che aveva scelto di entrare nel grande progetto del presidente Xi Jinping.

Di fronte all’arroganza di Stellantis, che ha ridotto la produzione di auto negli ex stabilimenti Fiat da 3 milioni degli anni migliori ad appena 600 mila auto, il bravo ministro delle aziende e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha capito che doveva reagire. E sì che aveva tentato fino all’ultimo di ottenere da Carlos Tavares, ceo di Stellantis, e dal presidente John Elkann un impegno serio a riportare in Italia produzioni capaci di salvare gli stabilimenti, i posti di lavoro e di non veder distrutto anche il tessuto importantissimo e qualificato dell’indotto auto. Niente da fare. E quindi bene ha fatto a stabilire i contatti perché siano i cinesi a venire a produrre in Italia.

Contraddizione apparente

Sembrerebbe in contraddizione con la decisione di uscire dalla Via della Seta ma non è così, perché il ministro Tajani mentre annunciava l’uscita dal grande progetto ha garantito al suo omologo cinese, Wang Yi, che l’Italia intende accrescere fortemente l’interscambio con la Cina. E del resto, quale Paese al mondo può oggi programmare il suo sviluppo senza puntare e cooperare con la Cina?

Chi storce la bocca perché teme lo sbarco di aziende cinesi in Italia, dovrebbe tenere conto di quanto ha già letto su queste pagine e cioè il dialogo fra il cancelliere tedesco, Olaf Scholz e il capo della Volkswagen auto, Thomas Schäfer. Il capo del governo tedesco, forse spinto anche dalla debolezza dell’economia della Germania in questi ultimi due anni, ha chiesto a Schäfer di ridurre gli investimenti in Cina. La risposta è stata bruciante: Signor Cancelliere, le faccio presente che il 40% del fatturato di VW viene realizzato in Cina.

Perché le auto cinesi

Questa risposta ha due valenze importanti:

1) il mercato cinese dell’automobile è un grandissimo mercato ed è essenziale per le auto elettriche;

2) quindi la tecnologia cinese per le auto elettriche è all’avanguardia.

Non sbaglia quindi il ministro Urso a puntare su fabbricanti cinesi per recuperare l’industria automobilistica in Italia. Il fatto è che il primo produttore, Byd, è già avanti per la sua prima fabbrica della Ue in Ungheria. E il portavoce del leader delle auto elettriche ha fatto sapere al ministro che la decisione per la seconda fabbrica nella Ue dipenderà dall’andamento delle vendite. Nel 1993 Byd ha venduto in Europa 13 mila auto, ma erano state prodotte in Cina, con tutte le complicazioni che ciò comporta per rischi di dazi. L’Italia, tuttavia, resta il Paese ideale proprio perché avendo avuto in passato una capacità produttiva di 3 milioni di auto, non solo ha numerose fabbriche o chiuse o scarsamente utilizzate, una filiera di produttori di componenti, ed è il Paese ideale se veramente le case automobilistiche cinesi vogliono conquistare l’Europa o comunque ottenere una quota di mercato importante.

A parte il leader Byd, risulta a MF-Milano Finanza, anche attraverso fonti diplomatiche, che almeno tre o quattro altre marche cinesi (Geely, Chery, Saic) potrebbero essere pronti a entrare in Italia.

L’anno magico delle relazioni Italia-Cina

Del resto, questo è un anno magico per Italia e Cina. Sono i 700 anni dalla morte di Marco Polo, la persona che ha gettato le radici più profonde nei rapporti fra Italia e Cina. Nel suo recente viaggio in Italia, l’ambasciatore a Pechino, Massimo Ambrosetti, che aveva avuto il suo primo incarico all’estero nel 1994 per cinque anni proprio a Pechino, ha rappresentato che il 2024 può essere un momento magico per far decollare i rapporti economici, oltre che culturali, con la Cina. Il programma culturale è davvero intenso e se Marco Polo andò e ritornò dalla Cina non certo in automobile, sette secoli dopo un ponte automobilistico potrebbe essere un buon fertilizzante per far finalmente decollare le relazioni commerciali e industriali fra i due Paesi uniti da Marco Polo.

L’Italia può rivendicare di essere stato il primo Paese, dopo il geniale viaggio di Henry Kissinger all’inizio degli anni 70 e l’avvio della diplomazia del Ping Pong, a dare un aiuto fondamentale al più vasto Paese del mondo nel dicembre del 1978 con la missione del grande ministro del commercio estero Rinaldo Ossola, ex-direttore generale della Banca d’Italia, che aprì una linea di credito stand by di grande portata con la quale i cinesi, allora alla fame o quasi, potevano comprare prodotti italiani. L’allora geniale capo del Paese (anche se ha sempre voluto rimanere vicepresidente) Deng Xiao Ping, fu talmente colpito dal gesto italiano che ricevette Ossola, un ministro del commercio estero, ben tre volte in una settimana. Il terzo incontro avvenne quando la delegazione, alla quale Ossola mi aveva invitato, doveva andare all’aeroporto per trasferirsi a Shanghai. Pregai Rinaldo di chiedere al geniale Deng di potergli parlare. Il braccio destro di Ossola, Vittorio Barattieri, tornò con un grande sorriso sulla faccia: Deng era disponibile, ma solo a parlare con un unico giornalista e in francese. Ero l’unico direttore (de il Mondo) e parlavo francese, gradito a Deng visto che era stato esule a Parigi con Chou En-Lai per lavorare alla catena di montaggio della attuale Renault. Fu un colloquio breve ma intenso e alcuni mesi dopo mi permise di organizzare l’intervista di Oriana Fallaci allo stesso Deng, durata due giorni.

Il concetto fondamentale per la Cina di Deng era: Paese comunista con strumenti capitalistici. E infatti su quello slancio la Cina è diventata la seconda economia del mondo.

Il precedente della Via della Seta

L’adesione dell’Italia alla Via della Seta, il grandioso progetto dell’attuale presidente Xi Jinping, avvenne con capo del governo Giuseppe Conte del Movimento 5 Stelle, ma operativamente il tentativo di stringere rapporti fu del ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio. In conseguenza dell’ingresso nel progetto Via della Seta ci fu anche il viaggio a Pechino del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. In seguito a questa visita il presidente Xi Jinping venne in Italia, a Roma e poi a Palermo. Nella capitale siciliana ufficialmente per far vedere alla moglie la Cappella Palatina, dove in maniera straordinaria si hanno le vestige di tutte le religioni e civiltà che hanno segnato la Sicilia. In realtà c’era un progetto più importante, fare della Sicilia la piattaforma per l’Africa, dove la Cina è dominante con accordi operativi stretti con molti Paesi proprietà di miniere e terre rare. C’era anche il progetto di gemellare la Sicilia con l’Isola di Hainan, l’isola franca dove la Cina ha programmato grande sviluppo commerciale e residenza di miliardari, grazie alla designazione di territorio senza tasse. Purtroppo, non c’è stata adeguata risposta dalla Sicilia.

Dimenticandosi dell’adesione alla Via della Seta, ci sono comunque grandi opportunità di sviluppo economico con la Cina, cogliendo completamente la celebrazione dei 700 anni di Marco Polo. L’ambasciatore Ambrosetti, anche con l’aiuto del consigliere economico del ministro Tajani, il professor Davide Bergami, board member di EY, che svolge il compito a titolo gratuito.

Non è da dubitare che l’ambasciatore Ambrosetti possa essere attivo per aiutare anche l’insediamento di produttori cinesi di auto elettriche in Italia se il ministro Urso, con il suo dinamismo, vorrà perseguire questa strada non solo in sostituzione di Stellantis ma anche di difesa della tradizione automobilistica dell’Italia e di sfruttamento di tutta la filiera del settore, perché dal quartier generale di Parigi, la società gestita da Tavares ma presieduta da John Elkann anche con poteri operativi, non vorrà in nessun modo recuperare posti di lavoro e stabilimenti dell’industria che per decenni è stata a Torino e nel resto d’Italia centrale per lo sviluppo del Paese, ricevendo fior di contribuzioni pubbliche.

E Stellantis non vuol provarci nemmeno?

Stellantis non vuole neppure tentare di recuperare il sistema produttivo italiano? Non facciamocene un problema, e che il ministro Urso agisca con tutte le sue competenze per avere comunque una produzione automobilistica nazionale di livello e adeguata alla strategia di sviluppare la sostenibilità con auto elettriche. Non saranno certo gli italiani più razionali a piangere se la ex Fiat non vuole più essere importante in Italia, anche se ovviamente dispiace ed è pesante sul piano dell’occupazione per la strada assunta dalla società presieduta dal nipote di Giovanni Agnelli, che pur con le sue bizzarrie, sicuramente ci teneva a che l’Italia fosse un grande produttore di automobili.

Ora John Elkann, un giovane amico, ha varie gatte da pelare per gli attacchi di sua madre Margherita, ma ciò non giustifica che non sappia indirizzare Stellantis a recuperare lo spazio che è stato per decenni e decenni della Fiat. Sergio Marchionne, anche nel nome, nonostante la fusione con Chrysler, aveva premesso al marchio americano la F di Fiat, con la Fca. Ha ragione il ministro Urso: amen! Pensiamo allo sviluppo industriale che l’automobile può dare, con o senza Stellantis.

Le parole di Mario Draghi

Se si passa dalle vicende automobilistiche italiane e globali e si volge lo sguardo alla situazione economica internazionale e in particolare europea e quindi italiana, sono decisive le parole dette da Mario Draghi nei giorni scorsi nel suo incontro con i presidenti delle commissioni del parlamento europeo di Strasburgo. Draghi ha responsabilità negli organismi economici internazionali e nazionali da 35 anni. Il suo primo incarico, quando insegnava economia all’università di Firenze, fu la nomina a executive director della Banca mondiale. Poi nel 1991 il ministro del tesoro, Guido Carli, lo chiamò alla direzione generale del ministero del tesoro, dove dal 1993 gestì le privatizzazioni. Quindi, dopo una parentesi come banchiere privato a Goldman Sachs, la nomina a governatore della Banca d’Italia e contemporaneamente Presidente del Financial stability forum (divenuto poi board), che ha favorito la sua nomina a presidente della Bce. Finito il suo mandato a Francoforte, solo due anni fuori dalle istituzioni per poi divenire nel 2021, capo del governo italiano. Un uomo con questo curriculum, formato da 35 anni nei posti chiave del sistema economico e bancario italiano e internazionale, poteva essere lasciato a riposarsi, come sua moglie avrebbe gradito? Con intuito la presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen, lo ha catturato per elaborare una strategia sul futuro della competitività europea. E Draghi non ha esitato un attimo a spiegare ai politici del parlamento di Strasburgo che cosa devono fare per salvare la Ue: «Ci troviamo oggi di fronte a tre tendenze convergenti che ci obbligano a riflettere su come rafforzare la competitività europea nel lungo periodo. In primo luogo, la digitalizzazione in rapida accelerazione e l’innovazione deep-tech continuano a stravolgere l’organizzazione del lavoro e il suo ruolo nello stimolare la crescita produttiva. Prendiamo per esempio gli sviluppi dell’intelligenza artificiale generativa, le cui applicazioni pratiche in settori quali la salute e l’istruzione sono di vasta portata», ha spiegato l’ex presidente del Consiglio. «In secondo luogo, il cambiamento climatico sta portando il nostro ecosistema naturale a un punto di svolta, obbligando tutti ad agire per accelerare la transizione pulita. In terzo luogo, un contesto geopolitico in rapida evoluzione, caratterizzato da una maggiore tendenza al conflitto, sia in termini economici che militari, sta costringendo l’Ue a riesaminare il proprio approccio alla globalizzazione», ha spiegato Draghi.

PS: Caro Marcello (Lippi)

P.S. Caro Marcello (Lippi) è stato un grande piacere rivederti nel docufilm Adesso vinco io, e ripensare a quando tu giocavi nella Stella Rossa di là dal Burlamacco, a Viareggio, e io e Vaimona, il soprannome, come sai, del grande portiere Pietro Carmignani, giocavamo nel Don Bosco. Perdevamo quasi sempre noi, nonostante le parate di Pietro, ma chi l’avrebbe mai detto che in quel torneo estivo c’erano due campioni come voi, e che tu dopo la brillante carriera (ahimè juventina) riuscissi a dare all’Italia un nuovo titolo mondiale come allenatore? Un abbraccio forte. (riproduzione riservata)



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