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Breve storia, a beneficio dei più giovani, di Cuccia, Mediobanca e Generali
Orsi & Tori Leggi dopo

Breve storia, a beneficio dei più giovani, di Cuccia, Mediobanca e Generali

14 agosto 2025, 19:30

Nell’attesa di capire se e come finirà la vicenda delle due ops, può essere utile per il lettore più giovane andare alle radici di quel rapporto Mediobanca-Generali. Che comincia da quando presidente del gruppo assicurativo era l’ex presidente del Senato della Repubblica, Cesare Merzagora

Nell’attesa di capire se e come finirà la vicenda Mediobanca-Generali con l’appendice di un tale Francesco Gaetano Caltagirone, pseudo alleato del grande manager Francesco Milleri e della straordinaria ricchezza creata dallo stesso manager al servizio e nel ricordo del defunto Leonardo Del Vecchio, può essere utile per il lettore più giovane andare alle radici di quel rapporto Mediobanca-Generali. Lo faccio con facilità, attingendo al mio libro Lampi nel buio pubblicato da Mondadori qualche anno fa. La storia comincia da quando presidente delle Generali era l’ex presidente del Senato della Repubblica, Cesare Merzagora.

Merzagora ed Enrico Cuccia

Lui, Merzagora, conosceva veramente bene Enrico Cuccia. Erano infatti stati insieme alla corte di Raffaele Mattioli, in Comit. Merzagora più proiettato sui mercati internazionali; Cuccia più portato al lavoro dell’ufficio studi. Poi, alla ripresa dopo la guerra, Merzagora si avvicinò alla politica, fino a diventare la seconda autorità dello Stato, come presidente del Senato e poi senatore a vita; Enrico Cuccia fu scelto da Mattioli per mettere a frutto l’accordo che era stato raggiunto fra Ugo La Malfa e Alcide De Gasperi di lasciare la gestione delle banche al mondo laico e di correggere la separazione assoluta fra banche e industria, frutto della legge bancaria del 1936, dopo il crack del ’29, attraverso l’autorizzazione a fondare una banca, appunto Mediobanca, che potesse anche avere partecipazioni in aziende industriali, diventando la banca d’affari monopolista del Paese.

Per anni Merzagora e Cuccia si sono rispettati, così come conservarono ambedue un rapporto cordiale con il terzo cervello dell’entourage di Mattioli, quel Giovanni Malagodi approdato anch’esso alla politica come leader del partito liberale. Un’oligarchia che ha avuto per anni, insieme a La Malfa, il controllo dell’economia nazionale.

Una presidenza paradossale

Quando fu nominato senatore a vita, Merzagora fu anche eletto presidente delle Generali, la partecipazione più importante di Mediobanca. Fu dopo ciò che avvenne la clamorosa rottura tra Cuccia, ormai capo incontrastato di Mediobanca essendo scomparso Mattioli, e il senatore a vita e presidente delle Generali.

Con la vocazione di essere decisivo nelle principali aziende del Paese, Cuccia di fatto stava gestendo Montedison attraverso la paradossale presidenza di Eugenio Cefis. Paradossale perché Cefis era stato, fino al momento di diventare il re di Foro Bonaparte (nel 1971), presidente dell’Eni, la creatura di Enrico Mattei. Ma Cuccia sapeva conquistare i manager pubblici con varie armi: per esempio facendo diventare suoi assistenti o comunque manager di Mediobanca i figli di questi manager. E così era successo con Cefis, il cui figlio Giorgio era appunto assistente personale di Cuccia, insieme all’ex giornalista fiorentino Vincenzo Maranghi.

La vicenda Montedison

All’arrivo di Cefis la Montedison era a pezzi, pur avendo partecipazioni azionarie importanti, come il secondo pacchetto di Generali, dopo quello di Mediobanca. Sia per risollevare le finanze di Foro Bonaparte sia per cambiare gli assetti organizzativi di Generali, Cuccia decise di far vendere quel pacchetto azionario a una nuova holding lussemburghese, Euralux, dove aveva provveduto a concentrare vari alleati: l’Ifi degli Agnelli attraverso la Sai, l’alleato tradizionale francese Banca Lazard, il finanziere torinese Camillo Debenedetti, cugino di Carlo e marito di una Corinaldi di Padova, da sempre tra le famiglie con più azioni in Generali.

L’obiettivo finale era di scalzare dalla presidenza Merzagora, che ripetutamente, come campione del tentativo di un capitalismo vero di mercato, era entrato in conflitto, sia pure sotterraneo, con Cuccia. Il disegno andò in fumo per l’incapacità del giovane Carlo De Benedetti di tenere il segreto.

Alla notizia della vendita del pacchetto azionario di Generali, posseduto da Montedison, a una nuova holding lussemburghese con intorno alleati come i cugini Debenedetti, oltre agli Agnelli, ero andato per Panorama (era il 1973) a Torino per cercare di intervistare Camillo Debenedetti, poco conosciuto ma che comunque era ritenuto un personaggio chiave dell’operazione, mentre il cugino Carlo era considerato solo una promessa più della finanza che dell’imprenditoria.

L’unica foto di Camillo Debenedetti

Camillo aveva l’ufficio in un anonimo edificio nei pressi di piazza Castello. Al telefono era stato cortesissimo ma irremovibile: non aveva da fare alcun commento alle notizie di un suo coinvolgimento nell’operazione. Non mi era rimasto che tentare almeno di conquistare una foto dell’ex amministratore delegato di Italgas con la vocazione di vivere nei kibbutz in Israele. La pazienza mia e del fotografo, dopo due ore davanti al portone, fu premiata: e per anni quella è rimasta l’unica foto in circolazione di Camillo, in cappotto doppiopetto, a braccetto con la moglie.

Durante l’attesa, per scrupolo, avevo chiamato anche il cugino Carlo: non mi poteva parlare perché era impegnato al telefono. Ma quando, dopo lo scatto della foto, chiamai la redazione di Milano per dire che rientravamo, mi dissero che aveva telefonato l’ingegnere Carlo De Benedetti: era in partenza per Ginevra, ma se fossi stato rapido mi avrebbe parlato volentieri nella sede dell’azienda di famiglia, la Flexider, proprio sulla via del ritorno per Milano.

Il cambio al vertice delle Generali

Senza nessuna reticenza, il giovane ingegnere rampante mi raccontò tutto il progetto. Sotto la regia di Mediobanca e di Lazard doveva essere cambiato il vertice delle Generali: suo cugino Camillo, che aveva già esperienza di assicurazioni, sarebbe diventato presidente al posto di Merzagora, lui stesso sarebbe entrato nel comitato esecutivo, il gruppo di comando sarebbe stato appunto formato da Mediobanca, gli Agnelli, Lazard, la famiglia Debenedetti allargata (Camillo aveva il cognome tutto intero, non essendo stato battezzato come Carlo).

Ne uscì un articolo dal titolo forte ma corretto: Generali di Torino, naturalmente al posto di Trieste. Su quel titolo Merzagora eresse le barricate, grazie anche al supporto su L’Espresso di Eugenio Scalfari, a lui molto vicino, che scrisse articoli di fuoco contro la manovra.

Una difesa necessaria

Inevitabilmente, Merzagora in quelle settimane mi considerava pedina della manovra contro di lui, non avendo consuetudine con l’informazione indipendente di cui Panorama, diretto da Lamberto Sechi e editato da Mondadori, era campione. Ci dovemmo quindi difendere, cercando testimonianze sull’esattezza delle notizie date e, incredibile a dirsi, oggi, la nostra migliore fonte (diretta con me e indiretta con il corrispondente da Parigi di Panorama, Carlo Rognoni, poi direttore del settimanale e successivamente senatore della sinistra fino a diventare consigliere della Rai) diventò Antoine Bernheim, gerente della banca francese Lazard, che con temperamento assai diverso da quello di Cuccia, ci rispondeva regolarmente al telefono. Pur criticando la mancanza di riservatezza di De Benedetti, confermava la volontà che Euralux (fusa nel 2020 in Mediobanca) diventasse l’azionista di riferimento per le Generali.

La forza non solo politica di Merzagora era tuttavia così elevata che, facendo leva proprio su Trieste e l’inevitabile patriottismo che la città giuliana suscita, mandò a monte l’operazione concepita da Cuccia, rimanendo presidente della più grande compagnia d’assicurazioni italiana e una delle principali al mondo. Ma da quel momento lo scontro con Cuccia fu senza esclusione di colpi, ponendosi lui come il garante di tutti gli azionisti di quella che considerava una public company.

Merzagora vuota il sacco

Grazie a un amico comune, un anno dopo andai a trovare Merzagora nel suo ufficio al Senato. Usando un linguaggio un po’ volgare, che non gli si addiceva affatto, vuotò il sacco contro Cuccia, raccontando che, dopo averlo scelto per Mediobanca, Mattioli si era amaramente pentito; che quella sua mania di proteggere il capitalismo familiare, in realtà per essere lui il dominus di tutto, come dimostravano anche i casi Pirelli e Orlando, era disastrosa per la nascita anche in Italia di un mercato borsistico vero e di una finanza democratica.

Ma l’affermazione più pesante, anzi pesantissima, fu un’altra: sostenne che Euralux, la holding lussemburghese dove era stato concentrato un pacchetto importantissimo di azioni Generali, era in realtà la scatola dove erano stati accumulati i profitti non ufficiali realizzati all’estero da Mediobanca e dall’alleato e socio Banca Lazard di Parigi rappresentato da Bernheim; che la partecipazione alla società da parte degli Agnelli con la Sai era solo di copertura e così anche il ruolo dei due cugini Camillo Debenedetti e Carlo De Benedetti. Né Cuccia né Mediobanca, come nella tradizione della casa, hanno mai replicato a quell’affermazione di Merzagora che ho pubblicato più di una volta su MF-Milano Finanza.

Sta di fatto che proprio attraverso Euralux Lazard, e in particolare Bernheim, hanno sempre avuto un ruolo importantissimo in Generali sino al patto italo-francese, gestito dall’ex presidente di Capitalia, Geronzi, che nel 2004 riportò alla presidenza del grande gruppo assicurativo il francese Bernheim.

Il legame con Salvatore Ligresti

Il racconto di Merzagora ha tuttavia un’altra valenza: quella di far capire il forte legame che nacque fra Cuccia e Salvatore Ligresti, l’ingegnere di Paternò laureatosi a Padova, che ebbe poi un ruolo decisivo al momento della privatizzazione di Mediobanca.

Arrivato al Nord dopo aver compiuto il biennio di ingegneria a Catania, sostenuto dai genitori commercianti di tessuti e orgogliosi della sua bravura all’università, e dopo aver passato in rassegna tutte le facoltà di ingegneria, dal Nordovest al Nordest, Ligresti scelse Padova perché, quando vi arrivò la prima volta e chiese informazioni a un passante su dove si trovasse la trattoria segnalatagli da un amico, si sentì rispondere con il più classico accento veneto: «Comandi...». Il giovane Ligresti non ebbe esitazione: quella era davvero la città dove laurearsi.

Ma il militare lo fece a Milano, nella caserma dell’aeronautica, in piazza Novelli, dove hanno fatto finta di compiere la leva molti dei giovani della Milano bene. «Un posto strategico per fare conoscenze» mi raccontò Ligresti nell’unica intervista a il Mondo, nel 1986, che abbia mai rilasciato nella sua vita. «E poi, vuole mettere avere la divisa blu dell’aeronautica invece di quella grigioverde dell’esercito?».

A proposito di Michelangelo Virgillito

Ligresti non lo ha mai ammesso, ma il suo mentore per compiere i primi passi nell’edilizia è stato Michelangelo Virgillito, il più famoso finanziere e borsaiolo (speculatore di Borsa, in gergo) siciliano prima di Michele Sindona. Virgillito, che controllava la Liquigas e mille altre cose, era di Paternò (il Paese di Ligresti e della schiatta di Ignazio La Russa) e quando mori lasciò la Liquigas al suo braccio destro calabrese, Raffaele Ursini, e tutto il resto alla Madonna di Paternò.

Con la benedizione di Virgillito, Ligresti fece il primo affare immobiliare con la costruzione di un cosiddetto sopralzo, nella media periferia di Milano. Di sopralzo in sopralzo (cioè, di costruzione di un piano in più su una casa esistente, per evitare il costo del terreno), l’ingegnere di Paternò negli anni Ottanta era diventato il più importante e più ricco immobiliarista di Milano, ma continuava a navigare sempre a quota periscopica.

Talmente a quota periscopica che, quando gli Agnelli, in piena crisi Fiat, alla fine degli anni Settanta, dovettero vendere la Sai, Ligresti mandò avanti Ursini, che comprò ufficialmente l’importante compagnia di assicurazioni, ma i soldi, e quindi alla fine le azioni, erano di Ligresti. Il quale, per la verità, dovette successivamente faticare non poco per rientrarne in possesso, prima con una intestazione fiduciaria a una società dei Rothschild amministrata dal simpatico e intelligente avvocato luganese Marco Gambazzi, e poi, al momento opportuno, facendo scomparire Ursini come azionista, grazie anche ai problemi con la giustizia che questi aveva a causa dei finanziamenti dello Stato per l’inconsistente e improduttivo progetto per la chimica della Liquigas.

Il rapporto tra Ligresti e Craxi

Nella Sai c’era sempre quella partecipazione in Euralux che divenne immediatamente l’accredito di Ligresti presso Cuccia. Erano gli anni della «Milano da bere», come li hanno definiti senza troppa fantasia alcuni giornali intendendo che fra imprenditori e politica si facevano affari à gogo. Erano gli anni di Bettino Craxi, e Ligresti era grande amico del segretario del Psi nonché presidente del Consiglio nel momento cruciale, quando Cuccia decise che si sarebbe dovuto privatizzare Mediobanca, retta da un paradossale patto di sindacato fra le tre Bin, banche di interesse nazionale, e cioè Comit, Credit e Banco di Roma e una serie di modesti (per quota) azionisti privati. Cuccia era riuscito tuttavia a imporre all’Iri, proprietario delle tre Bin, che le azioni delle tre banche valessero nel patto quanto le quote modeste dei privati. Da qui la storica affermazione di Cuccia che le azioni non si contano ma si pesano.

Sta di fatto che il presidente dell’Iri di allora, Romano Prodi, non era affatto d’accordo sulla privatizzazione, cioè sulla vendita a privati di buona parte delle azioni delle tre Bin. E nonostante la mediazione di Antonio Maccanico, che a distanza di anni aveva preso il posto di presidente di Mediobanca, occupato in passato da suo zio, Adolfo Tino, l’operazione non marciava.

L’ingresso in scena di Ligresti

Fu in quel momento che entrò in scena Ligresti, usufruendo della fiducia di Cuccia e di Craxi. Come mi ha raccontato durante una partita di calcio a Firenze, riuscì con una sola mossa a far intendere fra loro il politico più influente del momento e il finanziere storicamente più potente del Paese. Un risultato, di cui legittimamente, era orgoglioso visto che la privatizzazione si fece, le Bin scesero ciascuna intorno al 10% e molti privati, più o meno Mediobanca-dipendenti, entrarono nel sindacato. Assetto che è durato a lungo, fino a quando, con la svendita della Comit al Banco Ambrosiano presieduto da Giovanni (Nanni) Bazoli, Cuccia stesso, artefice di quella vendita, che portò alla fine la più qualificata banca italiana da cui per fortuna è sorta Banca Intesa e poi Intesa Sanpaolo. Apparentemente senza nessuna nostalgia per il fatto che Mediobanca era stata generata da Comit. La conseguenza fu che la partecipazione di Comit a Mediobanca cambiò portafoglio. Esattamente quanto è avvenuto dopo la fusione tra Unicredito e Capitalia.

L’ossessione per la riservatezza di Cuccia

Per capire l’ossessione per la riservatezza di Cuccia e del suo delfino Vincenzo Maranghi, bastano due episodi, molto diversi ma ugualmente significativi. Il primo riguarda due siciliani a Milano, appunto Cuccia e Sindona: i due avevano litigato a sangue, dopo un periodo d’amore, perché Sindona aveva convinto Cuccia a far comprare alla belga Petrofina, una società di ingegneria petrolifera, la Ctip, che aveva bilanci falsi. Da allora fu la guerra e Sindona, super imbroglione, continuò a sostenere che tutte le sue disgrazie erano state provocate dall’inimicizia di Cuccia. Al punto che, quando Sindona fece crack, ma era ancora a piede libero, un emissario mafioso fece esplodere sulla porta di casa del banchiere Cuccia, in via Maggiolini a Milano, molto più di un petardo. L’episodio si riseppe ma Cuccia non lo denunciò mai. Soprattutto non rivelò mai che, dopo quelle minacce, accettò di incontrare Sindona a New York, dove l’ex amico ora nemico non solo gli chiese di intervenire con Mediobanca per chiudere il fallimento in atto della sua Banca privata italiana, dove erano stati fusi gli istituti di credito che Sindona controllava; ma, fatto significativo, Cuccia non raccontò mai agli inquirenti che Sindona gli aveva rivelato la determinazione a far fuori il liquidatore della Privata, il bravissimo e onestissimo avvocato Giorgio Ambrosoli, l’«eroe borghese» del film diretto da Michele Placido. L’ossessione della riservatezza di Cuccia non consentì probabilmente di proteggere adeguatamente Ambrosoli, che finì sotto i colpi di un killer a pagamento italo-americano.

Il secondo episodio

Il secondo episodio l’ho vissuto personalmente. Da tempo Cuccia non stava più bene di salute, anzi era spesso in gravi condizioni. Oltre a problemi urologici erano sopravvenuti, per l’età avanzatissima, problemi cardiologici e il paziente era stato ricoverato al Monzino, l’istituto di cura e ricerca scientifica specializzato in cardiologia, ai vertici assoluti per eccellenza nel mondo. Era da poco morto mio padre, che aveva anni prima subito più operazioni al Monzino e il direttore di cardiologia di allora, professor Maurizio Guazzi, mi aveva amichevolmente consigliato di fare un check-up completo con un ricovero di due giorni. Quando arrivai nel corridoio della stanza che mi era stata assegnata, incrociai Maranghi, che salutai senza ricevere risposta. Per una casualità della vita, la mia stanza era l’ultima del corridoio e nella penultima era ricoverato Cuccia. Non essendo malato mi misi in divisa da check-up e presi a passeggiare nel corridoio, entrando e uscendo dalla mia stanza. Incontrai ancora Maranghi che tornava in visita a Cuccia: lo salutai, ma ancora una volta non mi rispose. Per contro, dopo cinque minuti, in camera, suonò il mio cellulare. Era Cesare Geronzi, allora presidente della Banca di Roma e primo azionista di Mediobanca per il gioco delle azioni disperse di Comit. Mi disse con la consueta amicizia: «Ma cosa fai, stai spiando Cuccia?». Maranghi lo aveva chiamato e non prendendo nemmeno in considerazione che fossi li, magari, non per un check-up ma per qualcosa di assai più grave, si era convinto che mi fossi fatto ricoverare per spiare Cuccia. Allucinante follia dovuta alla riservatezza e un apparente disistima verso i giornalisti, avendo tutti e due, Cuccia e Maranghi, iniziato la loro carriera proprio come cronisti, il banchiere siciliano al Messaggero di Roma ora di Caltagirone primo per volontà di Cuccia, e il delfino a Il Sole 24Ore. Entrambi erano malati della stessa malattia, ma mentre Cuccia almeno sapeva mantenere la forma e la mattina dopo, in uno sprazzo di ripresa, facendo pochi passi nel corridoio, non esitò a ricambiare il saluto, Maranghi non ebbe assolutamente questo riguardo. Ecco perché è morto così male, e me ne dispiace umanamente, senza mai riuscire ad accettare il licenziamento che Geronzi e Marco Tronchetti Provera gli avevano comunicato come decisione del sindacato di controllo, mettendo fine alla vecchia Mediobanca che da allora ha dispiegato le ali verso uno sviluppo e un’apertura al nuovo e al mercato, fatto che per Maranghi rimase fino in fondo quasi un insulto. Mediobanca ha iniziato da allora uno sviluppo internazionale, diventando la banca d’affari numero uno anche in Spagna, per la professionalità che Cuccia aveva insegnato a giovani come Alberto Nagel e Renato Pagliaro. I due manager operativi che, con l’allora presidente Geronzi (i casi della vita!), non esitarono a lanciare una nuova banca on line, Che Banca! con una massiccia campagna pubblicitaria televisiva, sulla stampa e su internet. Una parola, pubblicità, che fece probabilmente rigirare nella tomba sia Cuccia che Maranghi.

I casi della vita con le vicende di oggi

Al massimo Maranghi si era spinto, quale grande fumatore purtroppo colpito da un tumore ai polmoni, ad acquisire il controllo dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) fondato da Umberto Veronesi, che poi, ironia della sorte, ha rilevato dalla Fondazione Monzino il Centro cardiologico dove Cuccia fu ricoverato per l’ultima volta e dove si consumò lo scontro fra Mediobanca e Leonardo Del Vecchio-Milleri, che volevano apportare 500 milioni di euro allo Ieo con il gran rifiuto di Mediobanca. I casi della vita con le vicende di oggi!!!

Dove sta nella storia di Cuccia il lampo nel buio? Nel vedere che una indubbia qualità come la riservatezza per un banchiere d’affari può diventare paranoia. Che le banche, i cui vertici si considerano come sacerdoti in un tempio, prima o poi escono fuori dalla realtà e a quel punto avviene il ricambio, come c’è stato a Mediobanca per vie naturali, oppure finiscono per morire. Mediobanca ha avuto appunto la fortuna che Cuccia sia mancato qualche mese prima di vederne la decadenza e che il suo delfino, Maranghi, non abbia saputo reggere al ruolo. Usando una conosciuta battuta di Cuccia, quando voleva dire che un imprenditore o un banchiere erano molli, Maranghi mordeva non con i denti, ma con le gengive. Tutto sommato non dovrebbe, Cuccia, lamentarsi di Nagel.

E chi sa quanto soffrirebbero oggi Cuccia e Maranghi a vedere come un ex-palazzinaro romano ma di origine siciliana, sta trattando Mediobanca, senza la quale, indubbiamente l’Italia sarebbe stata diversa sia nel bene che nel male. Immaginate un po’ se poi Mediobanca finirà a quei senesi di Mps, ma partecipati sia da Caltagirone e che da Milleri. (riproduzione riservata)



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